
Emily Dickinson

Intervista a: Emily Dickinson
di Marvi del Pozzo
[D] Non so a cosa dire grazie perché lei abbia acconsentito a darmi udienza: comunque sia, le sono davvero grato avendola conosciuta, dai numerosi libri scritti su di lei, come persona estremamente selettiva, dalla vita modesta, riposta, fino ad essere tramandata come poetessa reclusa, volontariamente appartata nella sua stanza, sempre vestita di una ieratica veste bianca, misteriosa e inarrivabile per gli altri.
Ma è davvero così? O è un’esagerazione, diciamo, un po’ leggendaria, per acuire il suo fascino di creatura invece straordinariamente aperta, osservatrice della natura e dell’animo umano, ma incomprensibile al prossimo per la modernità della sua intelligenza e per il sentire anticonformista, indipendente, per i suoi contemporanei mai irreggimentabile in schemi prefissati?
La sua vicenda umana pare piena di interrogativi, persino di contraddizioni. Come potrebbe una ragazza, giovane, bella e corteggiata, capobanda tra le compagne di classe all’Amherst Academy, frequentatrice di salotti importanti, ammessa al prestigioso Mount Holyoke Seminary – scuola di perfezionamento –, amante di una vita sociale ricca e di successo, relegarsi volontariamente all’età di trent’anni? Vogliamo fare chiarezza su questo aspetto misterioso, che alimenta ancora oggi chiacchiere e supposizioni?
[R] È vero quanto lei afferma: la forza dei miei versi mi ha reso quasi una vestale della poesia, ma soprattutto credo sia la mia lirica totalmente simbolica e metafisica a cucirmi addosso la fama di creatura fuori dal tempo e da ogni schema. Ecco il perché degli aneddoti esagerati sulla mia vita e la dicotomia tra realtà fisicamente individuabile attraverso i cinque sensi e una realtà metaempirica (è stato detto da Raffo, uno dei miei migliori traduttori in Italia), realtà che colgo io, misteriosamente, con i sensi appunto metaempirici dell’anima. Già a ventun anni scrivevo questa poesia, chiarificatrice del pensiero appena esposto, al mio amatissimo fratello Austin, nato nel 1829, di due anni e mezzo più grande di me:
C’è un altro cielo,
sempre limpido e bello,
e c’è un altro rilucere di sole,
anche se è fitta, lì, l’oscurità:
niente foreste disseccate, Austin,
né campi silenziosi —
“qui” sta la piccola foresta
dall’erba sempreverde;
ed il giardino più luminoso
che mai ghiaccio conobbe:
tra i suoi fiori perenni
odo l’ape ronzare, ebbra di luce:
ti prego, fratellino,
vieni nel “mio” giardino!
È un giardino dello spirito, per questo il possesso del bello è immortale, perché diventa interiore, anche se nasce dalla fisicità, e nessuno lo può portare via, quindi. Se conoscessi meglio il greco Platone, ma io sono americana del New England, del Massachusetts puritano, direi che intuisco l’IDEA platonica, quindi incorruttibile, in questo caso l’idea del bello, perenne e forse immutabile nel tempo, nei secoli, nei millenni.
Per tornare alla domanda: sì, è vero, sono sempre stata ambivalente: profondamente insofferente dei riti religiosi e della piccolezza del mondo puritano, per quanto credente in un Dio creatore del tutto, sono stata ostinata e decisa nelle mie convinzioni, passionale nei miei rapporti umani, eppure riservata e solitaria, seria e meditativa, ma anche irridente e ironica, grave e irriverente. Tutto e il suo contrario.
Capisce lei la difficoltà di incasellarmi? Eppure il mondo, nella sua limitatezza, per credere di capire ha bisogno di catalogare. E così sono finita per essere la zitellona, seria, dedita solo alle letture, alla visione del suo giardino e del cielo stellato e soprattutto, come dicevo prima, la vestale della mia passione primaria, la poesia, chiusa per decenni nella sua stanza, sempre nella Homestead dei Dickinson – a partire dal nonno Samuele – una delle più eleganti residenze di Amherst, nel Massachusetts, con grande parco ricco di alberi d’alto fusto e fioriti giardini.
