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Alessio Vailati
La mappa del dolore
(Il ramo e la foglia 2025)

 

Mi ha favorevolmente colpito il libro di Alessio Vailati, La mappa del dolore, per la chiarezza delle motivazioni sottese alla composizione dell’opera. Non è infatti semplicemente una silloge di poesia lirica, ma si tratta di struttura articolata e complessa, in quanto comporta una decompartimentazione fra le arti, affiancando quella visiva della fotografia all’arte auditiva della poesia (possibilmente la vedrei letta ad alta voce e collegialmente). L’una forma artistica unita all’altra comporta una progressione del sentire non aritmetica (uno + uno) ma geometrica nel coinvolgimento del lettore, perché l’implicazione dapprima nasce puramente emotiva, poi sentimentale (complesso di emozioni cerebralmente ordinate), poi di riflessione mentale: il massimo che un autore possa augurarsi da un libro di poesia.

In secondo luogo mi ha colpito l’originalità dell’architettura dell’opera: trenta fotografie importanti, premi Pulitzer tratti dagli anni 1944 – 2017, danno l’avvio a una poesia iniziale che descrive ad una ad una le foto in tutta la loro drammaticità, ma poi ogni fotografia dà origine ad altri sei testi poetici caratterizzati sempre da elementi descrittivi della stessa foto, che però sembrano animarsi e prendere vita grazie al movimento psicologico suggerito dall’autore in chi guarda. Si resta totalmente coinvolti dalla pena o dall’orrore o, comunque, dalla forte ondata sentimentale che dalla foto deriva, da entrare quasi noi stessi, come veri protagonisti, nel paesaggio e negli elementi della scena fotografica, come se il lettore diventasse parte appunto dell’evento.

Il nostro lato umano, nel percorso ormai reso disumano dagli eventi, diventa, oltre che una documentazione viva che resta, un’accusa agli orrori di una violenza inammissibile in vari punti del nostro pianeta attraverso gli ultimi settant’anni. È un esempio, quello di Vailati, di poesia civile che ci porta a riflettere, umanamente e filosoficamente, ma è anche un messaggio attuale, fondamentale da un punto di vista estetico: l’autore, come accennavo all’inizio, propugna l’importanza della commistione tra le forme artistiche (qui fotografia e poesia), per me quanto mai rilevante ai nostri giorni.

La guida oggi per le nostre emozioni quindi non è solo la fotografia nuda e cruda, pur premiata per un’immediatezza e per una forma di documentazione clamorosamente e artisticamente emotiva (Premio Pulitzer!), ma la commozione, il turbamento e la successiva riflessione si sviluppano in noi, in progressione appunto, grazie alla poesia che si fa interprete di un disagio collettivo che non è più solo quello di Alessio Vailati: nella poesia civile, quando questa è riuscita, il singolo poeta si fa vate, cioè interprete per altri – magari non più nel senso letterale di artista animato da spirito profetico – ma certo di artista che coglie in modo particolarmente acuto e vitale ciò che vale la pena di non essere dimenticato e altri non riescono a comunicare. Questo è il ruolo del poeta-vate già per Platone nel Fedro: cioè il tramite tra Mnemosine, dea della memoria storica e madre delle Muse, e il mondo della gente comune. In questo senso per noi oggi Vailati si fa vate e già Platone nel 428 a.C. ne aveva capito il ruolo educativo e culturale fondamentale.

 

Tra le trenta foto, ho scelto la più conosciuta da tutti: il premio Pulitzer 1973, La ragazza di Trangbang, del fotografo vietnamita, ora cittadino statunitense, Nick Ut.

 

La ragazza di Trangbang, Nick Ur 1973

 

Nel cielo c’è un ronzante sciame in volo,

come insetti che tracciano comete:

si incendia l’aria, è affumicato il suolo

sotto il tempio di Cao Dai. Lì si sente

un acre odore. Un gruppo all’orizzonte

cammina sulla strada: una bambina

fra gli altri in pianto – è nuda – traccia impronte

di umanità ferita. Si avvicina

in fondo un grumo denso di dolore:

unisce ancora nella stessa sorte

dura e ostile chi sempre con ardore

gli resiste, anche a spregio della morte.

