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Piera Giordano, Il tuo volto disegna il mio, Genesi Edizioni 2022
e Maria Silvia Caffari, Poesie a Piazza, Nerosubianco Edizioni 2024

Piera Giordano, Il tuo volto disegna il mio, Genesi Edizioni 2022

e

Maria Silvia Caffari, Poesie a Piazza, Nerosubianco Edizioni 2024


Mi piace riprendere la rubrica Letture condivise, dopo una troppo lunga mia sospensione, proponendo due libri forse dal sapore un po’ ‘retrò’, ma di grande fascino per capire atmosfere, personaggi e ambienti della zona geografica del nostro paese in cui vivo io. Il Nord Ovest italiano vede, a circa trenta chilometri a Nord di Torino, verso la Val d’Aosta e i confini francesi, le colline del Canavese, le terre di Gozzano per intenderci, poeta che sta ritornando in auge per studi e riletture. A trenta chilometri a Sud, verso le strade del mare, le terre collinari delle Langhe pavesiane da un lato e del Monregalese – Mondovì, Pinerolo, Saluzzo – terre di respiro storico più francese che italiano, dall’altro. Del resto anche Torino porta le stigmate nella sua urbanistica, nel suo grembo antico, i segni delle sue Madame Reali francesi e della vicinanza con la Francia. I due libri di oggi interpretano bene, forse un po’ anacronisticamente ma in modo confortante per il lettore, la poesia delle piccole cose, alla Gozzano appunto, ma anche di grandi sentimenti elementari degli affetti familiari, del paesaggio tenero di quel poco di contadino che resta. Ne emerge l’importanza della gentilezza, del valore delle minuzie nell’educazione umana. 


I

Risalta, nel libro della Giordano, la figura del paesaggio del Canavese e al centro la nonna, educatrice con la vita e con l’esempio, nei fatti, non nei proclami. Un mondo di attenzione, di tenerezza, di cose che restano, non di mode, non di parole d’ordine, non di sgomitamenti, non di soverchie ambizioni. Un certo ambiente piemontese è ancora così, per fortuna: semplice, autenticamente verace. La protagonista del libro, la nonna, campeggia a dispetto della sua semplicità di persona umile, dalla vita anonima, ma dalla tempra solida. È punto di riferimento della giovane nipote, studentessa e poi professoressa laureata, che tuttavia riconosce in lei la validità della sapienza di una vita di lavoro, di sacrificio contadino, una saggezza quasi filosofica, autocostruita dall’esperienza. Questa donna, nata nel 1919, ha vissuto la povertà della guerra, la durezza della lotta partigiana, la vedovanza dolorosa, la difficoltà di un dopoguerra che pure ha saputo ricostruire il paese, è la guida esemplare della nipote  che la ama e la segue proprio nei suoi semplici, esemplari valori.

È in questo clima di grande tenerezza, ma di serietà insieme, che prende vita la poesia delle piccole rilevanti cose gozzaniane. Rinasce, tramite Piera Giordano, in periodo ben successivo, l’ambiente di quel mondo semplice e profondo insieme, di una serietà un po’ austera, di poche parole, che è propria della natura del Canavese, divisa tra collina e campagna, tra Torino città e Ivrea provincialotta, ma così vicini tutti quanti alla montagna rude valdostana, la più alta e dirupata d’Europa, patria di gente che fu abituata a rozzezze e disagi di ogni tipo, lottando per la sopravvivenza tra valanghe e dirupi scoscesi quasi ai confini della civiltà. Per inciso, anche oggi la Valle d’Aosta ha la ferrovia bloccata e non è collegata da treni.

In qualche modo Piera ci riporta al passato, alla nostalgia dei buoni sentimenti, del rispetto altrui e della buona educazione, tutte cose che vanno d’accordo con le piccole cose di pessimo gusto, ma di grande tradizione ambientale e di profondo valore per chi le ha vissute sul posto con autenticità di cuore.


Ogni mattina ti svegli 

urgente di pulizia, 

spazzi il portico, 

raccogli con la paletta 

mucchietti di assilli 

che la notte 

ha sparpagliato sul suolo, 

precisa togli 

polvere e inciampi 

rendi nitido il pavimento 

per i passi del nuovo giorno. 


*

Non capisci 

quando ti dico poesia, 

ti pare terra secca, 

è il geranio a fiorire

nel portico d’estate, 

caldo come il sangue 

e quando il sole 

è luce dietro il tetto, 

innaffi il fiore 

con gesti lenti, 

disseti 

in silenzio. 


* 

Mi prepari lo zabaglione. 

Per te sono magra, troppo. 

Spacchi il guscio 

contro il bordo della scodella 

le mani tremanti, ma i rimproveri 

sono colpi secchi, devo prepararmi 

anch’io sarò vecchia 

dove si è soli, nonostante i nipoti 

presi dai loro amori, 

incauti come potessero rimanere 

per sempre giovani, 

anche voi sarete vecchi. 

