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Alda Merini


Alda Merini

di

Marvi del Pozzo

 

[Prelato]         

Se, come un tempo, potessi colloquiare con Alda Merini, donna e poetessa di personalità e sostanza, vorrei che fosse lei a presentarsi, nella sua essenzialità e le chiederei in effetti di raccontarsi senza riserve, negli aspetti che lei considera salienti, direi determinanti, della sua controversa esistenza.

 

[Alda Merini] 

Sono legata con le mie radici profondamente alla terra. Ho circa ottant’anni, riuscirò a staccarmi,  morire? Ho vissuto di dolori, ma quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto altro che rivelarmi la grande potenza della vita. La amo di passione irrefrenabile.

Sono proletaria di scelta e di abitudini, per quanto nobile decaduta: mio nonno paterno, come me irriducibile alle regole, era conte, diseredato dalla famiglia per avere avuto il coraggio di rompere le regole e sposare una contadina; mio padre restò un uomo dolce, affettuoso, di educazione e cultura raffinata ma io, che non sopportavo invece il perbenismo ossessivo materno e l’ossequio alle regole di ogni tipo, da bambina fingevo di essere orfana e povera e andavo a mendicare, confidando nella tenerezza che ispirava la mia bellezza infantile e nella mia capacità di convincere con le mie bugie il prossimo. Quanto mi divertivo!

Anticonvenzionale e fiduciosa nel potere sensuale femminile, ne approfittai anche troppo prematuramente, fin da ragazzina… Ma un tipino così fa paura… meglio internarla in clinica già a quindici anni. Troppo originale e indipendente, per essere considerata nella norma. Individua pericolosa: bipolare o schizofrenica? Sicuramente un po’ aliena: meglio internarla e tenerla a freno. Già dalle scuole medie ero considerata ‘brava’ in letteratura. Amavo la poesia. Spagnoletti fu mia guida, a casa sua conobbi Giorgio Manganelli, mio notorio amante sposatissimo, padre di una figlia, e vigliacco: ero una ragazzina e se ne approfittò, va detto, quando ero molto molto minorenne. La soggezione intellettuale mi faceva soggiacere a legami sessuali e affettivi importanti. Dal 1950 al ’53 altro legame impari e difficile, lui addirittura fu un premio Nobel: era Salvatore Quasimodo.

Cercavo uomini importanti, molto più vecchi di me, ma poi sposai, poco più che ventenne, un operaio giovane, poi panettiere, sindacalista: matrimonio intemperante e violento, piatti rotti e sedie in testa, con quattro figlie femmine nate in intervalli di libertà da cliniche per pazzi, dove conobbi le cure più terribili. Come ho fatto a non impazzire del tutto? Dovevo essere ben forte di mente, per non uscire devastata dai pazzi di fuori che ‘curavano’ – tra virgolette – quelli di dentro.

 

[Prelato]          Kierkegaard il filosofo dice che la via dell’infinito passa per la magia della fantasia e del cuore. Questa prerogativa è ‘normale’ nell’incanto della poesia, soprattutto al femminile. Poesia e adolescenza femminile sono modelli di ‘diversità’, di realtà aliena, misteriosa, inconoscibile all’uomo che, forse come creatura più rozza, resta a terra. Noi siamo attratti da un ‘oltre’ che non riusciamo a raggiungere, restiamo al di qua.

Quale era il tuo fascino, Merini? Com’è che eri per tutti irresistibile, anche per noi uomini di spiritualità, di chiesa, anche molto più giovani di te per età? Io ti ho amata, Merini, sono andato vicino ad un amore umano, nonostante il mio abito talare e gli impegni della mia vita religiosa, che non potevo, non mi sentivo di tradire.

