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Introduzione di Emilio Coco a Di quel poco di vita - De lo poco de vida di Marco Antonio Campos

 

Collezione di quaderni di poesia “Le gemme” anno 2015 (Ed. Progetto Cultura)  

 

edizione bilingue: traduzione di Emilio Coco

 

ISBN 978 88 6092 757 - 6

Quando si parla dell’America latina, della Colombia, del Messico, del Venezuela, dell’Ecuador, del Perù, si pensa all’insicurezza delle città, al traffico della droga, alle donne violentate e fatte scomparire, alla corruzione della polizia, al pericolo dei taxi. Ma bisogna visitarli, quei paesi, per cambiare completamente idea. È vero, ci sono posti pericolosi, come ce ne sono dappertutto, anche nelle nostre città. Napoli non è più sicura di Bogotà. Basta non avventurarsi nelle zone sbagliate e non sventolare il portafoglio gonfio di euro o la macchina fotografica e il telefonino ultimo modello costosissimo. Io ho passeggiato per le strade di Città del Messico, di Aguascalientes, di San Luís Potosí, ma anche di Quito, di Caracas, di Asunción, di Buenos Aires, di  Managua, di Bogotà, senza guardarmi intorno per paura che qualche ladruncolo mi strappasse la giacca o mi sfilasse il portamonete.  L’amabilità  della gente è una distinzione culturale. Il sorriso è spontaneo, l’abbraccio, avvolgente. In Europa e in Italia, queste forme di comunicare le abbiamo perse da tempo. 

E io questa gentilezza, questa gioia di conversare con l’amico, quest’intimità di persone che si sono appena conosciute ma che si comportano come se si frequentassero da anni, l’ho  vissuta pienamente nei miei diversi viaggi nei paesi dell’America latina. Ricordo con viva emozione il mio primo viaggio in Messico, nell’ottobre del 2008, quando fui invitato al «Festival de poesía del Mundo Latino». Visitai,  insieme ad altri poeti colombiani, peruviani, cileni, cubani, uruguaiani e soprattutto messicani, le splendide località di Morelia e Pátzcuaro e m’immersi nell’illimitata e caotica Città del Messico. Qui mi ha onorato della sua amicizia il grande Juan Gelman, suggellandola con un abbraccio soffocante. Qui, sulla scalinata del monumentale Palacio de Bellas Artes, mi sono confuso nell’accalcarsi dei poeti abbagliati dai flash della macchina fotografica dell’instancabile e generoso José Ángel Leyva. Non ho visto mai tanto interesse e amore per la poesia nella gente comune come in Messico. A Morelia, nello splendido teatro cittadino, gremito fino all’inverosimile, scrosciavano applausi entusiastici per i poeti che si avvicendavano sul palcoscenico come se si trattasse di grandi divi del cinema, della canzone o dello sport. Qui mi sono visto avvicinare, all’uscita del teatro, la sera della mia lettura poetica, da due fidanzatini che, con voce rotta dall’emozione, mi chiesero un autografo, professandosi miei fans e facendomi omaggio del  libro di un poeta locale. Mi commossi fino alle lacrime e li strinsi entrambi in un solo abbraccio. Nella stanza dell’albergo, sfogliando il libro, trovai un bigliettino con queste parole: “Gracias por escribir palabras que vuelven más sensibles a las almas de este mundo. Natalia y Adal. Morelia, Michoacán, 2008”. Potevano avere sedici anni. Qui ho conosciuto Marco Antonio Campos che accompagnava la lettura dei testi suoi e di altri poeti col  gesto lento e delicato della mano quasi a sottolinearne l’intensa musicalità.

