Alessandro Melia
Dormono i nomi
(Arcipelago itaca 2026)

Si può dire che una raccolta di poesia è poetica? Secondo me, provocatoriamente, questa tautologia è necessaria come non mai nell’attuale momento storico, in cui leggiamo troppi versi approssimativi nella forma, senza musica interna alla parola, privi di evocatività, di peculiarità rispetto alla prosa, oppure, viceversa, troviamo opere all’insegna di arditi giochi linguistici astrusamente incomprensibili al senso comune, costruiti – pare – per essere super ermetici per principio, come se la mancanza di comunicazione col lettore fosse un pregio, un valore da ricercare ad ogni costo. Ebbene, Dormono i nomi, prima opera di Alessandro Melia è un bellissimo attuale libro di poesia, nella forma e nella sostanza. Poesia di emotività coinvolgente, quindi lirica, ma di un lirismo… filosofico (e non è un ossimoro!), perché tratta del tempo umano, della morte, del dolore, insomma dei problemi esistenziali ineludibili per tutti, sempre che non si scelga di vivere con la testa nella sabbia per non vedere, per non sapere, per non pensare.
Il tema prioritario è la morte dei genitori, delle persone più care, di cui quindi restano le cose, lasciti di memorie anche quotidiane, persino banali, ormai insensate senza la presenza di chi dava loro vita e significato concreto, ormai ridotte a tangibile occasione di un dolore universale che, proprio attraverso gli oggetti, si concretizza in modo personale, unico, e si rinnova di giorno in giorno senza remissione. Ho parlato di un dolore, quello dell’autore, che si fa meditazione filosofica, in quanto mi pare che sia un dolore che supera il personale, non ha nessun accanimento disperato contro il destino o contro le circostanze, nessun gesto clamoroso di manifesto strazio. La riflessione è pacata, dolente ma composta, garbata, è la riflessione di chi ha imparato le lezioni dei filosofi antichi, i nostri, greco-latini, sulle sorti delle umane genti di scuola stoico-epicurea: Epitteto, Marco Aurelio, Seneca.
Direi che il poeta Melia ha appreso soprattutto dalla saggezza dei grandi poeti latini: il triste conforto del carpe diem nelle Odi di Orazio a Leuconoe, minime credula postero (die) [Odi I.11] perché fuggono gli anni e non solo per Postumio, ma per tutti i mortali: Ehu fugaces, Postume, Postume, labuntur anni… [Odi II.14]. Da poeta a poeta la solidarietà e la consonanza si fanno messaggio allargato. Ma è nella pietas di Virgilio nei confronti delle sorti dell’umanità dei singoli individui, come di società, di mondi culturali, civiltà intere che soggiacciono alla distruzione delle guerre, o anche solo del tempo, che trovo a distanza di millenni una somiglianza con la spiritualità sofferta e pensosa di Melia. È una cosa questa che mi rasserena e mi conforta, perché è riprova che non tutto porta via il tempo. La poesia e il pensiero umano possono restare affratellati nei secoli, nei millenni, maglie di una stessa inesauribile catena dorata, quella della poesia appunto, e i riferimenti, le connessioni importanti permangono, anzi procedono nei tempi. Certo le forme espositive cambiano e le poesia di Melia hanno la brevità sintetica della nostra contemporaneità, nella fulmineità di metafore suggestive, per chi legge, evocative, nella musica di versi dalla scansione perfettamente equilibrata con poche meditate rime, per evitare l’effetto filastrocca, ma con le frequenti assonanze di figure fonetiche.
Insomma, è un’opera prima pregevole, che personalmente ho molto apprezzato.
Per un assaggio concreto della silloge, termino con alcune liriche di grande limpidezza formale e, nella semplicità, di grande profondità comunicativa:
Sono al centro del mio dolore
nel punto esatto dove la vita
lascia il posto all'oscurità.
Per un momento ancora
tutto è immobile, quieto,
in sottofondo sento l'eco di voci della vita passata
così mi aspetto di tornare da loro
anche io siederò su questa sedia vuota
e svanirò insieme alla mia ombra.
*
L’orologio, la penna, il quaderno,
le scarpe, la cinta, gli occhiali
non muoiono davvero
fanno finta di morire
come scarti di un passato che non passa
vivono passandoci il dolore
di chi abbiamo amato.
*
Foglia
Quando una foglia si stacca
dal ramo e precipita a terra
so che non resterà un’ombra
di me.
*
Mia madre è morta in un istante
il tempo di cadere e già non era più.
Io non sapevo cosa fare
sono rimasto fermo a osservare
a gridare Mamma!
Lei però non poteva più sentire
veleggiava già lontano
mentre io mi inabissavo.
*
Ricorda di divertirti
mi hai detto prima di morire.
Va bene ma
dammi tempo
aspetta che smetta di soffrire.
*
lo scrivo pensando
ma la penna non sempre
segue il mio pensiero
a volte scava il suo sentiero
nell’alveo di un pensiero
non più mio, di qualcun altro.
Così io leggo e mi ritraggo.
*
a Pierluigi Cappello
Innaffiare una parola
coltivarla con amore
osservarla crescere
vederla prendere il largo
affrontare con coraggio
la forza dei mari e dei venti
tenerla sempre a mente
ripararla se dovesse servire
custodirla come bene prezioso
da tramandare dopo la morte
Essere fieri di tutto questo.
