Caterina Irene Lazzarini
Dialoghi mancati
(ilglomerulodisale 2026)

Mi è giunta per posta pochi giorni fa una plaquette, appena edita, di Caterina Irene Lazzarini. Studiosa di discipline classiche alla Scuola Normale Superiore, è docente, curatrice editoriale e vive a Firenze. Credo mi abbia inviato il suo lavoro per un caso fortunato: non ci siamo mai incontrate direttamente, ma collaborammo al volume Salto in alto per Alessandro Fo, lei come curatrice di redazione, io come autrice di una annotazione critica inserita in tale libro. Ora la sua plaquette poetica Dialoghi mancati è il numero 3 della nuova collana Occasionalmente, diretta appunto da Alessandro Fo per ilglomerulodisale edizioni, una maneggevole raccolta di quaderni di poesia contemporanea.
È stato un piacere dello spirito, per me, questa lettura, al punto che mi sento di condividerne il senso profondo con gli amici di Letture condivise per molti motivi. Certo mi lega a questa autrice sconosciuta una sintonia di base: una formazione classica, la sua ben più approfondita della mia, che si è talmente interiorizzata in noi dentro la mente e il cuore da farne intima parte, riferimento stabile al nostro vivere di oggi. È, credo, forma di una ‘umanità’ di base che senza tempo, senza età, diventa una filosofia di vita e un modo di considerare gli altri a noi vicini in modo ‘classico’, direi: forse con la pietas di Virgilio? Con i sentimenti ‘scoperti’ e perenni di Catullo? Con la naturale, elementare, quotidiana saggezza di Orazio, così semplice in fondo, ma così ardua da praticare nella mondanità dei tempi?
Da questo atteggiamento di base, fin dalle prime letture nasce istintiva, grazie alla poesia, una vicinanza tra persone sconosciute, un ‘idem sentire’ così raro da provare ai nostri giorni anche tra amici, o parenti, che addirittura stranisce di primo acchito, poi – come ho scritto all’autrice – porta a momenti di emozione: è una forma di riconoscimento, una vicinanza che viene da lontano, da tempi remoti, che l’amore comune per la poesia ripropone. Un miracolo della poesia, penso io.
Come avviene talora nel mondo antico, la poesia di Caterina ripropone un dialogo ideale tra al di qua e al di là, tra vivi, lei protagonista, e morti, la madre e molte persone care scomparse che continuano a sussistere in un presente cristallizzato dai ricordi, tra i sentimenti della vita passata, senza una separazione netta di stato, senza mondi divisivi, per dannazione o beatificazione, di tipo religioso.
Questo è il primo aspetto che mi ha colpito. L’altro, commovente, è la tenerezza, la freschezza, l’attualità con cui nelle cose più semplici del vivere comune l’autrice fa rivivere le persone andate che tornano in un’esistenza sulla carta, quindi potenzialmente eterna. La parola poetica, altro miracolo della scrittura, riporta vita, amicizia, calore, affetti, vincendo la contingenza del tempo. Grazie alle parole di Caterina, le persone che ha amato hanno vinto la morte in qualche modo.
I personaggi che rivivono sono in effetti vitali e reali: non sono, come nell’Antologia di Spoon River, persone che creano il loro epitaffio sintetizzando, quasi per la lapide, il nucleo della loro vita e/o l’occasione della propria dipartita. Non sono, le persone care a Caterina, dei monumenti funebri, ma continuano, in lei che parla, a mantenere la propria concretezza in una quotidianità che rende immutabili ed eterni peculiarità di vita e di carattere. Come per esempio
è il caso di:
Loretta F., amica per sempre
Per lei non esiste un fermo-immagine,
che la fissi a una pagina, il suo posto
preciso tra gli affetti, come foto
chiuse, per sempre, in un unico scatto
e in un tempo-non tempo, irreparabile.
È come fosse ancora là, a due passi
da mc, di là dall'uscio
che ci separa, e ride,
ride della sua risata franca,
la massa di capelli bruni
intatta. Bella, di una bellezza antica
a lungo stelo, che non dà spazio al vanto,
tanto regna, sola, dall'alto.
Sempre sicura
senza bisogno di arroganza,
sempre lieve e sollecita agli amici
come ai suoi cari.
Donna di scienza, come disse il nipote
tanto amato; donna capace
di vita, di sorrisi, e ferma, bussola per tanti.
Controcorrente sempre, madre arcaica
come arcaico è il respiro,
il primo filo che ci lega al mondo.
