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Antonia Pozzi

Intervista a Antonia Pozzi

di

Marvi del Pozzo


[I]        Non comincio con lei, Antonia Pozzi, con nessuna domanda specifica, ma in modo un po’ inconsueto per una conversazione, indubbiamente, per quanto sia surreale. Come tutti sanno, lei è poetessa molto conosciuta oggi, in parte per la sua vita dalle scelte difficili, ma soprattutto per la sua poesia, limpida e comunicativa. Ma ci parli lei di sé stessa, parta da sé e da dove vuole.

Intanto mi pare così strano incontrarla, come alla ricerca di qualcosa in questa Milano fantascientifica e stralunata, lei milanese fin nelle midolla, ma di una milanesità ormai inesistente oggi, completamente perduta, tra stranieri altolocati, trasferiti per lavoro, gente di passaggio, tra artisti, stilisti, modelle, cinematografari, televisivi, archistar e chi più ne ha più ne metta.

 

[A]      Quando il 2 dicembre 1938 lasciai la scuola dove insegnavo, l’Istituto Tecnico Schiaparelli di Milano, due ore prima del previsto per andare ad uccidermi in un prato, sotto la neve, presso la Certosa di Chiaravalle, piena di barbiturici e di dolore interiore senza speranza di remissione, avevo ventisei anni e una forma di religiosità del tutto anticonvenzionale: non ero praticante e il messaggio cristiano mi era del tutto estraneo, se accostato al dolore del vivere tra i presentimenti della guerra, le leggi razziali, la povertà, anzi la miseria, di Milano presso le famiglie diseredate che cercavo di alleviare e che ho cantato nelle mie canzoni civili, Via dei Cinquecento tra tutte. La religione non mi tratteneva dal gesto inconsueto. Non sapevo che dare spazio al mio male di vivere e l’essere di famiglia benestante, anzi addirittura altolocata, mi rendeva cieca ai miei stessi occhi come un’innocente colpevole irrimediabilmente, preda della vergogna di vivere una vita senza speranza né di meritevole amore né di resurrezione, con il padre fascistone, podestà di Pasturo, e la madre, nobile contessa Cavagna Sangiuliani di Gualdana, mondana e anacronisticamente chiusa in un mondo di ancien regime. Mi è mancata, con quella irrimediabile fine inconsueta, ogni luce del vivere: tutto. Ogni tanto ritorno, come un fantasma, alla ricerca della Milano perduta, di qualche accenno rimasto sugli effetti del passato – amicizie, Università, speranze – nonostante i molti decenni ormai trascorsi. Non trovo più nulla né del passato, né di quello che fu.

 

[I]        È un caso fortunato per me incontrarla qui oggi e poterle parlare. È riconoscibilissima: quante sue foto vidi, di giovane bella ragazza, con occhi profondi e un bel sorriso aperto. Spesso in abiti sportivi, per lo più da montagna, visto che era scalatrice e sciatrice: sembrava felice… Come inganna l’aspetto esteriore, a quali scelte porta invece l’intimo.

 

[A]      Una morte come la mia sembrerebbe concedere pace, ma no è così, non è una tregua: è un sollievo fasullo. Ripercorro i miei passi alla ricerca di requie che non trovo: solo attraverso la mia poesia supero tuttora in qualche modo la sofferenza. Il dolore del vivere attraverso i versi si spostava verso l’oltre, rispetto alla mia esistenza, persino al di là del mio intendimento personale e della mia poetica. Solo adesso lo capisco, attraverso l’eccezionale partecipazione emotiva e il coinvolgimento dei lettori. La mia voce risulta ancora attuale, oltre il mio soffrire cronologico e storico, limpida, cristallina, tanto che la poesia costituisce conforto, natura, rifugio, anche per chi legge. La poesia del resto era allora come voce dell’altra me stessa, senza quelle riserve che nel mondo reale mi costringevo a creare per essere accettata pienamente, in primo luogo dalla mia famiglia, ma poi da tutti gli altri, amici, amori, che non ebbero il coraggio di combattere per me. Del resto né io per loro: non era facile per una ragazza allora, dominata dalla mozione degli affetti e da un padre fortemente ingombrante, che mi faceva sentire in colpa. E io lo amavo tanto, non volevo creargli problemi.

