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Introduzione di Letizia Leone a Apparenze di Giacomo Caruso 

 

Collezione di quaderni di poesia “Le gemme” n. 16 anno 2015 (Ed. Progetto Cultura)  

 

ISBN 978 88 6092-776-7

 

Ballate rap dalla fine del mondo

Correva l’anno 1919 quando Paul Valéry, con inquietante precisione, metteva sull’avviso che non solo l’uomo è mortale, ma le stesse civiltà sono destinate all’estinzione e che “l’abisso della storia è grande abbastanza per qualunque cosa”.

Considerazioni primonovecentesche, certo, incluse ne La crisi dello spirito, ma che adesso, ad un secolo di distanza assumono la valenza di premonizioni apocalittiche drammaticamente urgenti: le civiltà, interi sistemi culturali e spirituali, come l’umanesimo, ad esempio, rischiano la sparizione, così come già accaduto per molte specie viventi ed ecosistemi, inghiottiti in spirali irreversibili di distruzione. Eppure non è un caso che tali riflessioni critiche siano state scritte da un grande poeta perché la poesia si rivela quasi sempre lucida testimonianza del contemporaneo, specchio della storia collettiva ed individuale. 

Questa la premessa necessaria per entrare nella poesia di Giacomo Caruso. 

La sua scrittura poetica, infatti, risponde in pieno ad una vocazione civile, a quella spinta della poesia a farsi viaggio dentro l’anima del proprio tempo, oltre che del proprio io. 

Il suo canto inizia in medias res, ci catapulta subito nel bel mezzo del regno delle Apparenze (la società liquida e materialistica con i suoi miti, feticci, simulacri...), dove un nuovo medioevo mediatico e tecnologico pare aver sostituito l’interiorità con l’esteriorità. Certo non è facile “recitar cantando”, o per meglio dire, con versi diversi, persi, densi / di doglianze e di voglia che non c’è, sintetizzare tutta la complessità della società globalizzata e insieme l’agonia della civiltà occidentale dove ogni cosa sembra dissolversi in una sorta di liquidità. E Zygmunt Bauman, che ha sancito l’idea di “modernità liquida”, è convinto che questo interregno di crisi, di liquefazione di ogni valore e certezze, durerà abbastanza a lungo. Allora il poeta, costretto nella palude dell’attuale disorientamento (in questo stato d’animo collettivo sublimato nei nuovi valori dell’apparire e del consumismo bulimico), fissa una sorta di organigramma poetico: 

 

non voglio che questa mia poesia sia soltanto invettiva 

la poesia è un’eucarestia la voglio cosa viva

la voglio più creativa, inventiva, sognante assonanza 

vicina alla danza del cuore e della mente non riesco 

a scrivere niente

che non sia scaturigine del cuore, dell’immenso dolore 

che mi preme e mi opprime ombra scura che mi porto 

appresso che indosso ogni mattina quando il sole 

prova a schiarire il velo chiuso nel mio 

impermeabile/corazza

 

Contro i rischi di fraintendimento bisogna dichiarare intenzioni ma anche ri-fondare il senso labile del fare poesia oggi: non solo invettiva... la voglio cosa viva e sognante assonanza... scaturigine del cuore; e cioè ribadire che la poesia è una forza viva alimentata dall’intelligenza del cuore e dalla razionalità, da spinte emotive ed etiche insieme. Giacomo Caruso ha introiettato il senso pasoliniano del voler “restare / dentro l’inferno con marmorea / volontà di capirlo”, una continua tensione tra passione e ideologia elettrifica i suoi versi distribuiti nei tre movimenti/momenti del libro, “Apparenze”, “Considerazioni dal pianeta terra”, “Paura, Tempo, Eternità, a piacere”.

Già ad una prima lettura di questi testi, vere e proprie partiture verbali dalle ampie volute ritmiche e melodiche, si intuisce come l’autore goda il privilegio di una doppia ispirazione, quella del poeta e del musicista. La sua poesia, nell’impianto dei versi molto ritmati, condensati in lunghe lasse strofiche, rivela la struttura di un rapping di altissima qualità poietica dove la parola tende a teatralizzarsi, esige la messa in scena vocale, necessita del canto o per meglio dire di una scansione ritmico-sonora martellante ed energica. 