Marco Antonio è stato il primo poeta dell’Amerca latina tradotto da me. Appena tornato in Italia, dopo quella mia prima indimenticabile esperienza, proposi alcuni suoi testi al direttore della rivista Pagine. Vincenzo Ananìa, un altro grande  e generoso amico che ci ha lasciati qualche anno fa, rimase completamente affascinato da quella poesia che trovò fresca, genuina, non viziata, come spesso quella italiana, da uno sterile e narcisistico esibizionismo linguistico.  E io la poesia di Marco Antonio l’ho amata profondamente. Non mi accade spesso di fare scoperte felici che mi compensino della lunga e paziente fatica di ricerca tra le molte decine di volumi che giorno dopo giorno aumentano le pile di libri sulla mia scrivania. E quando capita, mi prende gratitudine, come per un dono caro e inaspettato. E il bello è che spesso queste consolanti illuminazioni mi vengono non tanto dalle sillogi di poeti italiani, che pure leggo e faccio conoscere all’estero attraverso le mie traduzioni, quanto da testi di autori latino-americani spesso malnoti in Italia e che stanno scrivendo, secondo me, la migliore poesia attuale del mondo. Ciò che più commuove e trova più immediata e prolungata rispondenza nei testi di Marco Antonio Campos  è il pronto e sensibilissimo aderire di tutta intera la sua vigile interiorità di uomo e di poeta ai richiami palesi e segreti, remoti e presenti della sua terra. E il senso del paese (“El país” è appunto il titolo di una sua poesia) è presente in tutta la sua opera: “Io ho amato sempre il Messico. / L’ho riconosciuto – l’ho amato – nella mia casa distrutta, / nella mia famiglia distrutta, / nel rapporto con gli amici e anche con i nemici, / nelle donne che ho amato e mi hanno seppellito nella fossa più profonda e buia, / nei paesaggi che al farli miei con una distanza intima / mi emozionano per la loro bellezza che mi creo o m’invento. / E anche se so che questo paese lo ha governato il diavolo, / che noi messicani non siamo stati all’altezza del grande paese, / direte quel che volete, penserete quel che volete, / ma io ho amato sempre il Messico, / sempre.”

Insiste Campos nel suo amore per il Messico quasi che egli avverta il rischio che le tante violenze e i tanti tradimenti perpetrati nei suoi confronti lo costringano a fuggire per sempre, ma “a niente servirá la fuga / perché sempre vivrai qui. / Perché sempre morirai qui.”

E in un’altra poesia intitolata “Città del Messico” dirà: “Io nacqui qui, scrissi qui, /inseguito, non da demoni, / ma da folletti e fiere, crebbi / nella città illimitata, / e nonostante il suo orrore, la sua miseria e caos, / il suo fumo e il suo viavai senz’anima, / amai il suo sole, il suo enorme e dolce autunno, / le sue piazze come firmamenti, / le tiepide sere nel lieve marzo, / il profilo montagnoso a sud, / la maschera e il coltello della sua gente, / il suo ieri feroce, il suo oggi incerto, / e l’amai, l’amai sempre, l’amai, / l’amai come ama un figlio duro”.  

È in questa città, terribile e affascinante insieme, dove gli dei degli antichi aztechi  vagano ancora  per le sue strade  e nei palazzi del potere, atroci e spietati, incarnandosi  negli uomini politici di adesso, che si riempiono le tasche con i cuori della gente torturata e violentata nelle strade del deserto, e nei vari Mida che alimentano la loro ricchezza con la miseria degli altri, dove il poeta ha trascorso la sua infanzia, dove tuttora vive e dove sempre ritorna, dopo ogni suo viaggio nei vari angoli del mondo, magari dopo “una notte di pioggia smisurata in un parco newyorchese”; o in un giorno di sole, “tra ariosi tavolini all’aperto di un caffè parigino”; o “sotto il crepuscolo sull’alto di una piazza a Göteborg”; o a Cartagena de Indias, in Colombia, dove ”in piazza Bolívar, ai piedi del cavallo del Libertador, nere e creole e mulatte dai corpi ritmici fanno ballare le foglie degli alberi”;  o ad Anversa “lungo le acque lentissime dello Schelda, sotto il cielo plumbeo, la bruma, la pioggia incessante, con il carillon della cattedrale che suona ogni quarto d’ora e risuona per le strade e le case del centro e le mette in equilibrio”; o a Otavalo, nell’Ecuador, con le sue case sui crepacci, case morse dalla ruggine, case con tegole senza colore, dove tremolano e rilucono le foglie degli alberi al vento e al sole di giugno; o a Zamora, in Spagna, “dagli abiti pietrosi, rinchiusamente cupa” dove nei caffè, “i vecchi, per non sentire il chiacchiericcio, il pettegolezzo, lo sproposito, leggono in La Opinión notizie arrivate dagli anni 30, e nella Piazza Sagasti beccano e becchettano gli uccelli che spezzano il midollo dell’angusta via.”; o  Tangeri, a Lisbona, o ancora nelle medievali città della nostra Italia dove ritrovava “il sorriso e il perfetto nove di Beatrice di Folco Portinari” e dove si gloriava di essere “un uomo del Duecento fiorentino in pieno Novecento”, per chiedersi alla fine: chi ha viaggiato senza tregua, sa davvero da dove è venuto e dove andrà?  

