Cristina Campo

Cristina Campo - pseudonimo di Vittoria GuerriniÂ
(Bologna 28 aprile 1923 – Roma 10 gennaio 1977)
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Padre Guido Guerrini, musicista e compositore di Faenza. Madre Emilia Putti, sorella di Vittorio Putti, celebre chirurgo ortopedico. Nasce con malformazione cardiaca, non può seguire studi regolari. I primi anni li passa nel Parco dell’Ospedale Rizzoli di Bologna presso la residenza dello zio Vittorio che viveva lì. A  Firenze Cristina conosce il germanista Bul Leone Traverso, suo amore importante, Mario Luzi e Margherita Pieracci Harwell, grande amica, che curerà poi le sue opere più importanti, postume. Starà a Firenze fino al ’55.
Natura solitaria, quasi anacoreta, è indifferente all’ambizione e al mercato letterario. Ha un garbo mondano, la grazia squisita e inafferrabile di una signora italiana del Rinascimento [sono parole di Pietro Citati]. Non ha bisogno di rassicurazioni all’esterno. Non è omologata, la conferma la trova in sé, le sue parole sono pregnanti, cercandone in effetti il significato profondo, rifugge dal superfluo e dalle ovvietà . Aristocraticamente molto isolata, non ha la smania dello scrivere. Traduttrice di Katherine Mansfield, Virginia Woolf, John Donne, Emily Dickinson (traduzione non sistematica, ma solo in parte, dove la porta il gusto personale). Predilige Hugo von Hofmannsthal e Simone Weil. Scrive pochissimo e dice che vorrebbe scrivere ancora meno.
Dal ’55 è a Roma. Il padre è chiamato a dirigere il Conservatorio di Santa Cecilia; lì conosce Maria Zambrano e Corrado Alvaro. Nel ’59 l’incontro sentimentale con Elémire Zolla, con cui convisse fino alla morte di lei nel ’77 (anche se il rapporto amoroso era finito molto prima). Rapporto difficile perché lui era sposato, poi separato, poi divorziato. Aveva sposato, dopo dieci anni di fidanzamento, Maria Luisa Spaziani, poetessa, ma si lasciarono quasi subito per l’incontro con la Campo. Dopo la morte di Cristina nel ’77, nell’80 Elémire sposò Grazia Marchianò, orientalista, docente ordinaria di Estetica all’Università di Siena, donna bellissima e di grande intelligenza. Zolla, come Cristina Campo, era spirito originale, strano, inquietante: erano menti temerarie, attirate da conoscenze ampie e poco omologabili, da mondi fisici e metafisici, da commistioni tra Oriente e Occidente, sempre senza confini, all’insegna dell’Armonia, della Bellezza, delle meditazioni illimitate sotto ogni cielo, votate all’ispirazione creativa, al risveglio delle potenze interiori. Furono definiti con una bella metafora, raccoglitori di scintille, entrambi, capaci di suscitarle nel cuore, il loro e quello altrui. Il dialogo tra Oriente e Occidente è uno degli obiettivi focali, ma risultano poco trasferibili, difficili, le loro ricerche filosofiche, umane, culturali, religiose, esperienze quasi mistiche. Per tornare a Cristina Campo, è molto difficile seguire i suoi discorsi scritti, è oscura, criptica, con una prosa raffinata, forse troppo. Sicuramente elitaria. È arduo seguirla nelle sue disquisizioni, ma è molto affascinante.
Ho detto che scrive poco, Cristina. Le sue tre raccolte contengono pochi testi. La prima è del ’56, Passo d’addio: sono solo undici poesie. Quadernetto ne ha sei, le Poesie sparse sono tredici. Anche con Mario Luzi, di cui frequentò il Cenacolo, ebbe un amore tempestoso, sfrenato e condannato, come è stato detto da Margherita Dalmati, ma il grande amore della sua vita fu un altro, un legame impossibile, perché lui non era solo suo, appunto Zolla. Ne parla in Moriremo lontani.
