Walter Revello, Princisbecco (Libere gabbie 2026)

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Sono naturalmente propensa ad amare la poesia di chi ha il coraggio di usare la parola senza infingimenti eufemistici, da un lato, e dall’altro osa mostrare sé stesso con totale autenticità , nelle altezze e negli abissi del vivere, nella gioia delle esaltazioni e nelle disillusioni cocenti, quelle che lasciano cicatrici e un senso di inanità , ma anche rabbie unite a uno sperdimento di cui poi ci si vergogna anche, perché prova di evidente bassezza d’animo e di debolezza umana. Non è sempre facile essere superiori di fronte al crollo inaspettato di certe certezze affettive, quello che ti coglie di sorpresa e ti lascia sconquassato, ti fa tornare quasi bambino, scoperto, fragile, bisognoso di quelle sicurezze che sono crollate o, forse, non erano mai esistite se non nella tua mente. Unilateralmente.
Princisbecco è il primo volume di poesie di Walter Revello, docente di Storia dell’Arte, esperto di cultura ebraica e mediorientale, scrittore di narrativa, saggistica e, soprattutto, di teatro, di cui cura allestimenti e regie in Italia e all’estero in suoi corsi estivi in area mitteleuropea. L’autore parte da sé, dalla sua storia, ma questo è solo il punto d’avvio. La vicenda diventa immediatamente di tutti: il lettore ci si ritrova, senza riserve, denudato, immerso senza filtri nella fragilità dell’esistenza, nei sentimenti riposti, nell’amore tradito, nel senso di ‘casa’ spezzato. Non c’è né tempo né spazio allora tra Walter contemporaneo, o Saffo, o Catullo: non sei più un poeta europeo, africano o mediorientale. La poesia è un legame senza età che avvicina ogni creatura senziente, al di là di ogni indicazione cronologica o geografica. È una bella sensazione per chi legge sentirsi idealmente unito con tutta l’umanità , passata e presente, perché, o prima di noi o contemporaneamente a noi, nello stesso nostro modo i lettori si sentono in maniera solidale, con la stessa specificità , le stesse nostalgie, lo stesso gelo del cuore, la stessa rabbia veemente, lo stesso astio intollerabile e violento: il vuoto dentro e fuori di noi e ogni contraddittoria ambivalenza del sentire umano.
Un tema classico, vecchio come il mondo, il crollo delle illusioni d’amore, il senso della casa, calda di affetti, spezzato: ma come viene trattato? Reminiscenze classiche, talora, nella musica cadenzata di versi esattamente modulati sullo stile di poeti decadenti di primo Novecento, Pascoli tra tutti, si aprono d’un tratto a uno stile personalissimo: un verseggiare spezzato con riconoscibilissime parole chiave ad aprire scenari di sentimenti forti, di sdegno, di ripulsa o, viceversa, di assoluta nostalgia, di dolore inarrestabile, ma anche di improvvise tenerezze, che nascono come momenti inattesi di ingenuità , magari proprio susseguenti a uno sfogo amaro di ironia. Il cervello porta da una parte, il cuore va in ben altra direzione.
Questo cumulo oppressivo, ma vario, del pensiero viene reso in forma mossa e articolata – com’è giusto che sia – che crea un notevole ed efficace contrasto, dopo le reminiscenze fluide e armoniche pascoliane cui ho appena accennato. Vita e scrittura sempre si uniscono in Walter nella verità . Spesso illusoria realtà . L’esposizione dei versi è scandita da un periodare secco, segnato da punti ortografici che servono da pausa, ma non troncano il fluire né del pensiero né della frase: sono un po’ più di una virgola, ma non sono mai elemento esplicativo, per esempio il ‘cioè’ dei due punti. Costituiscono la pausa, leggermente prolungata, di un respiro sofferto, tant’è vero che dopo questi punti sui generis non c’è la ripresa di altro periodo staccato con lettera maiuscola. È il corso spezzettato, ma vivido e sofferto di osservazioni tra sé e sé, così come vengono alla mente con frammenti di immagini e di ricordi, per esempio quel dito stretto nel sonno, con affetto che ritorna alla memoria dal passato. L’immagine è tenera: ci evoca un bimbo neonato che stringe il dito di un genitore nel sonno. Si stemperano così la polemica e la precedente ironia, si sottolineano un’ingenuità di fondo di occhi belli e la sensibilità dell’autore, al di là dello spirito ironico e provocatorio. Questo nella poesia N. 12 che vi propongo in quanto la amo particolarmente per la sua esemplare credibilità sentimentale e per l’efficacia della resa stilistica.