Così come le meraviglie e le ebbrezze di un tempo perduto, si traducono in un quieto e dolce amaro assillo dell’anima, attraverso le figure della madre e del padre, riemerse dal limbo delle stagioni smarrite e recuperate  all’attualità dolente del poeta con un’urgenza nuova, mista di tenerezza e  di cruccio. Si legga il testo “Per la via degli antiquari” che è un tenerissimo omaggio a sua madre che aveva l’animo dell’antiquario e che una volta comprò una lanterna magica con lo scopo di proiettare le immagini di suo figlio nella sala della casa di Via Pinos, 8, e dimostrare a chi andava a trovarla che egli era il parassita della famiglia e che aveva distrutto la sua gioventù leggendo romanzi e libri di avventura. Sua madre che sognava di visitare l’Europa e dove non andò mai o non volle andare per i suoi malanni al fegato e alla colonna vertebrale, o per paura di tutto ciò che è vecchio ed estraneo, o per non spendere quanto le sembrava sperperare. Sua madre che parlava dei viaggi del figlio (rifiutava lo scrittore), convinta però che dovesse rimanere a casa. O il ricordo di suo padre, che si accende di una luminosità intima, si smaterializza quasi e si colorisce di leggenda. Il padre che amava la fotografia e che la famiglia la pensava in bianco e nero, il padre che ascoltava sui dischi di vinile a 33 giri i tanghi degli anni di Gardel e che a suo modo difficile amava il figlio e s’inorgogliva del suo andare e venire per il mondo, dei suoi diversi libri, delle sue apparizioni in pubblico e gli raccomandava di mettersi il vestito e la cravatta ogni volta che doveva dare una conferenza.

L’abbrivo al narrare, la latente disposizione al racconto ‒ sia pure un racconto costantemente liricizzato ‒ trova ancora una volta una sua conferma nell’attenzione che il poeta rivolge alle creature femminili che popolano molte pagine dei suoi libri, descritte con una leggerezza di tocco e cariche di una calda e luminosa sensualità. Ed ecco Stella che “era acqua e sapeva di vino; dove arrivava si udiva la luce. Era la stella nell’inverno bianco. Era bianca e bella come il paese dove nacque”; o Sonia col suo “perfetto volto ovale, fatto della geometria della luce, il suo corpo di vent’anni che si stendeva sopra l’erba e la terra incendiate. Sonia, una rosa aperta per la creazione del mondo”; o l’esile ragazza di Buenos Aires, che sembrava “delineata dalla matita sinuosa di Modigliani”; o ancora la ragazza fiamminga, con i suoi jeans e la camicetta aperta, con i capelli neri e gli occhi ferocemente timidi, con le natiche e le gambe fatte per la disperazione delle mani, o la bionda ungherese che nell’inverno gelido gli aveva promesso la fioritura a Pest, o la bionda dell’Alta Austria che gli scortica la lingua nel ricordare quanto fossero bevibili i suoi rotondi seni. Donne che il poeta ha amato, ha amato molto, fino a dissanguarsi per poi svegliarsi un giorno “come pietra nel lago o su erba calpestata”.

Spoglie di ogni inutile retorica, le poesie di Marco Antonio Campos arrivano direttamente al lettore perché, come annota giustamente Evodio Escalante, “sembrano sorgere da una conversazione all’orecchio di un amico fidato. Sdegnoso delle sperimentazioni avanguardistiche, il poeta opta per una poesia dove pensiero e sentimento, lucidità e nostalgia si percepiscono a fior di pelle o, meglio ancora, a fior di splendida cicatrice”.