Nell’ultimo decennio di vita si autoemarginò dalla scena culturale, sempre più incline a tematiche filosofiche e di spiritualità . Diventò cattolica fervente ma anticonciliare: tradizionalista, ortodossa, a favore del rito tridentino della messa in latino, del canto gregoriano, contro i canti e balli dei riti nuovi. Alla fine si avvicinò al Collegium Russicum, ai riti bizantini della chiesa ortodossa e alle chiese romane del rito greco-orientale, più vicine alla sua spiritualità (devota di Lefèvre). È morta a Roma a cinquantatré anni nel 1977 per scompenso cardiaco, assistita dal suo amato Elémire Zolla.
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Saggi:
Gli imperdonabili                                                                 Adelphi 1987
Sotto falso nome                                                                  Adelphi 1998            Â
(argomenti vari: saggi, arte, letteratura, filosofia religiosa)
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Epistolari:
Lettere a un amico lontano                                                  Scheiwiller 1989
L’infinito nel finito – lettere a Piero Polito                         Via del vento 1998
Lettere a Mita, a cura di Margherita Pieracci Harwell       Adelphi 1999
Caro Bul, lettere a Leone Traverso                                      Adelphi 2007
Se tu fossi qui, lettere a Maria Zambrano                            Archinto 2009
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In sintesi, sia Cristina Campo sia Zolla sono intellettuali anomali, anticonformisti. Amici di Patrick Modiano, Guido Ceronetti, Pietro Citati, Sergio Quinzio, Giuseppe Sermonti, sono personaggi in vista, di cui si parla nonostante la grande riservatezza che rasenta spesso il voluto isolamento, ammirati e criticati per lo stile personale e il raffinato estetico modo di vivere. Vicino, soprattutto Zolla che visse ben venticinque anni più della Campo, a un certo gruppo dell’Adelphi, Calasso e Quinzio soprattutto, i due d’altro canto furono criticati, anzi osteggiati, per essere aristocratici del sapere, ricercatori di antiche saggezze, in una strategia di intellettuale moderno, elitario, collezionista, esteta, divulgatore di armonia e bellezza. Ma, viceversa, il loro spirito di élite li ha portati vicino ai pensatori New Age e post-moderni, tant’è che la loro contemporaneità ha fatto sì che l’Adelphi abbia pubblicato postumi i libri con i lavori della Campo, accorpando articoli, saggi spiccioli, interventi e interviste giornalistiche, per riuscire a pubblicare dei libri da limitati vari lavori, estratti da varie parti, visto il poco che la Campo produceva.
Il suo libro di poesie Adelphi del 1991, ripubblicato nel 2007, La tigre Assenza, contempla le sue poche liriche (trenta in totale in tre raccolte), ma le affianca alle sue traduzioni (poche) di poeti vari dall’inglese e dal tedesco. Sono sue scelte disparate, non c’è ordine logico: solo testi sparsi, in base a nessun criterio se non al gusto del momento e a qualche suo stimolo particolare, di cui nulla si dice. La raccolta di saggi più celebre della Campo, sempre di Adelphi 1987, quindi, come tutto il resto, postuma è  Gli imperdonabili. E’ un libro inclassificabile, indefinibile, inafferrabile come la perfezione cui tende, disse Ceronetti: si tratta di saggi su situazioni o su personaggi considerati dalla società dei colti, degli intellettuali in particolare, imperdonabili appunto, perché strani, diversi dalla norma, dalla generalità , alla ricerca non del comune ma dell’arte perfetta, dei concetti del bello, del giusto, del vero. Conclude questo saggio breve la frase: Dice Marianne Moore di un eminente poeta di oggi nella sua opera, visto che è rimbrottato per la sua arte perfetta ed è continuamente picchiato, come il cane di Coriolano, altrettanto spesso perché abbaia quando è tenuto, proprio perché lo faccia.
 È difficile cercare di trasferirvi il mondo di Cristina Campo: è talora vago e indistinto anche per me: l’ultima cosa, prima di passare alla lettura delle poesie – per me forse la più chiara – proviene da un’intervista riportata nel libro Sotto falso nome, Adelphi 1998. Alla domanda se non rischia, insistendo sui pregi formali, di svantaggiare il contenuto nella sua scrittura. Lei risponde:
Figura e idea, forma e sostanza, non sono separabili. Lo stile non è un lusso, ma una necessità , perché la verità sieda in gloria, come dice Léon Bloy. Della forma non dovrebbe neppure parlarsi: è insita. Se se ne parla, vuol dire che non esiste più. Se c’è, se ne ha pudore di parlarne: è normale, come il proprio onore. Non ha senso parlare di scrittura aristocratica: o la si possiede o, purtroppo, i mezzi non esistono più.