 

[I]        Povera Antonia, ancora senza pace. Non la troverà certo nella Milano di oggi. È diventata città invivibile non solo per la gente comune, ma anche per il cosiddetto ceto medio, che non è più in grado di far fronte a un vivere così fuori misura. Un mare di pendolari va e viene quotidianamente, gli studenti universitari, anche milanesi di nascita, si spostano in sedi decentrate meno costose e quelli provenienti da fuori, giocoforza, scelgono altre vie: sono insostenibili i costi dell’affitto di una sola stanza singola, delle spese del vivere, dei costi universitari. Solo chi è abituato al sommo lusso si adegua a questa esistenza da miliardari: si cresce nell’arroganza del denaro, nello smaccato infischiarsi altrui, nella prosopopea dei giardini pensili, dei boschi verticali, degli acquisti nel quadrilatero della moda, nelle cene dei ristoranti super-stellati. E spesso – quasi sempre – il denaro è inversamente proporzionale alla cultura e all’educazione civica e civile.

L’ostentazione becera di cattivo gusto alla prima della Scala, a Sant’Ambrogio di ogni anno, ne è dimostrazione esemplare.

 

[A]      Non mi parli della mia adorata Scala. Ai primi del Novecento le famiglie anche importanti non erano più titolari dei palchi (privati) che erano tornati alla gestione diretta del Teatro. I miei genitori avevano in concessione sempre gli stessi tre posti di platea in seconda fila, ad ogni anno: per loro due e per me, che ero figlia unica. Molto spesso, quando fui più grandicella e loro rinunciavano per altri impegni mondani, io invitavo amiche e ci univamo ad altri compagni di liceo e poi di Università. Ebbi ancora modo di seguire una direzione di Toscanini. Meravigliosa. Io amavo la musica e l’opera lirica mi faceva sognare. Mi esaltava nella diversa creatività dei compositori: la tragicità eroicamente negativa di Lady Macbeth di Verdi, la leggerezza favolistica ed estatica della Cenerentola di Rossini, la genialità delle tre opere italiane di Mozart, con l’arte di Da Ponte a sostenere l’incantesimo delle arie. Non ho mai saputo se sia più grandiosa, sublime direi, la genialità del male – in fondo non così perversa – del Don Giovanni o la galanteria settecentesca delle  Nozze di Figaro o la grazia birichina e la coquetterie delle donne, ma anche degli innamorati di Così fan tutte. Insomma, in una parola, non posso pensare che il mio tempio della musica si riduca oggi ad una passerella mondana di incolti che applaudono, o fischiano, senza cognizione di causa, giusto per farsi notare e per dimostrare il peso di presenze che contano in società. Ovviamente, le loro presenze.

Come è possibile la volgarità di questa regressione?

 

[I]        Vorrei cambiare argomento e passare, diciamo, a più alte sfere. Raccontando qualcosa dei nostri attuali tempi, non vorrei cagionare ulteriori motivi o di pena o di sdegno. Mi ha sempre colpito la purezza formale e sostanziale delle sue poesie: hanno una cadenza equilibrata e una limpida armonia rara. Quelle del 1929 infatti non rispecchiano l’anima di una giovane diciassettenne già estremamente tormentata da meditazioni su di sé, sul senso della vita, su precoci pensieri di morte, ma cantano di ricordi infantili, di amicizia, di natura, per quanto già dominante sia il trasporto spirituale e insieme fisico per il suo amore, il suo professore col doppio dei suoi anni, cui dedica tanti testi: A.M.C., Antonio Maria Cervi.

 

[A]      E anche per mio padre!

 

Sventatezza

Ricordo un pomeriggio di settembre,

sul Montello. Io, ancora una bambina,

col trecciolino smilzo ed un prurito

di pazze corse su per le ginocchia.

Mio padre, rannicchiato dentro un andito

scavato in un rialzo del terreno,

mi additava attraverso una fessura

il Piave e le colline; mi parlava

della guerra, di sé, dei suoi soldati.

 Nell'ombra, l'erba gelida e affilata

mi sfiorava i polpacci: sotto terra,

le radici succhiavan forse ancora

qualche goccia di sangue. Ma io ardevo

dal desiderio di scattare fuori,

nell'invadente sole, per raccogliere

un pugnetto di more da una siepe.

                                    3/VII/1929

 

[I]        Pace

ad A.M.C.

Ascolta:

come sono vicine le campane!