Personalità complessa, con attitudini molteplici e un’ampia curiosità che lo porta a scandagliare con uguale successo i vari campi della letteratura, dalla critica alla saggistica, dall’aforisma alla traduzione, dalla narrativa alla poesia in versi e in prosa, Marco Antonio Campos occupa nelle lettere messicane di oggi un posto di tutto rispetto e chiaramente identificabile.

Un’immaginazione calda e persino accesa, libera e talora felicemente anarchica nei propri movimenti inventivi, ci consegna, in questi tredici testi rigorosamente inediti, tutto il carico vario e scavato della sua esperienza di uomo, di letterato e di instancabile viaggiatore, tutta la trama dei moti dello spirito, dai nostalgici ripiegamento nel geloso cerchio delle giovanili memorie amorose e familiari alla denuncia indignata di un mondo privo di valori che raggiunge la sua acme nelle poesie dedicate al suo paese nelle quali Marco Antonio si fa spettatore amaro dell’avvilimento morale del suo amato Messico.

Emilio Coco

 

 

 

 

LIMA Y EL MAR

 

a Antonio Cisneros

 

¿Qué sería Lima sin el mar? 

Sin pelícanos ni gaviotas, 

sin horizonte ni acantilados 

¿no sería un yermo al lado de la cordillera?

Sin la plaza de Armas, sin el cuadrángulo exacto de 

plaza San Martín, Lima existiría en el menos, 

pero aún nos quedarían el mar y el horizonte gris.

Sin la precipitación del Rímac, la ciudad no tendría 

su río, existiría menos en el mucho menos, 

pero partida en dos desmoriría la historia.

Sin la poesía de Cisneros, Lima existiría 

con mil caminos, pero no tendría su Poeta. 

Aquí, en el barrio de Barranco, bajo el cielo gris, llamándome

diciembre por el 12, oigo el mar, el golpe, el golpeteo

de las olas, el aire ríspido del pelícano, la discrepancia

de la gaviota, las faldas de mujeres que oigo en un

solo rasguido. 

                       No sería desventurado 

a los años de uno, con la carga de uno, premorirse 

en la angosta bajada o en el muelle de Barranco, 

allá, allá por esa curva…

 

2009

 

LIMA E IL MARE

ad Antonio Cisneros

 

Che cosa sarebbe Lima senza il mare?

Senza pellicani e gabbiani,

senza orizzonte e scogliere

non sarebbe una landa a fianco della cordigliera?

Senza la plaza de Armas, senza il quadrangolo esatto di

plaza San Martín, Lima esisterebbe nel meno,

ma ci rimarrebbero ancora il mare e l’orizzonte grigio.

Senza la precipitazione del Rímac, la città non avrebbe

il suo fiume, esisterebbe di meno nel molto meno,

ma divisa in due rivivrebbe la storia.

Senza la poesia di Cisneros, Lima esisterebbe

con mille strade, ma non avrebbe il suo Poeta.

Qui, nel quartiere di Barranco, sotto il cielo grigio, chiamandomi

dicembre dal 12, odo il mare, il rumore, il rumorio

delle onde, l’aspro volo  del pellicano, il dissenso   

del gabbiano, le gonne di donne che odo in un

solo arpeggio.

                         Non sarebbe una disgrazia

per gli anni di uno, con tutto il loro carico,  premorire           

nell’angusta discesa o sul molo di Barranco,

là, al di là, lungo quella curva…

 

2009

 

CON JOAN MARGARIT EN EL CAFÉ DE LA ÓPERA

 

“A lugares hermosos, donde fuiste feliz,

si anochece en los años, si demora el reloj,  

si por nada o por Cristo, es mejor no volver”, 

oía a Joan Margarit en el Café de la Ópera.

Veía la Rambla, el Teatro del Liceo.

El tigre del otoño, con uñas feroces, 

desgarraba el follaje de los plátanos.

“No te equivoques. Deja que 

lo bello, si lo fue, se transforme en alma”.

Y como furiosa luz me volvieron 

días azules y ocasos amarillos e índigos 

del mayo del ’71 en Acapulco, con 

amigos joviales y jóvenes soleadas 

en casas de alegría explosiva, o

en largos litorales de pura arena ardiente, o al lado 

de piscinas donde el deseo quemaba a la mujer, o

en la fuga de coches velocísimos en la ancha costera, o 

bailando en la pista –con música de estrépito–, 

del círculo del Boccaccio  o del Tequila a Go Go.