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12.
di tutta quella strada fatta
di quella meta raggiunta
è rimasta solo la polvere
e il sonno indigesto.
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di quello che ho fatto
per me
sognandoti
oggi
resta solo
nausea.
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e in tutto questo
in fondo
preferisci far finta di dormire
anziché.
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e quindi buona notte
occhi belli:
resteremo ancora
lì
dove ti sei addormentato sul mio petto
tra le mie braccia
stringendomi un dito che ti fosse casa.
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forse è ora che
io
capisca
che quella casa
era solo un disegno di carta.
                                  17 gennaio 2014
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Ma sarebbe riduttivo considerare tema del libro il crollo delle illusioni di una giovane vita (molte poesie risalgono a una quindicina di anni fa e Walter è oggi poco più che quarantenne!).
Già il titolo, Princisbecco, fa riferimento alla grossa differenza che passa nelle cose tra realtà e apparenza, visto che il termine definisce una lega di metalli che appronta oggetti assai simili all’oro, alla vista, ma chiaramente falsi nella sostanza. Ecco quindi, di fronte a una società di falsi valori, ignava e superficiale, quando non correa, nei confronti di comportamenti individuali e politici sempre più violenti e disumani ad ogni livello, nazionale e internazionale, ergersi la voce dell’autore in testi di intonazione civile di grande rilievo e autorevolezza, a riprova che l’intellettuale è chiamato a interpretare i tempi in cui vive e a far sentire la sua voce sempre, anche se questa risuonasse in totale isolamento. Il poeta non può voltare il viso da un’altra parte e, anche perché uomo, deve trovare il coraggio di sé e dei suoi pensieri, il coraggio di non farsi ‘princisbecco’ (come troppi!).
Riporto due tra le poesie civili da me predilette, la N. 40 e la N. 34. Quest’ultima, scritta nel 2016, fa rivivere nella suggestione dei versi e nelle immagini che evoca, a livello conscio e inconscio, tutta la tragedia dei rastrellamenti nel ghetto e dei campi di sterminio. È un’emozione fortissima, quella che ne deriva, col monito interiore intenso, ma esposto con certa apparente levità , per tutte le persone di buona volontà , facili forse a dimenticare. Andrebbe letta ogni anno nel Giorno della Memoria!
In quanto alle date espresse al termine di ogni componimento, esse stanno a significare in toto il momento creativo dell’autore che, per sua caratteristica personale, scrive di getto, in un momento di profonda emotiva creatività , e non rivede mai più quanto ha sentito e fissato sulla carta quel giorno.
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40.
inizio ad avere paura
paura dei cattivi
paura dei sorridenti
paura degli annuenti.
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ma ho molto più paura
di chi tace
di chi non si oppone
di chi lascia correre
di chi non vuole scegliere dove stare.
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di questi ho più paura
di questi saranno sporche le mani
di questi è la colpa vera.
                                  15 novembre 2018
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34.
questa mattina
al Portico d'Ottavia
sono venuti
a portarci
via.
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chi cammina
la strada
cammina sempre
la strada.
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ESODO
diciamo.
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quale terra promessa?
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un cielo di fumo
un ritorno di
case vuote.
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scusate
il silenzio rotto.
16 ottobre 2016
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E per finire con immagini foriere di pensiero profondo, ma di una certa levità stilistica, termino con le poesie N. 42 e N. 35.
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42.
dove nevica
restano fermi i pensieri
sul qui
sull’ora
e non si fanno passi
non servono
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si esiste
tanto per.
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non nevica
a casa
non nevica mai.
                                  26 febbraio 2020
                                  Charleroi
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35.
c’è chi sente il vento
battere sulle finestre.
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c’è chi sente il vento
schiaffeggiargli la faccia.
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c’è chi è vento.
                                  6 gennaio 2017
