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Introduzione di Alberto Toni a Nelle tue stanze di Marzia Spinelli

 

Collezione di quaderni di poesia “Le gemme” n. 6 anno 2012 (Ed. Progetto Cultura)  

 

ISBN 978 88 6092-497-1

Dopo l’esordio con Fare e disfare del 2009, da Lietocolle, la poesia di Marzia Spinelli trova una nuova ragion

d’essere in questa raccolta, Nelle tue stanze, tutta incentrata sulla figura della madre scomparsa. “Nella tana d’infanzia / mi rintraccia la memoria”, scrive l’autrice nel testo di apertura, e già varchiamo la dimensione del ricordo in cui bisogna entrare. Ma è la memoria che viene a cercare il poeta, perché alla memoria non ci si può sottrarre. Rispetto a Fare e disfare, qui si assiste a un continuo assedio di un unico ricordo, che si stempera e si riverbera in una compostezza che evoca figure, luoghi, nel tentativo di ridare un nome a ciò che è stato e si è vissuto. “In una folla nostra di vivi e morti / da animare e placare”: è “l’enigma del Tempo” di cui parla Borges in una delle tre epigrafi poste in apertura. Un tempo che non è più, eppure ancora consuma e sfibra, perché costringe a fare i conti con la propria identità, il non detto, la pena per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Ed ecco, tra i versi delle altre due citazioni illuminanti, da Pasolini e Shakespeare, “Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore…” e “…Tu sei di tua madre lo specchio, / ed ella in te rivive…”, troviamo il senso dell’intreccio che anima l’intero lavoro: ricucire, riannodare i fili del passato per poter vivere il presente: “Forse la vita tutta avresti voluto / ancora dirmi, lasciarmi / tutto compiuto e darmi pace”. La storia tra madre e figlia è fatta di verità “chiuse come urna” nel segreto di una stanza che diventa centro di tutto. La vita poi ritrova coincidenze, come in Negozio di pietre, ma “solo per me la coincidenza”, perché l’immagine, sempre la stessa, della madre ritorna in ogni luogo, in ogni istante. Al posto della presenza viva, però, restano gli oggetti, “clone di vita su oggetti, contano / loro ormai”, nella scoperta che il Tempo “è semina”, e che se da un lato garantisce un conforto, fa da antidoto al buio e al vuoto, dall’altro apre dolorosamente squarci di esistenza, di un’esistenza vissuta insieme, specchio del sé, amore e fatica nella vecchiaia. “In sogno scopro felice che sei viva, / ma l’abbraccio non ha presa”: torna sempre e si amplifica la visione, e come avviene per l’Enea virgiliano con il padre Anchise, anche in questo caso l’abbraccio è pura illusione, l’ombra sfugge all’incontro; chi rimane deve così rinunciare, confrontarsi in un dialogo serrato con un’assenza- presenza, ma nel contempo ha il compito di proseguire, “risponde il corpo che formicola”. Allora, nel silenzio dove “frastuona la memoria”, l’unica cosa che resta da fare è cercare le parole. “Distillo parole”, nella consapevolezza che per poter dire occorre sottrarre, setacciare, ripararsi dall’inessenziale. Intravediamo luoghi e storie dell’infanzia che sembrano ormai lontani come sfumati, anche questi imprendibili: “Siede il Novecento / su la tua schiena curva/ di superstite”, nell’ascolto del Tempo, “solo il suono d’una distanza”. “È il volto mio o il tuo?”, si chiede l’autrice, in un gioco perdurante di specchi in cui l’identità si riannoda sulla tela del ricordo. “Sempre sarà il suono/ nelle tue stanze / e la tua voce”. La presenza non si cancella mai, perché “Là cresce una radice”, l’origine da far rivivere, che è pure canto e poesia. Nella raccolta di Marzia Spinelli la realtà si ricompone nella misura certa del verso, nel rigore che non scade mai nel patetismo, anzi ricrea da lontano, come è giusto che sia, il pathos di un amore irrimediabilmente perduto. Perché il tema è difficile, ma assolutamente ben risolto.

Alberto Toni

 

IV

mi parlerai delle stesse cose

con l’andatura d’un salto lucido

da un ricordo all’incombenza

che mi davi per il giorno dopo,

un esercizio avviato a tarda sera,

come volessi, prima di notte,

cancellare la solitudine del giorno.

Ero il tuo mezzo immaginario,

o le tue gambe non più buone.

Ero il viadotto deserto

cui minuscola e solenne chiedevi

un’ora solo tua

in una folla nostra di vivi e morti

da animare e placare

e decifrare insieme il battito del Tempo, 

ostaggio di sbalzi e cadute,

forse un elettrocardiogramma la vecchiaia, 

forse la vita tutta avresti voluto

ancora dirmi, lasciarmi

tutto compiuto e darmi pace.

 

 

V

se è il giorno o la notte fa lo stesso 

l’autunno di adesso m’ha fermata 

alla tua ultima estate

 

fisso a quel nulla il tuo orologio 

continua a chiedermi che ora è ...

 

dormivi poggiata su un meccanico mistero

 

una terra bianca

di cui progettavi, 

raccomandavi cenere di verità̀.

 

 

VII 

le stanze da te abitate,
le mura solide aprivi al giorno
e firmavi il tuo sigillo alla notte,
ma seduta ti trovavo,
tra le carte disordinate di casa,
i panni stesi al frastuono di fuori,
eri fanciulla con un balzo d’atleta
per dissetare e nutrire il mio passaggio, 

allineavi vetri d’acqua, vino e liquori, 

fino a casa durava
l’odore del cibo
traslocava e consumava
una fatica storica d’amore,
era un amore sbriciolato
il giorno dopo,
buono per un altro pasto,
spariva d’improvviso, si buttava
la carta, l’involucro, il nastro
troppo stretto il nodo bisognava tagliarlo. 

 

Marzia Spinelli è nata a Roma nel 1957 dove vive e lavora. È stata tra i fondatori e redattrice della rivista Línfera. Attualmente fa parte della redazione di Fiori del male e Polimnia. In passato ha collaborato con articoli e testi in prosa ad altre riviste di arte e letteratura, tra cui Omero, La bottega del restauro, Frontiera. Suoi testi poetici sono presenti in varie antologie edite da Bagatto, LietoColle, Lepisma, Aletti, ArteScrittura e alcuni tradotti e inse- riti nella rivista rumena Conta. Nel 2009 ha pubblicato il libro di poesie Fare e disfare (LietoColle Editore).

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