Infatti nell’esecuzione (sia lecito il prestito dal lessico musicale) e nell’ascolto di questi poemetti, per non dire ballate rap di forte impatto comunicativo, si viene investiti da un’onda sonora continua che prevede rare pause ed evoca, quale sottotraccia invisibile di accompagnamento, un ritmo di percussività sonore. Già Sanguineti aveva sperimentato il rap nella versificazione, la recitazione ritmata, una “messa in forma delle parole” che riportasse in primo piano il ruolo della musica all’interno della poesia. Nel laboratorio di Giacomo Caruso troviamo tutti gli strumenti delle figure stilistiche e di parola, la sua ricerca sul suono e sul significato si ricollega alla parentela originaria e indissolubile tra suono e forma verbale, la quale ha ascendenze magiche e incantatorie. 

La tessitura verbale è tramata sulle ripetizioni, dalle allitterazioni alle paronomasie, dove l’uso delle iterazioni fonoprosodiche si assimila alle note ribattute di uno spartito musicale. Ma l’insieme altamente ridondante della composizione si avvale anche di anafore, giochi linguistici, assonanze, omoteleuti e rime varie, dalle imperfette alle rime interne fino alla rarità delle rime sdrucciole.

In “Considerazioni dal pianeta terra” ci troviamo di fronte ad un recitativo dalla robusta valenza segnica e semantica, quasi un diario di bordo confessionale stilato sulla misura di un verso ipermetro che passa in rassegna drammi planetari ed intimi dell’io, quali entità frammentate dopo la perdita di una loro simbiosi originaria. L’ecocidio viene evocato nella figura dell’orso polare a rischio di estinzione e nella denuncia della responsabilità umana, la specie più pericolosa del pianeta:

 

...nella massa, nella matassa debole e intricata, che 

cresce e si diffonde e confonde da secoli, millenni, 

l’uomo s’espande a dismisura e cambia la natura ...

 

Una sperimentazione metrica ad ampio raggio, quella di Giacomo Caruso.

Nell’ultima sezione viene attualizzata la ballata in endecasillabi con ritornello, e qui il ritornello diventa segnale e richiamo contenutistico macroscopico: d’ansia sottile è questo nostro tempo oppure è tempo ormai di dare tempo al tempo; una allarmante eco che rilancia variazioni e approfondimenti sul tempo corroso di questa nostra post-storia quotidiana...

Date queste premesse diventa inutile sottolineare come nella poesia di Caruso si riveli fondante e fondamentale l’atto dell’esecuzione, l’atto della lettura, la grana e il timbro della voce che pronuncia le parole di questo ammirevole montaggio acustico destinato a suscitare una specie di “pelle d’oca uditiva” nel pubblico, come direbbe Seamus Heaney.

Letizia Leone

 

 

*

trasumanar transumando di stanza in stanza colmare 

la distanza tra volizione e voluttà palingenesi e metempsicosi. 

Apparenze. ingresso riservato agli addetti ai lavori

se tocchi i fili muori o cadi ammalato

gravemente

sostanze, accidenti, soltanto apparenze i guasti del pensiero 

occidentale sono evidenti sotto gli occhi di tutti

pensieri orizzontali, idee unidimensionali, 

niente che spazi, spezzi, voli                                              

meritiamo tutti il paradiso dell’ovvio, del banale 

come un cambio di canale, uno zapping metafisico

che poi la sostanza sia soltanto apparenza o semplice 

accidente condizione necessaria e sufficiente lo narrano i 

filosofi da secoli psicologi, alchimisti

persino i giornalisti ritengono di avere soluzioni buone per 

tutte le stagioni o in alternativa

nel breve periodo nel soffio di un istante

cultura arrogante ad ogni nuovo giorno la realtà terribile e 

invadente mostra il culto del niente altrove

si stabilisce il come il quando si determina il quanto ed il 

perché si decide meno democrazia una libertà sotto tutela 

altrove

il capitale sta sferrando l’offensiva finale in maniera virtuale 

in maniera virale in maniera globale

 