Il tuorlo monta 

aggiungi il marsala e lo zucchero, 

mi passi la tazzina 

tremante di sventura dal sapore 

dolce e pungente di ciò che è vero. 


*

T’infilavo lo spago 

con cui cucivi i materassi, 

li svuotavi, lavavi la fodera, 

sapevano di acqua pulita, 

la lana cardata al sole 

li gonfiava come sogni 

pronti a essere schiacciati 

dai chili della vita. 


*

Avevi passi d’albero 

che s’allargavano in radici 

e rami che stringevano in abbracci 


ero la tua terra 

eri la mia aria. 


*

Marmellata di prugne 

asprigne 

come aspirine, 

le cucinavi per ore, 

me le prescrivevi 

per merenda, 

spalmavi 

marmellata di prugne 

sul mio cuore di sfoglia. 


*

Provo a far risuonare 

la tua voce, aspetto 

che s’accenda l’ascolto, 

invece è lo sguardo 

che si espande: 

rivedo il tuo volto

l’intensità della bocca 

che dice il mio nome, 

ma è immagine 

di cinema muto. 


Piera Giordano si divide tra Castellamonte nel Canavese e Torino. Laureata in Filosofia, insegna Lettere nel liceo artistico di Castellamonte. Scrittrice sensibile e attenta di romanzi e sillogi poetiche, pur ottenendo pubblici riconoscimenti, mantiene una vita riservata e raccolta tra interessi artistici, scrittura e approfondimenti filosofici.


II

Continuando la Lettura condivisa in tema di poesia dell’estremo Nord Ovest piemontese, presento il libro-memoriale Poesie a Piazza di Maria Silvia Caffari, personaggio molto vivace e conosciuto sia nel Monregalese, sia nel Caragliese. Ormai ottuagenaria, risiede infatti da più di quarant’anni a Caraglio (Cuneo), all’ingresso della Valgrana. Nata e vissuta nei primi anni a Mondovì, ha seguito la famiglia a Roma dopo le scuole elementari, ha studiato Teologia ed è stata bibliotecaria presso la facoltà di Architettura a Roma e a Torino, ma fin dal 1983 ha scelto di vivere in provincia di Cuneo, a Caraglio appunto. Una vita riposta, ma culturalmente fertile.

Si occupa di giornalismo del territorio, scrive su giornali locali, è attrice, scenografa e scrittrice di teatro e poesia. È erede dell’archivio del commediografo Giorgio Buridan, di cui porta avanti l’opera e la compagnia teatrale Il teatrino al forno del pane. È un personaggio molto noto e vitale nelle attività culturali e artistiche dei centri del cuneese: Caraglio, appunto, Mondovì, Saluzzo, Savigliano. La sua vita è dedicata a ripercorrere tutta la storia di questa parte di territorio che fu, tra l’altro, centro della lotta partigiana clandestina con Duccio Galimberti e Nuto Revelli tra i protagonisti.

Il suo libro, Poesie a Piazza, tratta del suo straordinario amore fin dalla prima infanzia per Mondovì, dove visse con la nonna e che, con dolore, dovette lasciare quando a dieci anni raggiunse i genitori e il fratello a Roma (il padre era romano). Non solo non amò la capitale, ma rimpianse sempre la cittadina natale, ove tornava ogni anno nelle vacanze estive per ricongiungersi all’amata nonna, lattaia della cittadina.

Mondovì ancora oggi è un luogo particolare, un po’ fuori dal tempo. Oggi ha circa ventiduemila abitanti, divisi in due diversi quartieri: quello più in basso è urbanisticamente moderno e funzionale alle attuali esigenze, ma il cuore antico è in alto, raggiungibile con la storica funicolare, Piazza appunto, rione dalle antiche architetture, denso di vicende storiche, con palazzi e giardini vasti di circa ottocento – mille anni, in cima al Monteregale, che è paesaggio vario, di colline, montagne e un sottosuolo carsico, di grotte, laghi e torrenti sotterranei come le grotte di Bossea, di Frabosa sottana, del Caudano e Mondolé.

In questo clima, la bambina Maria Silvia crebbe e maturò nella sua infanzia incantata, popolata di personaggi vitali e significativi che da grande ha delineato in poesia, con una forma che è stata definita di mitologia poetica. Personaggi che trovano anima e una forma di eternità proprio dal canto del buon tempo antico di questo borgo, che continua a vivere attraverso le parole di una vecchia bambina dal cuore di poeta, mai guarita dalla sua fame di vita, ma insieme dalla fertile fantasia tra realtà e leggenda, tra stupori e meraviglie del cuore, dove il ricordo non diventa mai sterile nostalgia, ma occasione ulteriore di rivisitazione e di freschezza giovanile magnificamente recuperata.


NELLINA 

Adolescenze a Piazza 


Quando d’estate 

più forte gridavano 

le rondini la sera, 

radunandosi ai nidi 

sotto i tetti rossi 

di Piazza Maggiore, 

c’era un silenzio 

che frusciava sotto 

i portici soprani, 

la notte già riempiva 

di buio i sottani. 