[D] La sua poesia è talmente ispirata, talora incline ad un fatalismo pessimista sulle sorti umane (non si capisce bene se per una specie di vocazione di morte o di una precisa convinzione di immortalità), talora invece è vitale, appassionata, ardente come fiamma, lei che da subito è stata una grande. Ora è considerata la massima poetessa d’America e tra le più alte al mondo. È ovvio che la sua vita ‘strana’, me lo lasci dire, venga scandagliata.
Vuole, per favore, accostare per noi alcune sue poesie alle persone cui le ha dedicate e in quali circostanze?
[R] È una domanda sfacciata e ‘furbetta’, la sua, perché a partire dai miei testi poetici mi costringe a parlare delle persone cui dedicai questi versi. Le dirò… ma solo qualcosa, perché un po’ di alone di mistero alimenta la fantasia dei lettori e non fa male, soprattutto in tempi ormai tanto lontani da me…
Vi ho già ricordato quella mia poesia giovanile per Austin, mio fratello diletto, ma per quella che fu poi sua moglie, e quindi mia cognata, è stato un amore globale. Susan Gilbert era mia coetanea, come me indipendente, spiritosa, brillante, testarda, amante delle arti, della lettura: Shakespeare, Eliot, la Barrett Browning, ma anche Cime tempestose oltre ad Amleto e tutte le sorelle Bronte. Amavamo entrambe la natura fiorita e pettinata, come la natura in subbuglio: il sublime del bello e dell’orrido. Ci legò sempre l’insofferenza per la cosiddetta ‘normalità’ e per la ‘casalinghità’ del mondo femminile di allora e ancora, forse, del vostro oggi.
Nel 1861 la ‘austera’ Emily scrisse questa poesia tutt’altro che puritana: il fuoco covava sotto la brace dei ceppi, sia in me, sia in Susan, sia in altre persone che mi erano vicine e mi amavano. Dissi un giorno: Susan e io siamo gli unici poeti, mentre tutti gli altri sono prosa, quelli che vogliono le donne assennate, tranquille, in linea con le regole dell’epoca. Noi ci sentivamo libere come stelle e nell’alto della poesia.
Notti selvagge – Notti selvagge!
Fossi io con te
notti selvagge sarebbero
la nostra passione.
Inutili – i venti –
a un cuore ormai in porto –
non serve la bussola –
non serve la mappa –
Remare nell'Eden –
Il mare!
Potessi almeno ormeggiare – stanotte –
in te.
Pensi quello che vuole su questa poesia, probabilmente non sbaglia!
[D] Le storie su di lei parlano del colonnello Thomas Higginson, più anziano di sette anni, esperto di lettere e appassionato di poesia, che la seguì per anni e fu uno dei visitatori cui lei concesse visite nel corso degli anni nella sua stanza solitaria.
[R] Ma Higginson è il mio fedele mentore, con lui scambiai lettere intense fino alla mia morte. Fu lui il primo curatore delle mie opere. Comunque Otis Lord, stimato giudice della Corte Suprema e presidente della Camera dei Rappresentanti, di quasi vent’anni più anziano di me, colto e intelligente, e anche affascinante, mi chiese in sposa più e più volte. Gli ero molto affezionata e soffrii alla sua morte nel 1884. Forse lo amavo, ma non potevo rinunciare alla mia vita di solitudine preziosa, né sapevo ovviamente che sarei morta anch’io solo due anni dopo, nell’86. Otto anni prima gli scrivevo parole inequivocabili:
non sai forse che mi hai preso la volontà e «non so dove tu l'abbia messa»? Avrei
dovuto tenerti a freno prima? «Lesinare sui No vizia il bambino»?
