Francesca Mannocchi
Crescere, la guerra
(Giulio Einaudi editore 2026)

Conoscevo Francesca Mannocchi come giovane giornalista free lance (è nata nel 1981), particolarmente impegnata nelle questioni internazionali, autrice di inchieste e di corrispondenze di guerra sia riguardanti La Turchia, la Lega araba, il Medioriente, sia l’invasione russa dell’Ucraina. Dal 2022 segue infatti, per conto de La 7 TV, le vicende di questa guerra e ne ha tratto un documentario, scritto con Daniele Mustica, che ha vinto nel 2025 il David di Donatello per il migliore documentario, appunto. Si chiama Lirica Ucraina ed è la documentazione delle atrocità belliche sulla base del diretto resoconto dei sopravvissuti.
Già in passato la Mannocchi si era occupata di questioni scottanti e aveva riportato premi giornalistici per inchieste sul traffico di migranti e sulle carceri libiche; nel 2018 il documentario effettuato col compagno, fotografo di guerra, Alessio Romenzi, Isis, tomorrow – prodotto in lingua arabo-irachena sui figli dei combattenti dell’Isis – fu presentato alla 75a Mostra cinematografica di Venezia.
Sapevo quindi dalle sue note biografiche quanto la Mannocchi coraggiosamente rispondesse all’esigenza intima di responsabilità dell’intellettuale oggi, al compito di testimonianza ad ogni costo, anche col rischio della vita, e come lei mettesse in pratica il pensiero di Cristina Campo, per cui chi scrive ha la responsabilità assoluta di quanto afferma perché di ogni nostra parola, prima o poi, dovremo rendere conto. In effetti Cristina Campo nella fattispecie si riferiva alla parola poetica e Francesca Mannocchi, già in altre occasioni firma dell’Einaudi, ha pubblicato quest’anno proprio un libro di poesia e di guerra, Crescere, la guerra, cui è stato conferito in questi giorni il prestigioso Premio Viareggio 2026 (notizia che mi è giunta a queste note già ultimate).
In questa raccolta l’autrice rivela con autorevolezza la sua coscienza umana e il senso di responsabilità di cui parlava Cristina Campo, qualità che, a parer mio, definiscono la credibilità e il carisma personale di un poeta civile in questi nostri tempi controversi e tormentati. E mi spiego. I protagonisti sono vittime, reali e simboliche, delle guerre: si chiamano Fahim, Samya, Mohammad di Jarmouk, Amman, Amjad, ma rappresentano migliaia di altri nomi e migliaia di simili tragiche storie. Vengono da Palestina, ma anche dalla Siria, da tutto il Medioriente, dall’Afganistan. E ci parlano col linguaggio asciutto e coinvolgente della poesia, una lingua che non è quella dello storico o del cronachista, né quello delle testimonianze dirette: è la parola che viene dalla forza dello spirito di conservazione insito nell’uomo – di ogni tempo, di ogni latitudine –, la forza della resistenza, del dolore oltre ogni limite, che porta a guardare in faccia e a sfidare il mondo dei perbenisti, dei potenti, ma soprattutto quello degli indifferenti, i più, che non vogliono sapere, che preferiscono ignorare, per non perdere le proprie false sicurezze o, comunque, per non perdere il sonno, la notte.
Ma mentre dico questo, mi rendo conto di non esprimere l’idea corretta del libro: io mi lascio andare alla rivalsa, a una forma di ribellione, violenta, anche se solo a parole, di fronte a situazioni umane e politiche per me inaccettabili ai nostri giorni. Faccio un torto (e grave) alla qualità della comunicazione poetica, che ha peculiarità e caratteristiche diverse da ogni altro tipo di messaggio scritto. E, soprattutto, non si nutre mai di un odio che avvicinerebbe i vinti ai carnefici.
Sì, la poesia è diversa: sa ottenere, quando è vera, quando è grande, molto di più da chi la pratica. La poesia fa superare ogni bruttura umana, pur nella concretezza di qualsiasi orrore ‘spicciolo’. La ferita porta il lettore oltre, a un’idea di umanità diversa, dove sia vittima sia carnefice possano, per responsabilità acquisita attraverso gli orrori vissuti, misurarsi in un mondo più degno. La parola poetica ti conduce forzatamente alla presa di coscienza di te e lo fa attraverso l’emozione lancinante, non la logica dei discorsi, ti mette a nudo davanti a te stesso e agli altri, ti costringe a guardare in faccia ciò che vuoi cancellare, devi fare i conti con la persona che sei e quella che vorresti diventare, perché ti fa capire che potresti sempre cambiare, se solo volessi essere più giusto, più onesto, più responsabile: in una parola, più umano. La poesia, come la tragedia greca antica, può diventare catartica. Ma permetto io che lo diventi proprio per me, un lettore singolarmente preso? Sono disposto a mettermi in gioco? Sono avvezza a credere nella poesia, a viverla nella maniera il più possibile riposta e sommessa, seppure continua e minuziosa, giorno per giorno, tanto da essere convinta che la poesia possa compiere piccoli miracoli all’interno di intelletto e di cuore in chi la pratica.