Vedi: i pioppi, nel viale, si protendono

per abbracciarne il suono. Ogni rintocco

è una carezza fonda, un vellutato

manto di pace, sceso dalla notte

ad avvolger la casa e la mia vita.

Ogni cosa, d'intorno, è grande e ombrosa

come tutti i ricordi dell'infanzia.

Dammi la mano: so quanto ha doluto,

sotto i miei baci, la tua mano. Dammela.

Questa sera non m'ardono le labbra.

Camminiamo cosi: la strada è lunga.

Leggo per un gran tratto nel futuro

come sul foglio che mi sta dinnanzi:

poi, la visione cade bruscamente

nel buio dell'ignoto, come questa

pagina bianca, che si rompe, netta,

sul panno scuro della scrivania.

Ma vieni: camminiamo: anche l'ignoto

non mi spaventa, se ti son vicina.

Tu mi fai buona e bianca come un bimbo

 che dice le preghiere e s'addormenta.           3/VII/1929

 

*

Canto rassegnato      

ad A.M.C.

Vieni, mio dolce amico: sulla bianca

e soda strada noi seguiteremo

finché tutta la valle s'inazzurri.

Vieni: è tanto soave camminare

a te d'accanto, anche se tu non m'ami.

C'è tanto verde, intorno, tanto odore

di timo c'è, e sono così ariose,

nell'indorato cielo, le montagne:

è quasi come se anche tu mi amassi.

Arriveremo giù, fino a quel ponte

sorretto dallo scroscio del torrente:

là tu continuerai pel tuo cammino.

Io resterò sul greto, fra i cespugli,

dove l'acqua non giunge, fra le pietre

chiare, rotonde, immote, come dorsi

di una gregge accosciata. Col mio pianto

vitreo, pari a lente che non pecca,

io specchierò e raddoppierò le stelle.

18/VII/1929

 

[A]      In questi anni scrivevo anche per le amiche care.

A Lucia:         

 

Un’altra sosta

Appoggiami la testa sulla spalla:

ch’io ti carezzi con un gesto lento,

come se la mia mano accompagnasse

una lunga, invisibile gugliata.

Non sul tuo capo solo: su ogni fronte

che dolga di tormento e di stanchezza

scendono queste mie carezze cieche,

come foglie ingiallite d'autunno

in una pozza che riflette il cielo.

23/IV/1929

 

A Teresita Foschi:

 

Distacco

Tu, partita.

Senza desiderare la parola

che avevo in cuore e che non seppi dire.

Nel vano della porta, il nostro bacio

(lieve, ché ti eri appena incipriata)

quasi spaccato in due da un gran barbaglio

di luce, che veniva dalle scale.

lo rimasta

lungamente al mio tavolo, dinnanzi

a un vecchio ritrattino della mamma,

specchiando fissamente dentro il vetro

i miei occhi febbrili, inariditi.

9/V/ 1929

 

Alla natura, che ho tanto amato sempre:

 

Amore di lontananza

Ricordo che, quand’ero nella casa

della mia mamma, in mezzo alla pianura,

avevo una finestra che guardava

sui prati; in fondo, l’argine boscoso

nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,

c’era una striscia scura di colline.

Io allora non avevo visto il mare

che una sol volta, ma ne conservavo

un’aspra nostalgia da innamorata.

Verso sera fissavo l’orizzonte;

socchiudevo un po' gli occhi; accarezzavo

i contorni e i colori tra le ciglia:

e la striscia dei colli si spianava,

tremula, azzurra: a me pareva il mare

e mi piaceva più del mare vero.

24/IV/1929

 

[I]        Ma lo scoglio della sua vita fu l’amore ricambiato per il suo professore, l’Antonello di tante sue poesie. Ripetutamente lui la chiese in sposa a suo padre, nel ’30, poi nel ’31, nel ’32. Per allontanare voi innamorati, suo padre fece trasferire lui da Milano a scuola a Roma, mandò lei a Londra tutta una lunga estate. Il padre voleva la figlia per un matrimonio più consono al suo stato alto borghese, anzi per via materna nobiliare: l’amato, appena privato del padre e del giovane fratello premorti, voleva una famiglia e sognava un figlio che lo risarcisse della perdita subita. Quanto parlaste di un figlio. Un bimbo ‘non nato’ è talmente presente in poesie e in lettere, che è stato persino ipotizzato un aborto di lei, Antonia, per volere della famiglia. Probabilmente a Londra in quell’estate, da sola, in cui però fu raggiunta di nascosto dal professor Antonello. O era solo una maternità sognata?

