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Introduzione di Marco Vitale a Et Allons di Alberto Toni

 

Collezione di quaderni di poesia “Le gemme” n. 7 anno 2013 (Ed. Progetto Cultura)  

 

ISBN 978 88 6092-532-9

Hanno sostanza di vita «i cerchi che non tradiscono mai», come gli anelli concentrici di un tronco, al buio di una corteccia? O sono forse sogni, fantasmagoria, traccia effimera sull'acqua? La perentorietà del dettato, con cui si apre questo nuovo itinerario poematico di Alberto Toni, sembra fatta per suscitare domande e insieme per persuaderci della illusività, o almeno della inquieta mutevolezza delle risposte.

Il titolo del testo viene dallo scorcio di un caposaldo della poesia moderna: è il misterioso “Addio” che segue la vertigine della Saison en enfer: rivolta, demiurgia, spaventosa caduta, prostrazione dell'anima, solitudine. Le fiamme dell'esperienza bruciano in modo irreversibile e trascinano nel silenzio una delle voci più alte, forse la più pura e scandalosa del suo secolo.

Prende qui avvio, da questa idea comunque di distacco, e quindi di partenza – termine chiave da sempre nella poetica di Alberto Toni – un esercizio di ricognizione che sulla scorta della dura contraddittorietà della Saison, sentita come pietra di raffronto, si volge alle aporie del vivere, a cominciare da quelle che abitano la dimora minacciata del Soggetto: «Non so più dire io tu sei, / non sei, ricuce morbida la mano / una folata di vento. E sotto, nella speciale / crudescenza allineo quello che non potrò sapere: / sarà dentro lo spazio della stanza, / tra gli oggetti più cari e misera / sbarcherà pietra su pietra anche / se non voluta una caduta? / Già prefigura e mi somiglia / in ogni tratto del viso / e nella voce cara che mi segue.»

Nessun dubbio che «quello che non potrò sapere», nella coscienza e nella cultura del poeta, abbia prossimità con il mistero ultimo della parola, lucidamente e serenamente accolto; di qui le decisioni, altro termine chiave della poetica di Toni; di qui il riflettere su una caduta intesa come destino comune e tuttavia da contrastare con forza. «Non cado, dico allora, riparo nel mattino, / quell'angelo e non la caduta, vengono i tempi nuovi, / una fine, ma nella tua moderna lungimiranza, / dopo il trafitto...» Di qui, ancora, lo spesso intrico di luci e di ombre, in un disegno che Alberto Toni, senza occultare il dramma, conduce con la levigatezza ferma e fuggevole del suo verso, quella stessa che ne ha caratterizzato la poesia fin dagli esordi, temperato e sempre a punto strumento di esperienza.

Non è quindi senza motivo, e proprio in riferimento a quella trafittura irriducibile, se egli ha scelto di tenere a mente il ragazzo di Charleville in questo suo viaggio della poesia, di averlo accanto in attitudine fraterna, nel segno di una speranza. Perché «Rimbaud – ha scritto Yves Bonnefoy – è uno di quelli che, nell'eterno crollo, hanno tentato con il massimo coraggio l'eterna ripresa: quel risveglio che attende da noi quando dice in “Addio”, al termine di Una stagione in inferno, che “è riportato al suolo”, ma che bisogna “mantenere il passo conquistato”.» 

Una strada di verità, concorda Alberto Toni, si apre davanti a noi e appare irta di aspri ostacoli, ma è l'unica a meritare la nostra scelta: «Per lo spazio che resta vorrei guardarti sempre, / decidere, ma decidere è pur sempre fiato / celeste e condizione non sempre praticabile.» 

Un adolescente con le semelles de vent ci accompagnerà così, ombra elusiva tra questi versi che tentano la luce e ci invitano a conoscerci. «Ricordiamoci di Rimbaud, – dice ancora Bonnefoy – abbiamo bisogno di lui per essere fedeli a noi stessi. Abbiamo bisogno, direi, del nostro bisogno di Rimbaud.»

 

                                                                                                                                                         Marco Vitale

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