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Sarà per questo che mi ritrovo nel riconoscermi creatura senziente e, spero, attiva e responsabile alla lettura della Mannocchi, tanto da avvicinarmi a lei in modo quasi totale, direi fraterno e solidale. Riporto due stralci dalla silloge, giusto per esemplificare quanto detto, ma è la poesia di per sé che dice tutto e non ha bisogno di altro.
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Samya, figlia senza infanzia
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Io non vi chiamo
fratelli.
Non vi chiamo
liberatori.
Vi chiamo
spettatori.
E l’arena sono io.
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Siete venuti con le vostre lingue lucide,
con le parole levigate dal bene:
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libertÃ
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democrazia
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diritti.
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Le avete appese al cielo come bandiere,
avete detto: «Questo è il sole, guardà telo».
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Ma io non ho mai smesso di guardare
la notte.
Io so cos’è la notte.
La notte è un ventre dove le bambine imparano a tacere,
e le donne a non sognare più.
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Siete stati qui vent’anni.
Vent’anni a scavare nel nostro dolore
con la pala del vostro orgoglio,
a costruire prigioni chiamandole «scuole»,
a distribuire pane come fosse grazia,
a confondere l’aiuto con la proprietà .
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Voi siete stati qui,
ma non ci avete mai viste.
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A quali donne guardavate
mentre dicevate di liberarci?
A quali occhi avete creduto?
A quelli che vi rassomigliavano,
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o a quelli, velati, che non sapevate leggere?
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Io ero una bambina e mi avete chiamata
«donna».
Ero una donna e mi avete chiamata
«causa».
Mi avete usata come emblema,
come copertina del vostro pudore,
come prova luminosa del vostro progresso.
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Avete detto: «Le salveremo».
E intanto contavate i giorni dal ritiro,
la matematica della paura.
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Poi siete partiti,
come si parte da un incendio
che non si vuole spegnere.
Avete abbandonato i vostri stendardi nel fango,
e i vostri silenzi nei nostri corpi.
Avete barattato
la mia infanzia
con la vostra sicurezza
Avete consegnato
la mia infanzia
a mani che ieri chiamavate nemiche,
la mia voce alla sabbia,
il mio nome alla cenere.
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E ora non vi voltate.
Non guardate più verso est.
Perché la nostra pena vi spaventa,
perché nel nostro dolore
c’è la misura del vostro fallimento.
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Voi non avete liberato
nessuno.
Avete solo allargato la gabbia.
Avete scambiato il vostro sguardo
per la mia libertà ,
la vostra commozione per giustizia.
Avete creduto che il mondo
cominciasse con la vostra lingua,
che la libertÃ
fosse una merce da distribuire
come pane.
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Ma la libertà non è un dono e non si presta.
La libertà si partorisce con dolore,
si scava come un pozzo nella roccia.
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Avete lasciato il cielo pieno della vostra fuga,
e la terra piena di orfani.
Avete lasciato scuole senza insegnanti,
ospedali senza voce.
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Avete lasciato noi,
con le mani piene di silenzio.
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E dite che siamo tornate indietro.
No.
Siete voi che non siete mai andati avanti.
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Siete voi che non sapete più guardare la ferita,
che non sapete più dare nome al male,
che vi lavate le mani
come se la vergogna fosse polvere.
Siete voi che chiamate «pace» l’oblio,
che chiamate «civiltà » la distanza.
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Io non vi condanno.
No.
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Siete la mia ombra che si crede luce,
la mia gabbia che si chiama aiuto.
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Io sono la sposa che non avete salvato.
La bambina che avete dimenticato sotto le vostre parole.
Io sono il volto che non si lascia fotografare,
la storia che non vi ha obbedito.
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Mi avete lasciata viva
e questo vi spaventa più della morte.
Perché la mia vita è la vostra colpa che respira.
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Si, siete stati qui vent'anni,
e non avete imparato nulla del dolore.
Avete voluto insegnarci la libertà ,
senza sapere cos’è la pazienza,
senza capire che il corpo di una donna
non è un campo da colonizzare,
ma una lingua che non si traduce.
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La libertà , per voi,
è scegliere.
Per noi,
è resistere.
Per voi,
è dire tutto.
Per noi,
è sopravvivere al silenzio.
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Io vi perdono,
non per bontà ,
ma perché non potete comprendere.
Io vi perdono,
ma non vi assolvo.
L’assoluzione spetta ai morti,
e noi
noi siamo ancora vive.
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Io sono la sposa e la testimone.
Il corpo che avete nominato e poi dimenticato.
Io sono la rosa che non avete saputo toccare,
e la spina che vi resta tra le mani.
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*
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