*

 

la forza del denaro genera denaro

hanno deciso in nome del profitto di abolire il diritto 

di scatenare l’apatia, la monomania, la disperazione 

e noi siamo divisi, dispersi, uccisi chi si opporrà

 

ci dobbiamo contare ci dobbiamo preparare stare pronti al 

minimo accenno alla campana in allerta perenne resistenti 

renitenti resilienti stare pronti ed attenti alla fine dell’eone 

al colpo di coda del dragone per nessuna ragione perdere di 

vista gli obbiettivi rimanere vivi senzienti se necessario 

mostrare i denti indossare di nuovo l’armatura imbracciare 

cultura rinsaldare i legami affinare la mente affilare le lame 

risolvere gli enigmi delle sfingi delle tigri di carta trascinare 

il pesante sollevare il presente sacche di resistenza di mondi 

lontanissimi contro il culto del male, della morte, del nulla 

globale contro la tecnoidiozia totalitaria e totale 

 

miserere all’Italia dei naufraghi e dei furbi 

dialoghi sui massimi sistemi tra passeggieri e 

venditori di almanacchi, tipi bislacchi, venditori 

di carte di credito e discredito, banchieri, grilli 

parlanti, avventurieri, non sono la favola bella 

che ieri m’illuse, che oggi mi illude, o forse 

delude, ma certo collude, e anche collide con le 

mie idee magari ne avessi di nuove di belle!

 

sostanze, accidenti, soltanto apparenze

 

*

 

non fa differenze chi sfrutta le miserie, misere, serie, di un

popolo alla frutta allegrie di naufragi e nubifragi

e dissesti e palinsesti, sconfitta degli onesti andiamo avanti 

con difficoltà non abbiamo la forza di guardare non 

abbiamo il desiderio di cambiare non abbiamo la fede di 

aiutare non abbiamo il coraggio di rialzare chi non arriva 

alla fine del suo viaggio chi non arriva 

alla fine del mese chi non arriva alla fine chi non arriva

voglio i responsabili, voglio vederli in faccia se lasciano una 

traccia una scia di bava, esseri che si nutrono d’anima 

succhiano il cuore, lo lasciano vuoto involucro di carne e 

sangue disfatto distrutto e sul finire d’un febbraio muto

io piango calde lacrime e salate una terra, la terra mia 

adorata luogo che mi ha generato diventato un paese 

perduto così inabitabile così ingovernabile così 

spaventevole così nonostantetutto così ancora amato così

 

*

 

aiutatemi a coltivare la speranza

datemi ancora un valido motivo per sentirmi più vivo 

desideroso ancora di lottare e cambiare una linea perversa 

una strada ormai persa

 

e sul finire d’un febbraio muto 

si ripete, moderno antico rito, 

’esercizio della democrazia

cittadino che esercita il potere, il diritto-dovere 

tutto quello che dovete fare è una croce sul 

simbolo o sul nome, non c’è preferenza dovrete 

farne senza, è la legge asino chi legge, chi elegge, 

fette di salame sugli occhi o nelle schede, 

mangiatevi anche quelle, partito del nonvoto, 

antipolitica populismo o demagogia, non c’è più 

ideologia, non c’è democrazia il rosso si è 

stemperato in un freddo arancione... sostanze, 

accidenti, soltanto apparenze

 

Giacomo Caruso (1956- 2020). Ha conseguito il diploma di Maturità Classica e ha compiuto studi di Scienze Politiche. Dal 1978 lavora nella Pubblica Amministrazione. Vive e opera a Roma. Compositore/chitarrista, autore e poeta, ha pubblicato quattro lavori discografici con le sue band STILL-LIFE e KARMABLUE. È tra i fondatori dell’associazione culturale LUDICI MANIERATI e del Teatro YGRAMUL. Collabora come editor con le Edizioni Chillemi, che pubblicano saggistica di storia e storia militare. La sua prima silloge poetica è apparsa nell’antologia IL SÉ, LA POESIA, IL MONDO, edita da Giulio Perrone Editore nel 2011. Dal 2012 coordina, insieme a Marco Limiti, il Laboratorio di Poesia del “Mangiaparole”, che ha dato vita al movimento poetico dei Mangiaparolisti. Con Edizioni Progetto Cultura ha pubblicato le raccolte poetiche Trasluce (2014), Apparenze (2015) e Sulle rovine di Cartagine – poesie resistenti.

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