Valeria Di Felice
Il giallo del semaforo
(Società Editrice Fiorentina 2025)

Valeria Di Felice è una giovane signora di sensibile, equilibrata formazione artistica, la cui vocazione non si limita alla scrittura poetica, cioè ad una insistita dimensione personale del bello, quanto ad un’attenzione particolare per una comunicazione sociale allargata, per un’indagine sui nostri tempi complessi, anche nella quotidianità, sicuramente ambigui e troppo spesso acritici. Dico questo perché non posso non citare le scelte vitali, coraggiose sempre e stimolanti sotto l’aspetto filosofico, civile, sociale, della casa editrice Di Felice, da lei fondata nel 2010, in cui la poesia, spesso altrove negletta, ha parte predominante.
Il libro di cui parlo oggi è il suo Il giallo del semaforo, SEF edizioni, dal cui titolo già si intuisce la poetica, cioè la scelta simbolica di un momento di passaggio: tra l’avanzare del verde e l’obbligatorietà del fermarsi del rosso. Il giallo è la soglia su cui interrogarsi sui valori dell’oggi, sulle antinomie, sulle azioni personali e quelle politiche, sulle direzioni da prendere sia sul piano puramente teorico sia su quello politico, individuale o collettivo che sia..
Il libro è diviso in quattro sezioni: queste sono legate sia al senso del nostro essere nel mondo, in modo filosofico e metafisico, sia alla vita quotidiana scandita da oggetti semplici e consuetudinari, sia all’onirico che ci domina nella buia solitudine della notte tra sogno e realtà, sia ai dubbi esistenziali della nostra età di crisi, termine che dal greco significa incertezza del passaggio da uno stato all’altro, da un’età all’altra.
Ma come Valeria espone il suo pensiero in poesia? A parere mio in modo estremamente coinvolgente per ogni tipo di lettore, tenendo conto di ogni aspetto che sia utile a quello che è lo ‘scopo’ della sua scrittura: la comunicazione. E in questo senso ha raggiunto risultati cospicui. La comunicazione deve essere chiara, e tale è, senza astrusità verbali o eccessi di ermetismi. Ecco quindi la scelta di una terminologia semplice, quotidiana, accessibile a tutti, un fraseggio sintatticamente breve ma scandito, in versi liberi essenziali. La musica, prerogativa della parola poetica, è sempre evidente nella lettura a voce alta (come sempre dovrebbe essere in poesia: gli antichi maestri greco-romani insegnano sull’oralità dei testi). La scelta delle parole inserite nella composizione dei singoli versi è molto attenta all’effetto di armonia musicale del tutto e dimostra una notevole perizia (direi persino un orecchio e un’intonazione musicale particolare).
Quanto segnalo non è ancora sufficiente a chiarire la specificità di questa scrittura poetica. E l’autrice lo sa bene: la poesia deve essere un po’ magica, deve suggestionare il lettore, proprio come capita con la musica, di cui la poesia è sorella. La parola deve superare il limite semantico, il suo significato concreto, deve andare oltre, deve alimentare la creatività, cioè la mente e/o l’inconscio di chi legge. Come ottiene ciò Valeria? Con un rampollare di ardite metafore, con un gioco che stupisce il lettore e lo spinge appunto verso l’oltre e verso un suo apporto psicologico, un’adesione personale. È così che il lettore scopre il mondo interiore del poeta che scrive e vi si ritrova tutto intero. È così che pensa: l’immagine creata dal poeta mi rappresenta in pieno, vorrei averla scritta io, se mai ne fossi capace!
Tutto questo per osservare che alla lettura di questo libro non si resta freddi di sentimenti e neppure esclusivamente ammirati per l’ardire delle immagini, delle metafore, mai scontate. Dietro la metafora Valeria ha la capacità di illuminare un po’ la nostra anima, pur senza fare mai impallidire la sua. È il miracolo della suggestione evocativa dell’arte. Uno dei miracoli della poesia.
Alcuni stimoli da Il giallo del semaforo, poesie scelte quasi per caso, seguendo puramente il mio gusto personale.
Le stelle madri
Le stelle ci vedevano prima
che fossimo sulla terra –
anche dopo, quando eravamo polvere
sulla strada del ritorno.
Abitavano le orbite estinte
in silenzio, adorne del creato.
Si confondevano con gli occhi delle madri,
quando le notti erano bambine
su un letto disfatto,
due pantofole nella luna piena.
*
La penna
La penna
la cercavo sempre
prima che sparisse
la penna
meglio se blu – ispirava il mare
e dava un tocco di colore
nel caos del cassetto.
Forse è per questo che la cerco
anch’io
la penna nella borsa:
un po’ di tutto guazza
dentro
anche una barchetta
accartocciata
– i remi nelle tasche alla deriva –.
Proprio lì la penna si è nascosta
tra le pieghe blu notte
di un sogno increspato.
*
Gaza
La benzina della guerra ha incendiato
la promessa, nessun tavolo di pace
sotto il cielo imprigionato, scavando tunnel
tra i decenni e una bara incustodita.
Si sono spenti troppo in basso i dimenticati
i nomi sformati sotto i tumuli di case
i corpi bombardati dai perimetri d’orgoglio,
poi sono esplosi i limiti del mondo
e niente è rimasto dell’annunciato azzardo:
una trave, due ciotole, una cornice senza vetro
il bagaglio di una terra che non ha più gambe
per sperare.
*
Il giallo del semaforo
Era in anticipo il taxi
senza la prenotazione.
I semafori gialli
– lampeggianti soli notturni –
e vuote le strisce pedonali
senza sciarpe né cappelli.
Alla fine della corsa arrivò
dove voleva, senza sapere
dove fosse.
Il viaggio era la segnaletica
che stava cercando.
*
La sillaba prima
A Giacomo
Alla finestra del giorno
sei lo spiraglio sulla parete dell’alba
quando oltre la tenda
va e viene
il gioco solitario della vita
il sorriso sul davanzale del cielo
quando il volo degli uccelli
libera la comprensione dell’amore
sei – tu sei –
il raggio di sole
che intona la sillaba prima
del tuo essere figlio:
ma-ma.
*
La lavagna e l’altrove
Lei guardava l’invisibile,
l’aquilone alto oltre l’orizzonte,
lui guardava la lavagna,
uno scarabocchio senza il filo
dell’amore.
Lui voleva restare
nel caos dell’indecisione
ma lei era già altrove.