 

I.

La squadriglia miete nuvole

nella messe d’aria, lungo scie

bianche, con un boato al sole

stinge l’azzurro in una cupa

nube velenosa. Avvampa

di polistirene, si incendia

nelle vene l’orizzonte

dentro a un fuoco distruttore.

 

II.

Era caldo, era caldo, sentiva

il calore dall’ aria scendere

nel corpo come un’arsura

che prosciuga i pori della pelle

con la sua bocca mai sazia

incendiata di fumo e cenere.

Era caldo, era caldo e intorno

tutto avvampa e scioglie come cera

alberi e prati e templi e case

e carne.

 

III.

Il villaggio è investito

dal vapore nero: una vampa acre

e pungente allarga il suo volume

ustiona. E una fuga di ombre si staglia

sulla strada, sagome urlanti.

La donna, in braccio il bambino,

lo porge a mostrare quell’ustione

irreversibile e mortale.

 

IV.

Intorno a Trangbang c’è guerra

e dentro vi fiorisce il tempio

dell’occhio indurito nel triangolo

come incastonato quasi gemma

in profetiche visioni. E il fumo

segue cosi il boato, il napalm

che tinge il cielo di un cinereo

squarcio dove rapida si infila

la forza distruttiva.

 

V.

La fuga sul rettilineo

bordato da prati ingrigiti,

l’avvicina veloce più dietro

avanzando con una massa bigia

il fumo mortifero di gelatina

del napalm. Il corteo sciorina

volti sagome sbozzate nell’ aria

con l’espressione che varia

da meno limpida a più atroce.

 

VI.

Le mani sono aperte in un volo

appena reciso al suo spiccare,

un volo rovesciato che appare

nel ripiegare dei lembi

sottili espressivi dei labbri.

E questa piaga, questa ferita

che ha bruciato le vesti

ora grida e in aria si libra

come un rapace – brutale –

incisa nella storia.

 

Dopo la prima poesia, descrittiva in sintesi della fotografia, i sei testi evocano quasi in un crescendo musicale gli effetti delle bombe al napalm sul villaggio vietnamita. Le distruzioni  sono colte, oltre che fotograficamente, in modo quasi psicologico nei singoli effetti sul terreno, sugli antichi templi, sulle costruzioni-case, sulla carne dell’uomo, che si scioglie come cera al mostruoso calore. Nelle poesie centrali (III – IV – V) il rapporto di causa-effetto è infatti dominante: il vapore nero, mortale,  causa la fine per ustione totale. Il corpo sparisce, come se non fosse  mai nato, mai esistito. L’orrore causato dalla forza distruttiva dell’uomo cozza contro ogni filosofia, ogni religione orientale, che parlerebbe di armonia, di naturalità, di atarassia, di pace. Le religioni del Buddismo, del Taoismo, soccombono sotto la violenza umana che sembra spazzare via anche la forza delle idee, del pensiero di una civiltà di migliaia di anni.

E al termine l’ultima poesia, la sesta, che interpreta la famosa fotografia del 1973 e si focalizza sulla piccola protagonista. La bambina  con le mani aperte in una danza macabra, un volo reciso, implume nella sua nudità ferita – come un uccellino senza più ali – diventa simbolo di ogni innocenza offesa: è ogni Abele del mondo annientato da Caino. Il grido di questa bocca – abisso nero, urlante di dolore e di paura, che riempie mezzo volto – viene percepito non solo da tutti i dannati della terra, ma anche da tutti gli uomini di buona volontà e dai profeti disarmati che lottano contro iniquità e ingiustizie. Dalla foto il grido diventa corale e, grazie anche alla poesia di Vailati, globale diventa la ripulsa per le leggi del più forte nel coinvolgimento umano e civile da parte di chi legge.

Grande il premio Pulitzer 1973 ed encomiabile il merito del poeta civile che dà voce ad immagini reali e a chi non ha più né parola né pensiero.

 

 

 

 

 

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