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Introduzione di Dante Maffia a Il secondo dono di Sabino Caronia

 

Collezione di quaderni di poesia “Le gemme” n. 5 anno 2012 (Ed. Progetto Cultura)  

 

ISBN 978 88 6092-440-7

 

Sabino Caronia ha sempre prediletto la narrativa a dar retta ai suoi saggi che hanno scandagliato grandi scrittori del Novecento italiano, tra cui Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Luigi Santucci, Italo Alighiero Chiusano, Giuseppe Dessì, e tanti altri. Nessuno ha mai saputo che egli, in segreto, aveva il vizio della poesia coltivato con assiduità, con gelosia, con pudore, con la convinzione che il “verso è tutto” davvero, e perciò bisogna viverlo con la devozione e la passione che si deve ai miti. 

Anche i segreti però a volte vengono scoperti e a quel punto è inutile insistere nel nasconderli, meglio uscire allo scoperto e far conoscere, prima agli amici, e poi al resto del mondo, le distillazioni letterarie conservate magari in un quaderno d’altri tempi, divagazioni e accensioni, incantamenti e angosce, nostalgie ed esaltazioni tutti coagulati in lampi che sono piccole pietre miliari degli approdi dell’anima.

Diciamo subito che Caronia è arrivato alla poesia attraverso un lento processo di innamoramenti che lo hanno portato a riconsiderare quella parte di sé che non voleva far emergere. In lui alcuni componimenti di D’Annunzio, (ma prima ancora di Carducci, di Lorenzo Stecchetti, di Salvatore Di Giacomo e di Giuseppe Gioachino Belli), di Pascoli, di Gozzano, di Cardarelli, di Corazzini, di Vigolo hanno prodotto un vero e proprio corto circuito ingenerando una sorta di simbiosi che lo ha spinto ad impossessarsi di movenze e di cadenze di questi maestri, fino a suggerirgli, a volte, incipit e chiuse delle poesie che ha scritto. Un omaggio e una condanna, a un tempo, ma che Caronia ha saputo rendere personali, tanto è vero che in questo libro non troviamo soltanto i modelli citati, ma assonanze dei grandi classici, ventate di una ricchezza di sentimento in cui si sono coagulati lunghi processi linguistici ed estetici.

Voglio dire che non c’è nessuna ingenuità in questi testi, nessuna improvvisazione, nessun capriccio che dia l’idea di una sperimentazione in atto. Sabino Caronia si muove sulle orme dei padri, ma a un certo punto da essi si distacca per imporre un suo stile composito e ricco di risonanze, vivo e fortemente denso di palpiti inconsueti.

Troviamo perfino dei sonetti, ma ciò che rivela il meglio di Sabino poeta è la sua capacità di saper amalgamare citazioni ed emozioni in una lingua serenamente impostata sugli esempi della tradizione più ortodossa. Per lui le sperimentazioni, i gruppi inneggianti al significante, le alchimie delle scomposizioni, le accozzaglie di oggetti alla rinfusa, la balbuzie dell’insignificanza sono concerti di sciocchezze da non considerare: la poesia è pienezza di senso, musica e verità che interagiscono, emozione che sa trovare la voce. Ed è canto che assomma in sé il fluire della vita. Ecco il motivo per cui non tergiversa su ciò che avverte vivo in sé e sente il piacere e la bellezza di confessarlo.

Non sa nascondere e non vuole nascondere i suoi amori e, nel declinarli in mezzo ai bouquet da lui confezionati, non distorce il loro dettato in dettato diverso, ma ne amplifica la sinfonia, la significanza con accenti di estrema attualità. In questo senso Caronia può perfino essere considerato poeta postmoderno.

Ma il mio scritto non ha intenzione di avventurarsi in teorizzazioni storico letterarie, vuole semplicemente dare testimonianza di un’opera che nasce da impatti violenti e ne sa cogliere le valenze necessarie per diventare parola pregna di antichi codici e avviata verso l’avventura del futuro.

Caronia, lo so, non s’illude di avere scritto né un’altra Commedia né un’altra Gerusalemme liberata, ma sa anche che la poesia intrisa di valori umani resta nell’immaginario e s’imprime e genera furori e desideri di andare oltre il proprio limite. In ciò egli dimostra d’essere leopardiano (un leopardiano passato nel fuoco candido e chiaro del rondismo) a pieno titolo, e dimostra di aver saputo fare tesoro del suo esercizio critico per individuare l’asse portante delle ragioni della poesia.