“Yo tenía 22 años, y todo el ímpetu ciclónico 

en las aguas ribereñas y en la tierra firme.

¿Sabes, Joan? Desde aquel entonces 

no volví a Acapulco. Desde aquel entonces 

no he querido estropear lo que hubo entonces”.

 

Barcelona, 2009

CON JOAN MARGARIT NEL CAFFÈ DELL’OPERA

 

“Nei luoghi belli, in cui fosti felice,

se annotta negli anni,  se l’orologio tarda, 

se per niente o per Cristo, è meglio non tornare”,

udivo Joan Margarit nel Caffè dell’Opera.

Vedevo la Rambla, il Teatro del Liceo.

La tigre dell’autunno, con le unghie feroci,

lacerava dei platani il fogliame.

“Non ti sbagliare. Lascia che

Il bello, se lo fu, si trasformi in anima”.

E come furiosa luce mi tornarono

giorni azzurri e tramonti gialli e indaco

del maggio del ’71 ad Acapulco, con

amici gioviali e giovani soleggiate

in case di allegria esplosiva, o

su lunghi litorali di pura sabbia ardente, o vicino

a piscine dove il desiderio bruciava la donna, o

nella fuga di auto velocissime sull’ampia costiera, o

ballando sulla pista – con musica strepitosa –

del circolo del Boccaccio o del Tequila a gogo.

“Io avevo 22 anni, e tutto l’impeto ciclonico

nelle acque rivierasche e sulla terra ferma.

Sai, Joan? Da allora

non sono più tornato ad Acapulco. Da allora

non ho voluto rovinare quanto c’è stato allora”.

 

Barcellona, 2009

 

 

 

 

¿QUÉ VERÍAS AHORA, CLAUDIO?

 

Hoy no puedo, hoy estoy duro

de oído tras los años que he pasado

con los de mala tierra pero he vuelto.

Claudio Rodríguez

 

¿Qué verías ahora, Claudio, si no hubiera sido

así sin más, si no hubieras partido así sin más?

Es Zamora, ciudad en que naciste,

de hábitos pétreos, morada por vejeces

(diría Silva), cerradamente sombría,

con sus callejuelas céntricas, a la que 

una vez aminoraste, pero tarde de tarde

le diste un abrazo de hijo bueno.

Si anduvieras por aquí, por donde paso,

nombrarías lo que ves como niño o mago:

capillas repentinas, iglesias barrocas 

que no callan de oro, el mercado (del

que no saldrías), la asimétrica plaza,

y oirías los rezos de la rezandera

agujereando muro y púlpito, el flagelo herido

del mortificado, campanadas de iglesias 

que se escuchan hasta el primer medioevo, 

murmuraciones de vírgenes en las hornacinas.

En el Teatro Principal españolean de gusto,

y en los cafés, los viejos, para no oír

el parloteo, el chisme, el despropósito,

leen en La Opinión noticias llegadas de los ‘30,

y en plaza Sagasti pican y picotean los pájaros

que quiebran la médula de la angosta calle.

E imagino, a lo Rodríguez, que entramos hombro a hombro 

a un bar humoso, y mátalas bebiendo conversamos 

de Eliot y de Auden, de místicos castellanos, 

de Machado –que loó también al Duero–,

de lo sombrío de esta gente, y pedimos ya, pero ya, 

nos sirvan el almuerzo: arroz a la zamorana, 

merluza a medio mar, el vino a lo cristiano, 

para luego salir, bajar, bajar en “buen compás,

en buena marcha”,  y parar en el río, parar en dos mitades,

sólo para decir que la música del Duero suena, 

repito: suena: lo oigo exactamente como

el ritmo de tus versos a la hora castellana.

 

Zamora, 2009

 

CHE COSA VEDRESTI ADESSO, CLAUDIO?    

 

Hoy no puedo, hoy estoy duro

de oído tras los años que he pasado

con los de mala tierra pero he vuelto.