 

[Alda]             La poesia, è vero, a chi la tocca la tocca. A dieci anni già vincevo un premio di poesia: ero già grande, più matura dei miei pochi anni. La guerra, l’indigenza mi forgiavano: non potei fare gli studi regolari che volevo, persi la casa sotto i bombardamenti, aiutai mia madre a partorire sotto le bombe. L’avere relazioni a quindici anni con uomini maturi e importanti dava sicurezza, diventavo consapevole di me, della mia sessualità prorompente, della mia carnalità fisica importante. Amori travolgenti tanti, di tutti i tipi, tu lo sai bene. Sapevo come dominare un uomo, anche a suon di botte, se era il caso.

Nei miei vent’anni di internamento fui interiormente libera, scelsi io i miei legami: mi amavano tutti, dai potenti ai medici che mi ebbero in cura, fino a prelati (di nascosto, ovviamente), fino ai barboni di Porta Ticinese. Ma nessun amore totalizzante, facevo paura agli uomini. Troppo intelligente? Troppo lontana dagli schemi femminili del tempo? La vita e il dolore danno origine alla poesia, la poesia esalta la quotidianità, la supera, eternizza le esigenze umane. Le sublima.

 

[Prelato]          È vero: anche in vecchiaia avanzata hai suscitato forti sentimenti, tuttavia molti sfruttarono la fama e la tua generosità nell’ultimo periodo, approfittando della tua buona fede. La tua indole in vecchiaia era incline alla fiducia negli altri, ma spesso i sentimenti altrui non erano sinceri, quanto strumentali: per via riflessa, si cercava di sfruttare il tuo successo, anche pubblico, anche mediatico. E questo va detto: molte operazioni commerciali si sono originate sfruttando la tua presenza ingenua, la tua buona fede, la tua poesia.

 

[Alda]             Non me ne importa nulla: mi interessava che si parlasse, più che di me, della mia poesia e quella si spargeva tutt’intorno. Del resto il mio anticonformismo faceva scuola: le mie poesie accusavano un mondo che stava mutando. Le femministe lottavano per una società più libera e giusta, meno limitata alle donne, prigioniere di stereotipi del passato.

Le mie stesse poesie sui manicomi aiutavano a cambiarne le regole, come Basaglia insegnò. Ve ne leggo alcune, ancora con i brividi addosso.

 

Io come voi sono stata sorpresa

mentre rubavo la vita,

buttata fuori dal mio desiderio d'amore.

Io come voi non sono stata ascoltata

e ho visto le sbarre del silenzio

crescermi intorno e strapparmi i capelli.

Io come voi ho pianto,

ho riso e ho sperato.

Io come voi mi sono sentita togliere

i vestiti di dosso

e quando mi hanno dato in mano

la mia vergogna

ho mangiato vergogna ogni giorno.

Io come voi ho soccorso il nemico,

ho avuto fede nei miei poveri panni

e ho domandato che cosa sia il Signore,

poi dall'idea della sua esistenza

ho tratto forza per sentire il martirio

volarmi intorno come colomba viva.

Io come voi ho consumato l'amore da sola

lontana persino dal Cristo risorto.

Ma io come voi sono tornata alla scienza

del dolore dell'uomo, che è la scienza mia.

                                   

[Prelato]          Le conosco bene queste poesie terribili, le abbiamo anche lette insieme. Una delle mie preferite è


Al cancello si aggrumano le vittime

volti nudi e perfetti

chiusi nell'ignoranza,

paradossali mani

avvinghiate ad un ferro,

e fuori il treno che passa

assolato leggero,

uno schianto di luce propria

sopra il mio margine offeso.

                                   

E un’altra:


Un tempo nel manicomio

ho sofferto la libertà infelice

di chi è recluso nel vento

dentro i recinti

di una impossibile corsa

Poi è venuta la vita:

una lacrima che nessuno asciuga,

un velo di presenza

E così io sto muta

parlo solo nei versi

E mi aggroviglio

nella mia medesima forza

cercando di rimanere eterna

 

Quanto il dolore ha forgiato la tua vita, dentro e fuori il manicomio, e quali rimpianti – e forse rimorsi – hanno procurato le vicende, volute o subite, dalla tua esistenza? Quali colpe non ti perdoni, se posso osare la domanda?