Si accendevano 

le luci in ogni casa, 

dalle finestre un tramestio 

di stoviglie, qualche voce 

sommessa, mai gridi 

in quel tempo di 

ordinarie stagioni, 

qualche nota soltanto 

da una radio: 

una romanza, 

una canzone. 

Trillava alla porta 

l’amica, eri tu 

che aspettavo dopo 

una tazza di latte 

e un uovo alla coque 

o al tegamino. 

La piazza si era intanto 

affollata di gente, 

la stessa di sempre 

come animali notturni 

in un brusio di pace. 

I vecchi sulle panchine 

a prolungare 

in chiacchiere la vita, 

i bambini, rondinini 

in frenesie di rincorse 

e nascondimenti, 

noi, su e giù sulla piazza 

a sperar che l’amore

ci sfiorasse le braccia 

e la luce dei lampioni 

sviasse gli sguardi 

dal rossore del viso. 

Amica mia, tu conoscevi 

i miei amori, ne sapevi 

i delusi fervori e 

gli inutili dolori. 

Cosa avrei dato a te 

non so, ma so quel che tu 

hai dato a me: 

noi siamo, Nellina, 

quel che disegnammo 

sulla piazza, 

strisce mai cancellate 

di innumerevoli passi 

sotto un cielo blu 

che s’accendeva 

di stelle e di lucciole 

in volo su per la salita 

tra le case cieche 

di finestre, 

verso le siepi 

del Belvedere, 

intermittenti segnali 

a possibili amori, 

là dove le voci 

erano di ghiaia 

e di baci nel buio. 


L’amica monregalese Nellina Balocco, in Turco, più grande di due anni, contava molto e ancora conta, l’Amicizia di una vita, anche un po’ materna, per confidenze e reciproca cura. 


MIA NONNA FELICINA VENDEVA LATTE 

nella Latteria Svizzera in Via Vico 1 


Una misura grande piena: vi è pigiata 

l’abbondanza che il recipiente non trattiene. 

E mi sovviene dei misurini al cui orlo il latte 

si arrotondava su di sé per non traboccare 

e la mano si esercitava all’equilibrio, sicura, 

senza tentennamenti senza ripensamenti, 

perché uguale misura si sarebbe riversata, 

la giusta misura, nei recipienti dei clienti. 

Cliente ti sono, Dio, versami il latte nella misura 

che non guarda alla mia incapace misura, e 

su di me ricada l’eccesso del tuo amore. 


*

I BALCONI APPESI 


I balconi 

appesi alle facciate. 

Le ombre azzurre 

sulla neve e un brillio 

di stelle filanti. 

Tremava l’albero 

il Natale lasciava doni 

in una scia di profumi 

di pagine nuove 

di resina e di mandarini: 

bucce bruciate sulla stufa 

candite di quella malinconia 

che succede sempre 

all’allegria. 


* 

IL GIARDINO PENSILE 


In cima al monte di Mondovì, 

la terrazza 

dove andavamo a stendere 

le nostre piccole vite 

al soffio costante 

di un impercettibile vento 

sui fili legati dalle rondini 

ai merli della torre. 


Il giardino pensile 

sulla pianura vasta 

e sulle prime colline 

del mare grande delle Langhe. 

Un giardiniere esperto 

nell’arte del costruire paradisi 

disegnò quella stanza dei giochi 

soffittata di cielo. 


*

LA CASETTA DEI CUSTODI 


Sulla sinistra all’entrata, 

garitta sulla roccia, 

la casetta dei custodi 

un neogotico di favola, 

le finestre a bifora 

i muri di mattoni a vista, 

proteso sull’abisso 

un balconcino 

arrampicato di rose, 

vi abitò tempo addietro una fata 

azzurra di occhi e di capelli, 

si dice che uscisse 

con vassoi di ciambelle 

a cercar tra i bambini 

il suo bambino. 


* 

DON PIRATA 


Vestivano i preti la tonaca lunga 

allacciata per mille bottoni, 

si intravvedevano là sotto i calzoni, 

e un odor pesante come d’ogni divisa 

ma più acido e alonato di muffe, 

che altro ci fosse io mi chiedevo 

e poi la domanda ritraevo quasi fosse 

un peccato che inginocchiata alla grata 

avrei confessato insieme al peccato 

che m’ero troppo allo specchio guardata. 

In un bianco collarino era infilata la testa, 

secca come un digiuno ostentato 

o grassa lucida e rossa per il vino buono 

che si distilla a render santa la Messa. 

Uno di loro sedeva all’ultima panca di destra 

quasi tutto disteso, all’indietro le braccia 

alla spalliera che allora era di legno laccato, 

e sotto i cespugli di ciglia arruffate 

rintanati come marmotte stavano gli occhi. 

Non ricordo se ci fosse in qualche parte 

di quella scura persona un breviario, 

ricordo però il suo pigro andare su e giù 

per la piazza come una sorda campana, 

per batacchi due piedi così lunghi e neri 

come un’ombra a protrarre il rimpianto 

per una vita ch’era da vivere altrove. 

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