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Lucianna Argentino, Il volo dell’allodola, Edizioni Segno 2019

Riprendo oggi a scrivere per la rubrica Letture condivise, dopo la pausa estiva, con un difficile, bellissimo testo della poetessa romana Lucianna Argentino, già autrice di mirabili volumi di versi; in particolare voglio qui ricordare L’ospite indocile, Passigli 2012 e Le stanze inquiete, La vita felice 2016.

Parlo di lei oggi, ritemprata da un periodo di vacanza lungo, ottimistico e gioioso perché, diversamente, in altri momenti non avrei cuore di affrontare un libro problematico che mi ha posto di fronte alla mia inadeguatezza in senso professionale, umano, poetico, teologico, trattandosi di un testo con forti addentellati religiosi. Ma non potevo salvarmi con la fuga ed evitare vigliaccamente di parlarvene. E’ un testo di rara difficoltà ma anche di eccezionale bellezza poetica, di particolare profondità spirituale, con ventaglio aperto a trecentosessanta gradi su problematiche esistenziali presenti in ogni tempo, ad ogni latitudine umana, che esulano quindi dalla problematica primaria, che è quella di presentare in forma di poemetto tre pagine note del Vecchio e del Nuovo Testamento. Dalla Genesi la vicenda di Caino e di Abele, dai Vangeli gli episodi della Samaritana e della Emorroissa.

Il taglio che intendo proporvi oggi non è tuttavia quello specificamente teologico-religioso. Pur essendo discretamente formata in questo ambito, non sento di possedere una approfondita preparazione specifica né penso, come vi accennavo poc’anzi, che sia questa la chiave necessaria per entrare nel testo, bensì quella di problematiche più genericamente umane, come la ricerca del senso dell’esistere, l’esplorazione di noi stessi, la creazione di nuovi cammini di vita insospettabili perché, come dice l’autrice, “noi siamo e possiamo di più di quanto crediamo”.

Questo libro si intitola Il volo dell’allodola, l’uccello che Shelley canta come spirito di gioia:


percorri con l'ali l'infinito azzurro,

ti levi nell'aria cantando,

e librandoti alta ancora canti.


Altezza, vette, cielo, elevazione metafisica, Dio: ecco i passaggi e le mete e poi, arrivati a Dio, la citazione di Simone Weil: “l’unico rapporto di Dio con il mondo consiste nella possibilità che il soprannaturale esista nel mondo, in un’anima umana”.

Se questo è l’inizio nonché la visione programmatica di Lucianna Argentino c’è di che far tremare le vene ai polsi ad una persona semplice come me, attratta come ogni anima dal divino, ma soffocata (anche felicemente, va detto) dall’umano.

A mia discolpa faccio mie le parole del pittore del primo Novecento Juan Gris scritte al poeta Huidobro, che gli aveva dedicato il volume Poesie artiche senza averne in cambio un cenno tangibile di apprezzamento: “è troppo bello per me, non riesco a penetrarlo”. Così è per me per Il volo dell’allodola.

Limitando forzatamente il campo di indagine ad un’unica sezione dell’opera, vi lascerò quindi qualche spunto di riflessione per una ricerca personale, evitando ogni discorso di Fede e di culto cristiano, ma fermandomi – se così possiamo dire – ad un discorso di religione naturale, di civismo, di umanità, cose quanto mai necessarie in quest’ultimo nostro periodo storico. Ovviamente, per la mia natura e per i miei interessi, la prima attenzione sarà rivolta alla poesia: alla compiutezza del discorso poetico, alla capacità compositiva e stilistica, all’equilibrio dei versi, al clima di pathos e di bellezza che l’autrice riesce a suscitare, ma soprattutto trasferire, al lettore. Io ne sono uscita alleggerita, quasi rigenerata.


Ho scelto di non parlarvi del primo poemetto, Abele, in quanto ripubblicazione di un testo già precedentemente edito, Edizioni Le gemme 2015. Propongo invece una parte del testo È questa l’ora sull’episodio, dal Vangelo di Giovanni, della Samaritana, la donna che al pozzo di Sicar su richiesta di uno straniero assetato, Gesù, e nonostante i disaccordi tra le due nazionalità dei Samaritani e Giudei, gli offre l’acqua da bere senza immaginare che così salverà la sua vita, avendo in cambio un’acqua che non si corromperà, la fede purificatrice e la vita eterna.

Vi propongo un passo in cui la donna ricorda le speranze dell’infanzia, la discriminazione femminile in una società di disuguali, le disillusioni della vita e dell’amore, l’autoconfessione della sua solitudine infinita, la sua insoddisfazione ad insufficienti risposte esistenziali nel silenzio della notte immensa della Palestina, dilatato scenario del vuoto interiore della creatura umana,. Il brano è già molto vasto. Ho scelto quindi di arrestarmi prima del clou dell’episodio, a quel “dammi da bere, mi chiese”, che segna l’inizio primo del brano evangelico, del resto noto nel suo sviluppo. Il poemetto è splendido e non vi mancherà quindi lo stimolo a proseguire la lettura.

Mi è sembrato più importante proporvi l’acuta indagine psicologica sulla pena umana della Samaritana, in quanto resa in maniera tale, poetica e realistica insieme, da riuscire ad essere condivisa da qualsiasi lettore: ma vado oltre la condivisione, direi di più: si crea magistralmente il coinvolgimento emotivo, la compassione, nel senso del patire insieme, del vivere le stesse emozioni, del ritrovare vitali in noi gli stessi sentimenti del personaggio. E quindi non sussiste qui solo il capire, ma il sentire, e in questo sentire all’unisono scoprire meglio chi siamo, qual è la strada che vogliamo percorrere per essere quello che vorremmo diventare per noi stessi e per gli altri. Magicamente l’autrice realizza la funzione non solo estetica, ma quella etica, dell’Arte.