Oh, mio troppo amato, salvami dall’idolatria che ci schiaccerebbe entrambi –
«Sicuro faro dell'ultima mia Vela»[1]
In quegli anni scrissi poesie di grande impatto logico ed emotivo. Il mio mentore Higginson però lesse al funerale una delle poesie più amate da me: è di Emily Bronte, non mia, e parla d’amore:
Se anche la Terra e la Luna sparissero
e Soli e Universi smettessero di esistere
e tu fossi rimasto solo,
ogni Esistenza esisterebbe in te.
[D] Faccio io da mentore, mi permetta. Desidero interpretare alcune delle sue poesie incantevoli e pregarla di recitare, a conclusione di questo nostro incontro, a sua scelta dei testi cui sia particolarmente legata. È un modo di continuare a vivere tra noi, tra una schiera sempre più vasta di appassionati alla sua vita incredibilmente ricca di sensibilità e amore, sempre in bilico tra vertigine e abissi.
È la poesia la protagonista del suo dire?
Dopo un grande dolore i sensi solenni s’atteggiano –
Come tombe i nervi siedono cerimoniosi –
Il cuore, irrigidito, si chiede: fui io a sopportare
e fu ieri, o secoli addietro?
Meccanici si muovono i piedi –
Percorso di terra, di aria, di nulla –
Un cammino legnoso,
che va a caso,
una pace di quarzo, come pietra –
Questa è l'ora di piombo –
che ricorda chi sopravvive,
come gli assiderati, la neve –
Dapprima una sensazione di freddo – poi lo stupore –
infine la resa.
*
Non sarebbe aspra sfortuna
ricordare quanto sono infelice
se potessi dimenticare quanto sono stata felice
ma il ricordo di alberi in fiore
ogni anno rende difficile il novembre
poi, un giorno, io che ho avuto quasi coraggio,
come un bambino perderò la strada
e morirò di freddo.
*
Come se il mare si potesse aprire
E rivelare al di sotto un altro mare –
E quello – un altro ancora – e tutti e tre
Fossero appena una supposizione –
Di periodici mari –
Non visitati da rive –
Confini a loro volta di altri mari –
L’eternità – è questo –
[R] Il mio saluto in poesia, proprio come lei desiderava, in grazie al suo apprezzamento e alla sua cortesia. Sono poesie tra le più amate e senza tempo.
Esiste una solitudine dello spazio
una solitudine del mare
una solitudine della morte,
ma queste compagnia saranno
in confronto a quel più profondo sito,
quel polare isolamento di un’anima
messa di fronte a sé stessa.
Finita infinitudine.
*
I poeti non accendono che lampade –
Poi loro – si dissolvono –
Il lume che hanno suscitato –
Se è luce vitale
Permane come fanno i soli –
Ogni epoca una lente
Che diffonde la loro
Circonferenza –
So che le mie poesie non sono facili, sono considerata il poeta più metafisico dell’Occidente. Anche da voi, in Europa, soprattutto in Francia, da metà/fine ‘800 alla prima guerra mondiale è un fiorire di poesia simbolista. È vero, anche la mia Natura è tutta un luogo di accadimenti allusivi, di percorsi paralleli alla realtà, che si rivela solo a tratti, per intuizione non per ragione, del resto il soprannaturale non è che il naturale che si rivela in minimi sprazzi, in moti segreti [(a cura di) Silvio Raffo, Il giardino delle mente, La Vita Felice 2017 pag. 20]. Come in questa poesia, che mi è molto cara, sulla luce invernale:
C’è un certo taglio di luce
nei pomeriggi d'inverno
che opprime, come il peso
dell’armonia dentro una cattedrale.
Una celeste ferita c’infligge,
ma non troviamo alcuna cicatrice,
solo un dissidio interno, dove sono i significati –
Nessuno può insegnarlo –
disperazione è il suggello,
un’angoscia imperiale
che l'aria ci manda –
Ma poi, come viatico a chi ama la poesia, quattro versi semplici:
Qualcuno dice che quando è detta
la parola muore.
Io dico invece
che solo allora
incomincia a vivere.
[1] Citazione di Shakespeare, Amleto, V, ii, 268