Claudio Rodríguez

 

Che cosa vedresti adesso, Claudio, se non fosse stato 

così e basta, se non fossi partito così e basta?

È Zamora, città in cui nascesti,

dagli abiti pietrosi, dimora per vecchiaie

(direbbe Silva), rinchiusamente cupa, 

con le sue viuzze del centro, che 

una volta screditasti, ma a cui tardi di sera

desti un abbraccio di figlio buono.

Se camminassi di qui, da dove io passo,

nomineresti quel che vedi come un bambino o un mago:

cappelle improvvise, chiese barocche

che non tacciono d’oro, il mercato (da cui

non usciresti), l’asimmetrica piazza,

e sentiresti le preghiere della devota

forare muro e pulpito, il flagello ferito

del mortificato, scampanii di chiese

che si ascoltano fino al primo medioevo,

mormorazioni di vergini nelle nicchie.

Nel Teatro Principale spagnoleggiano di gusto,

e nei caffè, i vecchi, per non sentire

il chiacchiericcio, il pettegolezzo, lo sproposito,

leggono in La Opinión notizie arrivate dagli anni 30,

e nella Piazza Sagasti beccano e becchettano gli uccelli

che spezzano il midollo dell’angusta via.

E immagino, alla Rodríguez, di entrare spalla a spalla

in un bar fumoso, e ammazzando la sete conversiamo

di Eliot e di Auden, di mistici castigliani,

di Machado – che pure lodò il Duero –,

della cupezza di questa gente, e chediamo alla fine, finalmente,

che ci servano il pranzo: riso alla zamorana, 

merluzzo di mezzo mare,  vino come Dio comanda,

per poi uscire, scendere, scendere, con “buona cadenza,

e di buon passo”, e fermarci al fiume, fermarci in due metà,

solo per dire che la musica del Duero suona,

ripeto: suona: lo ascolto esattamente come

il ritmo dei tuoi versi nell’ora castigliana.

 

Zamora, 2009

 

 

Marco Antonio Campos (Città del Messico, 1949) è poeta, narratore, saggista e traduttore. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia : Muertos y disfraces (1974), Una seña en la sepultura (1978), La ceniza en la frente (1979), Monólogos (1985), Los adioses del forastero (1996), Viernes en Jerusalén (2005) e Dime dónde, en qué país (2010). La casa editrice El Tucán de Virginia ha pubblicato nel 2007 la sua poesia completa con il titolo: El forastero en la tierra (1970-2004). È autore dei romanzi Que la carne es hierba (1982) e Hemos perdido el reino (1987), dei libri di racconti La desaparición de Fabricio Montesco (1977) e No pasará el invierno (1985), dei saggi Señales en el camino (1984), Siga las señales (1989), Los resplandores del relámpago (2000), El café literario en ciudad de México en los siglos XIX y XX (2001), Las ciudades de los desdichados (2002) e delle raccolte di interviste De viva voz (1986), Literatura en voz alta (1996) e El poeta en un poema (1998). Ha pubblicato anche un libro di cronache De paso por la tierra (1998) e un quaderno di aforismi Árboles. Ha ottenuto in Messico i premi Xavier Villaurrutia (1992) e Nezahualcóyotl (2005), il premio iberoamericano Ramón López Velarde (2010), e in Spagna il Premio Casa de América (2005) per il  libro Viernes en Jerusalén, il Premio del Tren Antonio Machado (2008) per la poesia “Aquellas cartas” e il Premio Ciudad de Melilla (2009) per Dime dónde, en qué país. Nel 2004 gli è stata conferita la Medaglia Presidenziale Centenario di Pablo Neruda, concessa dal governo cileno. Ha tradotto libri di poesia di Charles Baudelaire, Arthur Rimbaud, André Gide, Antonin Artaud, Roger Munier, Emile Nelligan, Gaston Miron, Gatien Lapointe, Umberto Saba, Vincenzo Cardarelli, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Georg Trakl, Reiner Kunze, Carlos Drummond de Andrade, e in collaborazione con Stefaan van den Bremt, i poeti belgi Miriam Van hee, Roland Jooris, Luuk Gruwez, André Doms e Marc Dugardin. Suoi libri di poesia sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, italiano e olandese.

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