Poi mio padre morì e fu il buio.

Non intonai più canti e compiuti tredici anni

mio fratello mi diede in sposa.

La mia vita si rovesciò e caddi nel vuoto arido

che a poco a poco era diventata.

Persi anche Dio. Quel Dio a cui assieme alle preghiere

affidavo i miei sogni, si fece lontano e muto,

annegò nella mia sete.

Fu allora che scoprii la solitudine.

Giorno dopo giorno smisi di amarmi.

Mi disabitai.

Nido senza la covata. Promessa non mantenuta.

Ripudiata. Inadempiente e inadempiuta.

Questa ero.

L'inganno fu un riverbero negli occhi, si solidificò il cuore

come il cielo qui pietra dura e senza grazia

che a guardarlo fa male.

Ruvido come i monti Gerizim ed Ebal

in cui l'azzurro si incunea

simile a un terzo monte rovesciato,

la cima conficcata nella terra.

Raccolsi il passato, spiga dopo spiga,

ne feci pane per l'avvenire.

Mi illusi di poter placare la mia fame.

Ero stata amata, avevo amato, avevo creduto di poter essere

amata ancora.

Mi ebbero corpi senza carne né anima, braccia senza il vuoto

necessario all'abbraccio,

parole senza silenzio — dure e impermeabili

mi lapidavano dentro.

La notte mi regalavo tempo, sedevo accanto al fico

e guardavo il cielo,

in realtà me ne nutrivo, me ne dissetavo.

Quel cielo che di giorno sentivo ostile e lontano

la notte s'addolciva, si faceva fragile e pietoso,

commosso forse da quanto il sole gli aveva mostrato:

la solitudine e il dolore di tutte le creature terrestri.

Preferivo le notti senza luna quando le stelle

si adagiavano sul mio grembo

e ci consolavamo strette nelle stesse distanze.

Il loro tremolio vibrava di mistero, quello stesso mistero che

sentivo in me

e a cui non sapevo dare un nome.

A volte un piccolo roditore frusciava tra l'erba

interrompendo i miei pensieri.

Lo vedevo fermarsi, annusare l'aria e poi correre via e sparire

nel buio.

Avrei voluto sparire anch'io, dissolvermi nella notte,

eppure amavo la vita, ma mi sfuggiva,

non ero capace di farne qualcosa

perché non m'apparteneva.

Era un perenne crepuscolo di luce arresa, immobile

come le grandi pozzanghere dove da bambini,

io e i miei fratelli facevamo navigare le foglie.

E come quelle foglie navigavo senza remi sulla superficie

della mia esistenza,

non ne ascoltavo più la voce. L'avevo messa a tacere.

La mia anima era deserta e vuota come la Terra

prima della Creazione.

–      Dammi da bere, mi chiese   –


Dopo questa lettura credo ci sia ben poco da aggiungere: la poesia parla da sé.

Voglio solo farvi notare la pregnanza lessicale delle parole usate dall’autrice. Sono “giuste”, nessuna di troppo, essenziali. Notate il ritmo di musicalità lenta, solenne, l’autoconfessione è di creatura stanca, ferita, disillusa, appassita anzitempo e l’andamento del verso rende alla perfezione questo clima. Rimane vitale la sua forte spiritualità e l’amore per la natura della donna, che vengono resi dall’accostamento di figure concrete, di termini talmente poeticamente limpidi da diventare ineffabili in prosa o, peggio, rischiano di annullarsi, perdersi con parole prosaiche di spiegazione che elidono, limitano la loro essenzialità e pregnanza.

Io, che sono solita esemplificare a dimostrazione delle mie affermazioni, mi trovo di fronte ad un’ulteriore difficoltà: dovrei riproporvi quasi tutto il testo… Due o tre esempi di perfezione sia semantica sia concettuale e poi mi fermerò su queste frasi chiave:


“giorno dopo giorno smisi di amarmi.

Mi disabitai”


Non è vero che tutti abbiamo vissuto almeno una volta questo vuoto di noi stessi? Come esprimerlo in modo più efficace?

                       

“Raccolsi il passato, spiga dopo spiga,

ne feci pane per l’avvenire.

Mi illusi di poter placare la mia fame.

Ero stata amata, avevo amato, avevo creduto di poter essere

amata ancora”


Vi invito a rileggere anche i versi seguenti – precedentemente riportati nel testo proposto –  di rara intensità… emotiva.

                       

“Preferivo le notti senza luna quando le stelle

si adagiavano sul mio grembo

e ci consolavamo strette nelle stesse distanze”.


Puro lirismo: incantamento, dilatazione dell’anima di chi ha scritto e di chi legge.

Nel momento stesso in cui vi propongo queste citazioni, mi rendo conto che opero un taglio ad una parte precedente o ad un seguito ugualmente preziosi.

È incredibile come io mi veda uscire spiazzata da quest’allodola di Lucianna.

Ma Letture condivise è anche questo. Oggi vi presento i miei limiti. Non tutte le ciambelle mi riescono col buco… mi consolo al pensiero che forse l’idea sono riuscita a renderla comunque…


Marvi del Pozzo




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