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Silvia Rosa
Treceri – Passaggi
Cosmopoli 2023

 

La lettura che condivido oggi è molto particolare: si tratta di una plaquette della poetessa torinese Silvia Rosa, che è stata pubblicata per la prima volta in Romania, nel 2023, presso la casa editrice Cosmopoli. La versione sulla pagina di sinistra, considerata quella in prima lingua, è rumena e vede la traduzione dall’italiano di un’altra importante poetessa rumena: Eliza Macadan, già conosciuta e pubblicata in Italia. Sulla pagina di destra appare in effetti la versione originale italiana di Silvia Rosa.

Il titolo rumeno è Treceri, in italiano Passaggi, che tradurrei in modo più preciso Attraversamenti, secondo un significato della parola greca crisis, cioè situazione perturbante di mutamento connaturato al divenire umano. Il tema è in effetti, a partire dallo scoglio del corpo in disfacimento, il problema della morte, della sua ineluttabilità, della sua ardua accettazione a livello mentale. Si tratta in effetti di accettare l’incontrollabile, l’invisibile, il mistero che regola la vita umana. Perché parlo di ‘attraversamenti’? Perché la morte è come una soglia – in latino è limes – che è confine, frontiera tra stati diversi: sono situazioni che paiono in alternativa, ma che si trovano a convivere, a susseguirsi l’una all’altra, creando difficoltà e sbigottimento nel soggetto. È attraversamento da uno stato ad un altro, attraversamento da un’inquietudine di vita ad un altro, attraversamento da una presenza ad un’altra, da una voce chiara ad altre voci che non si fanno ascoltare da tutti e di cui il poeta può farsi interprete. È affascinante il tema della materia del corpo umano contrapposta allo spirito, all’arte: la fisicità si disgrega nel tempo, passando a diverse realtà o dissolvendosi alla fine senza rimedio.

Non sempre tutto può spiegarsi razionalmente. Ecco affacciarsi l’indicibile: grande sfida per un poeta che lo scopre a tratti perché lo intuisce, attraverso l’inconscio, e cerca proprio con i suoi mezzi così lontani dalla logica umana di comunicarlo ad altri, grazie alla magia della parola poetica, evanescente ma significante, sfuggente e pregnante nello stesso tempo. Realtà e  fascinazione eterea insieme. Silvia ha una speranza, quella di abbracciarlo, questo indicibile, risolvere nella pacificazione ciò che affascina e terrorizza, l’idea del morire, dando voce con fiducia alla parola poetica che libera e salva.

La scrittura di Silvia Rosa è preziosamente accattivante: c’è una ricchezza di immagini rese in modo particolarmente visionario, cosa che rende il clima un po’ disumano, ma non in senso negativo anzi, viceversa, oltre l’umano. Un esempio del suo dire:

nella bocca un viluppo innaturale di silenzi

e cocci rotti ti raschiano la gola…

Non c’è nessuna vicenda logica in questo parlare, ma la comprensibilità è assoluta. Tutto risulta di chiara intuitività, la comunicazione si snoda da anima ad anima senziente in modo figurato e coinvolgente.


In certi pomeriggi di novembre

una luccicanza d'acqua scivola

sui vetri della stanza e nell'acquario

della tua vita fitta di silenzi come

un’onda domestica si alza schietta

a lambire le pareti e il riverbero

opale degli assenti: sono schierati

in un piccolo esercito sulla credenza,

bidimensionali e sorridenti dal loro limbo

di frontiera, sembrano volerti dire

che tutto scorre in un imbuto di giorni

e che la sete vera non ha conforto,

finché la pioggia non cancella

l’orma fragile del tuo corpo.

 

*

Di che cosa vuoi parlare stasera,

hai visto il cielo che si sfrangia e

si scuce in cento voli di piccione?

Guarda quelle ali d’un grigio scuro

contro il cotone delle nubi che cresce

a ovest: non sarebbe bello gettarsi

in aria come piume, lasciare a terra

il peso che si irradia dalla nuca

fino alla radice dei talloni? Allora

taci, addorméntati, senza un fiato

disponi l’orizzonte lungo la linea

curva delle palpebre, ascolta quanto

dice il sole, prima di spiovere tutta

la sua luce in un bacio sulla fronte,

per dopo farsi buio, caderti addosso.