Altra domanda: si dice che lei mira a esorcizzare le fiabe, i miti, puntando più sul linguaggio poetico del testo che sul significato degli stessi miti. È come volerli ridurre a bellezza. Che ne pensa?
Strana l’espressione ridurre a bellezza, ma non è proprio la bellezza ciò da cui si dovrebbe in arte necessariamente partire? Il mito di Persefone (Proserpina): un giacinto azzurro la attira nei regni sotterranei della conoscenza e del destino. Può chiamarsi esorcismo questo attrarre per mezzo di figure belle lo spirito che di certe cose oscure ha sempre avuto paura. Questo fanno i miti, questo è il compito della poesia. Bisogna cadere nel precipizio come Persefone, non guardare il giacinto da lontano. Se non capita al lettore di poesia di cadere nel precipizio, vuol dire che lo scrittore non ha scritto abbastanza bene o che i regni sotterranei non gradiscono quell’ospite. La parola, soprattutto quella poetica, è un tremendo pericolo per chi la adopera: di ciascuna dovremo rendere conto. Ma non si è ancora abbastanza forti da sopportare la bellezza che incute terrore, così come certi riti che parlano di morte – rigenerazione. Nei riti atavici o misterici o religiosi stanno i veri modelli, archetipi della poesia, come Dante dimostra da un capo all’altro della Commedia.
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Come tutti gli altri libri della Campo, è uscito postumo per Adelphi Sotto falso nome nel 1998 contenente saggi, recensioni, note, frammenti. In coda al libro un limpido saggio di Monica Farnetti, Le ricongiunte, apre qualche breve squarcio sull’atmosfera umbratile che circonda ancora questa autrice, che vive di lunghe penombre, ma dall’arcano fa giungere  parole profetiche e illuminate . Dice la Farnetti:
il suo pseudonimo stesso, Campo, – come scrive in una lettera a un amico – fa riferimento (perché resti impresso a lei e a tutti) ai campi di concentramento, i campi di dolore creati dagli uomini. Nel nome lungamente meditato e ricercato si esprime e si conserva una coerenza personale e si mantiene verosimilmente qualche legame col contenuto dell’esperienza.
E Monica Farnetti conclude:
Cristina Campo, col suo nome scelto, aspirava a far coincidere nei segni intorno a lei la figura e il senso, il significante e il significato, il ‘vaso d’oro’ e ‘il suo ignoto liquore’, affinché tutto, a cominciare dalla propria persona, annunciasse senza mediazione ciò che profondamente significava al di là di ciò che appariva essere, al di là del proprio stesso nome.
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Capirete tutti, quindi, che è la prosa di Cristina Campo che va soppesata e indagata, come del resto ho cercato di comunicare, non tanto le sue trenta poesie… Forse ha ragione lei, quando dice che poteva scriverne di meno. Non sono la parte saliente di lei, per questo ne riporto qui poche, comunque cariche di fascino e di arcana, elegiaca malinconia. Il mio invito (eccezionalmente) si spinge verso i saggi in prosa.Â
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Ora che capovolta è la clessidra,
che l'avvenire, questo caldo sole,
già mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritornerò senza dolore
a Bellosguardo: là posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un eterno rosa
vibravano le mani, denudate di fiori.
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Oscillante tra il fuoco degli uliveti,
brillava Ottobre antico, nuovo amore.
Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(già prossimi, già nostri, già lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole.
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*
Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce ottobre, e sui nidi.
Trema l’ultimo canto nelle altane
dove il sole era l’ombra e ombra il sole
tra gli affanni sopiti.
E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.
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*
Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l'ultimo gradino ...
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Ora è sparsa l'acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.
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T’ho barattato, amore, con parole.
Buio miele che odori
dentro i diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –
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ti riconoscerò dall'immortale
silenzio.
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*
Devota come un ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio
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su acutissime lamine
in bianca maglia d’ortiche
ti insegnerò, mia anima
questo passo d’addio.
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