 

[Alda]             Amore e sofferenza sono indissolubilmente legati: chi più ama, chi più dà più soffre e la vita del poeta, che ha un occhio più attento e sensibile anche alle piccole cose del mondo, è destinato in ogni specie di affetto alla lacerazione del cuore. Io stavo male, e forse non è tutta colpa mia, ma la pena più grande la sento nei confronti delle mie figlie, che mi hanno solo subita, che mi hanno visto partire per il manicomio, mi sono state sottratte, affidate ad altre famiglie, ad altre specie di madri più degne; soprattutto alle ultime due bambine, a me quasi sconosciute. Tutte abbandonate comunque e mai totalmente recuperate.

Eppure l’istinto materno lo ebbi, forse per amore di uomini degni di essere padri di miei ipotetici figli. Come nella poesia Genesi. Non confesserò mai al mondo l’uomo per cui ho scritto questa poesia d’amore: può essere il mio primo marito, panettiere, sindacalista, padre delle mie quattro figlie, con cui feci follemente l’amore e follemente ci spaccammo piatti e sedie in testa, ma ebbi, per amanti intensi e appassionati, uomini di ogni genere, da professoroni medici a premi Nobel, come si sa, da mendicanti di Porta Ticinese a uomini di chiesa, vuoi conventuali, vuoi intellettuali di notissimo rilievo. E’ bello ed enigmatico mantenere un po’ di mistero sulla propria intimità non solo sessuale, ma in senso lato più sentimentale. Ma tu questo lo sai. Vorrei che la leggessi tu, Genesi

 

[Prelato]                                

Vorrei un figlio da te che sia una spada

lucente, come un grido di alta grazia,

che sia pietra, che sia novello Adamo,

lievito del mio sangue e che risolva

più quietamente questa nostra sete.

Ah, se t'amo, lo grido ad ogni vento

gemmando fiori da ogni stanco ramo

e fiorita son tutta e d'ogni velo

vo scerpando il mio lutto

perché genesi sei della mia carne.

Ma il mio cuore, trafitto dall'amore

ha desiderio di mondarsi vivo.

E perciò dammi un figlio delicato,

un bellissimo, vergine viticcio

da allacciare al mio tronco, e tu, possente

olmo, tu padre ricco d'ogni forza pura

mieterai liete ombre alle mie luci.

 

[Alda]             In generale credo di avere fatto l’amore spiritualmente, con desiderio concreto di maternità, con uomini di tale spessore e intelligenza che mi hanno presa totalmente e legata a sé, nonostante non mi abbiano mai sfiorata con un dito e forse mai abbiano subodorato un desiderio carnale così intenso, da parte mia. Dai miei violenti sentimenti non sempre realizzati per uomini legati a Dio sono nate le mie crisi religiose, i miei momenti di fede intensa, totale, spirituale ma forse troppo carnale, da Maddalena non pentita, in preda a sacri furori e a voglia di santità e redenzione cui aspiravo.

 

[Prelato]          Questo tuo pensiero religioso lo vedo, lo conosco, ne abbiamo parlato tante volte, talora è molto evidente, come in questa poesia, Gesù:

 

 

Gesù,

forse è per paura delle tue immonde spine

ch'io non ti credo,

per quel dorso chino sotto la croce

ch'io non voglio imitarti.

Forse, come fece San Pietro,

io ti rinnego per paura del pianto.

Però io ti percorro ad ogni ora

e sono li in un angolo di strada

e aspetto che tu passi.

E ho un fazzoletto, amore,

che nessuno ha mai toccato,

per tergerti la faccia.

 

Più interiore e problematica religiosità, invece, in quest’altra:

 

Anima che si traduce

in qualcosa che la mente

non ha più il diritto di conoscere

e di santificare,

anima impropria,

anima che non dà profumo,

anima che non ha più estasi,

anima che diventa soltanto un’onda,

una piccolissima onda

di fronte a un mare intero in burrasca.