 

*

La tua voce indugia, oscilla e poi precipita

dentro a una pozzanghera, come un sasso

levigato, esposto alle intemperie: eppure resta

illesa nella verticalità del salto, nell'urto contro

l'acqua stagna, che la inghiotte. Il mondo

è rovesciato, il tonfo ha disegnato tanti cerchi

concentrici e in ognuno è abbozzata l'immagine

riflessa, infoscata, di una porzione di cielo,

con cui adesso la tua voce dialoga, mentre

nella bocca un viluppo innaturale di silenzi

e cocci rotti ti raschiano la gola, una vertigine

che si raggruma dove ora guardi muovere

l'ombra ardesia di un ramo, e ti confondi.

Osservi il mandala del sole che tramonta

e più in fondo una luminescenza intermittente,

che sembra quella del dicembre più felice:

pensi alla stella che incoronava l'abete

nei giorni della festa, all'odore della neve,

a quel tempo così spalancato nell'attesa,

la vigilia di un’assoluta chiarità – una rinascita.

 

La complessità dell’architettura di queste poesie, unita alla tematica dell’intera plaquette, rende l’opera di grande fascino ma piuttosto inquietante, perché invita il lettore a riflettere su problematiche esistenziali di sconcertante, sostanziale rilievo. L’autrice sostiene che la vita umana pur avvolta dall’aleatorietà e dal mistero – condizione del resto di ogni specie vivente – non deve creare turbamento più di tanto. Sono i nostri tempi, all’insegna del benessere e della giovinezza a oltranza, dei rimedi estetici quasi bionici, a rendere vecchiaia e morte veri e propri tabù, condizionandoci pericolosamente, aumentando le nostre insicurezze e nevrosi, impedendoci di vivere serenamente il presente. Silvia Rosa ritiene importante riappropriarsi di un concetto di morte non come via d’uscita dall’esistenza, ma come un altro lato di essa: esiste una vita diversa, ancora tutta sconosciuta, perché invisibile ai nostri sensi. Ma, pensiamo, esistono davvero le cose che non hanno nome? Il mistero tuttavia non ci rende affatto ottimisti.

Durante la lettura brividi d’ombre e un senso di pena inquieta possono sorprenderci, per quanto sublimati dall’armonia del testo poetico di raro equilibrio e di tenera bellezza:


C'era un corvo, alle cinque e mezza

de la tarde, mentre suonava in sottofondo

un tango e il geranio rosso aveva perso

tutto il suo colore nel verde più marziale.

C'era anche quel pensiero, coltivato

spesso negli anni aspri in cui ogni cosa

cresceva in canto e angoscia, ma nella tregua

delle voci, adesso, nella quiete della luna

maturata in pieno, sembrava essere di nuovo

vero più del respiro stesso che sbatteva

forte contro il vetro del balcone.

 

Fu un volo rapido e preciso,

– il corvo immobile sul ramo

del castagno – lieve il tonfo, avresti

detto quasi identico a quando

ti gettarono in vita senza che nessuno

avesse domandato il tuo consenso.

 

Nel messaggio finale, la speranza viene dal corso naturale delle cose, dall’esempio del mondo vegetale, che persegue il proprio percorso pago della sua ignoranza o della sua smemoratezza. La saggezza consiste per tutti nell’assecondare le leggi dell’esistere e vivere con pienezza il giorno che ci è donato, che sia di sole, che sia di tempesta. L’accettazione del lutto delle cose che si trasformano è già una forma di coraggiosa fermezza.


Riponi la paura in una estremità del giorno,

piegala con cura sette volte e poi nascondila

in un qualsiasi punto del lunario, aperto a caso

senza occhi, accetta in sorte vento o pioggia,

il mutamento della luce, l’alternanza delle stagioni.

 

Attendi la fioritura propiziante del tarassaco,

esprimi un desiderio e quando è ora soffia forte

sulla sua testa fino a farla diventare glabra,

finché ogni seme si congedi e prenda quota.

 

Nella fenditura che attraversa lunga lo stelo

del tuo corpo – la crepa madre che filtra sole

e ombra – pianta uno sguardo vulnerabile,

accetta il lutto delle cose che si trasformano,

l'immedicabile abbandono del tuo volto.

 

 

 

 

 

 

 

 

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