Sempre “giusta”, come le piaceva
dire di sé, celiando sugli oroscopi,
precisa nel rimettere la vita
a tempo, come fosse un orologio,
di cui padroneggiava i meccanismi.
Cerco da allora di aprire quella porta
invano, per farla rientrare. Mio peccato,
intanto, il non poterle dire ancora
quanto e ogni giorno più mi manca.
O di:
Paolo C, collega di Filosofia
Porto di nebbie il tuo paesaggio,
l’eterno impermeabile alla Marlowe,
che amavi, come il fumo che danzava
in cerchi morbidi dalle tue due dita
e non mentivi: non sarebbe stata
l’ultima, mai, quella tua sigaretta.
Erano loro le compagne dei tuoi giorni
le tue “silurette” seduttive,
a mitigare la tua malinconia: troppo «sterpigno»,
come amavi dire
di te, troppo legato alle tue origini
di terra (la malta che tuo padre aveva usato
mattone su mattone per la casa),
per concederti un lusso,
fosse anche solo quello
di piangere i tuoi morti.
Eri ragazzo quando il calcio
era di tutti, erano poveri i suoi eroi,
mentre il ciclismo era fatica, e intanto
s’imparavano il jazz, la coca-cola, il fumo,
i mitici cappelli all’Humphrey Bogart.
Ma tu non eri divo, non volevi,
e i tuoi capelli bianchi, non curati,
li mostravi così, un po’ scomposti,
senza tesa a coprirli, né riparo,
come a serbare un gesto giovane.
Ti rivedo com’eri, in bianco e nero,
come in un film con Jean Gabin.
Mi ha detto, chi è stato a visitarti,
che dal tuo posto in cima alla collina
si vede
la tua casa di pietra e di lontano
anche Firenze.
Ma stormi di studenti
ti portano lontano per il mondo e tutti
hanno trovato il volo grazie a te.
Da questi Dialoghi mancati riprendono corpo i sentimenti, le forme comportamentali. Tutto questo resta: grazie alla poesia di Caterina non omnis moriar, si può non morire del tutto. E non è un conforto questo, per chi resta?
Ma non tutti sono Dialoghi mancati: ci sono dialoghi effettivi, con l’amata mamma che lavorava la lana e con l’arcolaio, insieme alla figlia, da matasse preparava i gomitoli di lana per i futuri maglioni invernali. Riporto con emozione la conclusione di questo ultimo dialogo con la mamma amata, di grande profondità e lirismo e poi la sorprendente chiusa: appare il figlio di Caterina, Lorenzo, che con un breve colloquio, reale questa volta, la riporta alla vita non sapendo, nei suoi verdi anni, che il presente può farsi tutt’uno con la memoria e che passato e presente, nella mente e nel cuore, possono essere coincidenti.
CATERINA
Lo vedi? cadono lievi come petali
a uno a uno quanti ho amato cari,
pianto di fiori violati dall’aratro.
Tanti oramai che ne potrei formare
la mia privata corona del rosario,
ma non so più pregare,
e non lo voglio.
«Quando i mattoni di cui era composta
la tua casa ideale – così scriveva
un giovane mio amico –
son venuti a staccarsi da quel muro
che ti delimitava l’orizzonte,
allora è tempo di partire
anche per te». Pensava
al suo soggiorno a Pisa
ormai concluso (e che pareva eterno).
Ma, sotto alla metafora,
è la vita
che in realtà si cela (e non lo sa):
lo capirà fra trent’anni anche lui.
Persino la nascita di Marco mi ha gettata
in un groviglio fitto di emozioni,
perché ha sancito irreparabilmente
la nostra muta e ovvia impersistenza.
Ti ho già detto che sono dannata?
MAMMA
In troppi fili annodi il tuo pensiero
e vuoi dare parole al non dicibile.
Guarda le foglie: lascia che disperdano
i tuoi affanni al vento, in lieve turbine,
così come negli Inferi leggera
svaniva la sentenza di Sibilla.
E non ti chiedere come sarà il domani:
c’è ancora lana per le nostre mani.
Hai finito il gomitolo stasera?
*
Lorenzo a Caterina–mamma
– Tu stai troppo coi vecchi: non è il tempo –
mi diceva Lorenzo
– ché c’è un tempo per tutto e il tuo verrà.
Verde di vita acerba non sapeva
che con chi ami e sai prossimo a partire
respiri forte un po’ d'eternità.
Marvi del Pozzo