 

[Alda]             Ma per tornare alla mia maternità concreta, la più bella e materna delle mie poesie è per Manuela, la prima bambina, quella più consapevole, quella che ha patito di più. Le altre non sono state con me, non mi hanno vissuto: sono state date in affidamento negli anni più formativi per loro. Ho creato loro problemi umani, pratici e psicologici. Loro, senza di me e io, anche in vecchiaia ormai coccolata e famosa, senza di loro.

Avevo molte amiche, quasi figlie putative, che non mi lasciavano sola mai e che io molto amavo. Le mie figlie quasi sconosciute erano la mia pena, forse il mio rimorso.

 

A mia figlia Manuela

O carme, gentile indovino

che hai allietato le mie esili braccia,

fiore di una madre che delude,

adolescenza che fuggì via alla svelta

come raggio di sole benedetto

viene alla sera umida ed ignota,

mi vedesti partire per l'inferno

e desolata e sola hai cominciato

ad impararmi solo per memoria

e sei rimasta con un grande vuoto

dentro al ricordo. E mi fa gran pena,

e vorrei ritornare ancora indietro

per trovare quelle ore conosciute.

Bambina, ti reggevo tra le braccia,

ti portavo dovunque per la via

e i pontili parevano d'argento,

la mia casa una reggia, faraone

tuo padre, mentre io

Giuditta con la spada.

E, lo ricordi, suonavamo il piano

non so con quanti cembali imprecisi;

poi, quando tu capisti che tua madre

fuggiva dalle soglie della casa,

tu non piangesti mai, ma mi guardavi

con tanto smarrimento dentro agli occhi

che ancora oggi tremo se ti chiamo:

non voglio che ricordi quei momenti

in cui io, persa, ti desideravo.

 

Forse in circostanze diverse avrei potuto essere una buona madre? O è un alibi che mi creo, per lenire la nostra pena? Non voglio interrogarmi in merito. Ormai preferisco non sapere.

 

[Prelato]          Sei una strega, dal fascino inquietante, senza età, perché la tua è una malìa che viene da dentro: anticonformismo, senso di libertà e, allo stesso tempo, c’è in te un fatalismo inoppugnabile e inesplicabile che mi fa venire in mente la Carmen dell’opera di Bizet e della novella di Mérimée, per intenderci: spregiudicate, siete quel tipo di donna rara che può morire in catene, ma mai imprigionata, perché possiede gli spazi liberi, quelli aperti dell’anima e dei cieli. Non vi si può giudicare con i parametri comuni.  È così che la Merini parla a tutti con le sue poesie, non con la sua vita spesso strampalata.

 

Il dialogo surreale è frutto della mia immaginazione e di tanti ricordi: Alda Merini è morta.  È già passato tanto tempo, ma non posso dimenticare la sua sete di infinito, la sua fame di verità, la ricerca di Dio, nonostante la sua spiritualità così legata alla terra, alla carne, al senso. Ricordo i nostri discorsi religiosi, la ricerca, le domande sul Cristo, sui Vangeli, sul senso di una vita, la mia, dedicata alla teoria degli studi e al prossimo, come immagine di Dio padre. Tutto è passato, ma mi piace salutarla con una poesia che non è sua, ma si addice straordinariamente, a mio avviso, alla sua umanità nella concretezza, nelle domande al culmine delle contraddizioni. È di Paul Evans, dal concerto di Prokofiev. Ancora immagino di sentire la sua voce che legge, resa roca dalle decine di sigarette quotidiane:

                       

Coda

Se vi è un culmine

è uno solo

su d'una linea senza fine

o storia

 

non la nostra

e non senza fine

che si disperderà

in altre forme.

 

Le parole che abbiamo

non basteranno,

nominando la fine

che non è un finale.

 

Nozioni come "per sempre"

sono una forma di codardia. Nessuna

immagine tiene.

Non importa.

Fummo qui

nella nostra nudità.

 

 

 

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