Sia chiaro però che il libro è un canzoniere amoroso con improvvisi labirinti, con curve scoscese, con deserti che si dissolvono e con abbracci mancati che portano in un clima disperato. Si avverte che l’anima del poeta nella esacerbazione non si contorce, ma s’avvita su se stessa e mormora acuto dolore, ansietà, rimuginare di clessidre fatte a pezzi. Al fondo di tutto c’è Madama Nostalgia, anche se non è una nostalgia piagata, frantumata e derelitta. Caronia non nasconde il suo bisogno di colloquio, la sua necessità di trovare, attraverso la poesia, una interlocutrice che possa esaudire la sua avidità di cielo. Un cielo aperto, stellato, un’azzurra distesa di “gelsomini d’Arabia” che possano resuscitare odori e sapori dell’infanzia.

In fondo in questi versi c’è l’infanzia con i suoi stupori e perfino con i suoi traumi, ed è per questo che grondano di quella doverosa incompiutezza del sentire che tende a trovare la strada dell’imponderabile. Il poeta arde d’inconsapevolezza, avrebbe detto Ungaretti, e sembra voglia dirci di stare attenti a non sciupare ciò che ci è appartenuto, a non farne “una stucchevole estranea” per evitare di cadere nel vuoto dell’uniformità.

La poesia di questo critico e narratore ha la sostanza di una vita che ha rasentato i margini del grande viale, ma non ha saputo e voluto entrare in lizza per una maratona faticosa. Però qua e là luccicano perle che illuminano una speranza maltrattata ma mai arresa alla morte. Ed è ciò che conta, soprattutto per lui che finalmente si è deciso a mostrare graffi, lacerazioni e ferite, oltre che gaudi e giubili intravisti e non goduti, per dirsi e per dirci che le parole hanno una voce ampia e duratura e non perdono la loro energia neppure quando per anni sono state sotterrate e sottratte all’ossigeno.

Ecco, dal fondo degli invisibili echi che popolano l’abisso, ci arrivano le parole di Sabino per avvertirci che mai niente va perduto se sapremo difendere la nostra integrità sia nel dolore e sia nella gioia. Ma soprattutto davanti alla grazia dell’incanto che potremo percepire sempre se sapremo entrare nella luce dell’anima privi di pregiudizi, anche se ancora si ostina (i poeti ci guazzano nelle contraddizioni!) a tenere “chiusa la porta di casa / di fronte all’invadenza delle stelle”, agnizione senza riserve a quel dio della poesia che si chiama Federico Garcia Lorca.

Dante Maffia

 

A Giove Anxur 

 

Ritornare da te fanciullo eterno

che siedi sopra il monte a Terracina

e come Orfeo disceso nell’inferno

rinascere in un’ansia di mattina.

 

Se il tuo stupendo volto adolescente

in questo specchio magico è riflesso

anche vive nell’anima dolente

racchiuso nel profondo di me stesso.

 

Sei campo neutro, terra di nessuno,

paradiso perduto ove tornare

vorrei per sempre a rivedere il sole,

 

acqua materna ove è dolce annegare,

cancellare il molteplice nell’uno,

risolversi in un gioco di parole.

 

Camarina

 

Più non portano in dono le sirene

perle rosate e rami di corallo,

fredda è la primavera e a mio favore

non ho il verde sorriso dei tuoi occhi,

le ninfe son partite e solo resta

il rimpianto del passo che innamora.

 

La stanza

 

Altra cosa non chiedo dalla vita

che una stanza per me dentro al tuo cuore,

povera, niente lusso, ma pulita,

poco spazio mi basta e poco amore.

Un oceano di stanze interminato

è l’immenso palazzo del tuo cuore,

non lasciarmi di fuori col passato,

non chiudere la porta al mio dolore.

 

 

Sabino Caronia, ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea dell’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata con cui ha pubblicato Gli specchi di Borges. Ha pubblicato le raccolte di saggi L'usignolo di Orfeo e Il gelsomino d’Arabia ed i romanzi L'ultima estate di Moro, Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi  e La cupa dell’acqua chiara.  Ha curato i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura e Licy e il Gattopardo. Membro dell'Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, è autore di numerosi profili di narratori italiani, collabora con autorevoli riviste e con alcuni giornali, tra cui L’Osservatore Romano e Liberal.

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