Mi colpisce il tenore, dolce e disperato, di una sua lettera dell’8 maggio 1933:

Mi comprendi, Antonello, mio amore? E come potrebbe la mamma di Annunzietto rinunziare alla sua maternità sulla terra, come potrei, io, Antonello, rinunciare alla tua creatura e non morire disperata, se non pensassi che la soave ignota immagine del nostro unico bimbo non nato è il legame invisibile e indistruttibile che ci unisce in eterno, quello che di noi più vale e più dura, al cospetto di Dio?

 

[A]      Non è giusto rivelare al mondo una verità così privata. È qualcosa di talmente intimo e sacro che deve restare segreto. Si tenga presente che Antonello, molto più di me, aveva scrupoli di natura religiosa e il fatto che a Londra noi due siamo stati insieme non vuol dire nulla, se non che fossimo innamorati perseguitati e infelici. Era comunque da innamorati pensare, sognare un ipotetico figlio. Allora i figli facevano parte essenziale di un rapporto amoroso, erano il coronamento dell’amore e già se ne parlava prima ancora di arrivare all’intimità di coppia. Comunque la mia maternità – immaginaria, speranza, illusione? Comunque delusa – fu una tortura per sempre.

 

[I]        Il professor Cervi le rimase fedele per tutta la vita, mai convolò a nozze, e dopo il suo suicidio, fino alla propria dipartita, per decine di anni venne ogni estate in pellegrinaggio alla sua tomba (situata vicino all’amata nonna Nena, a Pasturo) con un fascio dei suoi fiori prediletti.

A lei, Antonia, non furono risparmiate tante altre delusioni: il suo professore di Estetica all’Università, Antonio Banfi – con cui peraltro si laureò nel 1935 con 110 e lode e dignità di stampa – storicista e razionalista, interpellato da lei sulle sue poesie, la criticò fermamente, rimproverandole sentimentalismo, scarso contatto con la realtà, poca determinazione di obiettivi, spingendola piuttosto, se di letteratura intendeva occuparsi, verso la scrittura di un più concreto romanzo storico. Anche i suoi più cari amici del gruppo Banfi, Enzo Paci, Giulio Preti, Vittorio Sereni, Guido Morselli e soprattutto Remo Cantoni e Dino Formaggio la delusero: questi ultimi anche sul piano affettivo. Cantoni perché, tombeur de femmes, dopo breve approccio la considerava solo amica, Dino Formaggio perché, di povera estrazione sociale, non poteva perdere tempo, occupato a lavorare per mantenersi agli studi, con una ragazza di alto livello sociale, così superiore a lui, per quanto ne fosse seriamente infatuato: non se la sentì di portare avanti questo amore impegnativo.

 

[A]      È  vero: nonostante nel cuore mi rimanesse l’amore profondo per Antonello Cervi, provai a rifarmi una vita, ma non ebbi fortuna in amore. A Remo Cantoni scrissi alcune poesie, considerate tra le più intense degli anni 1934/35:

 

Confidare

Ho tanta fede in te. Mi sembra

che saprei aspettare la tua voce

in silenzio, per secoli

di oscurità.

 

Tu sai tutti i segreti,

come il sole:

potresti far fiorire

i gerani e la zàgara selvaggia

sul fondo delle cave

di pietra, delle prigioni

leggendarie.

 

Ho tanta fede in te. Son quieta

come l'arabo avvolto 

nel barracano bianco,

che ascolta Dio maturargli

l'orzo intorno alla casa.

 

*

Tempo                                       

I

Mentre tu dormi

le stagioni passano

sulla montagna.

 

La neve in alto

struggendosi dà vita

al vento:

dietro la casa il prato parla,

la luce

beve orme di pioggia sui sentieri.

 

Mentre tu dormi

anni di sole passano

fra le cime dei larici

e le nubi.

 

II

Io posso cogliere i mughetti

mentre tu dormi

perché so dove crescono.

E la mia vera casa

con le sue porte e le sue  pietre

sia lontana,

né io più la ritrovi,

ma vada errando

pei boschi

eternamente –

mentre tu dormi

ed i mughetti crescono

senza tregua.

 

A Dino Formaggio, povero di grande onestà e intelligenza, devo molto. Fu lui, attento nell’aiuto ai diseredati e agli oppressi, a introdurmi presso ambienti che neppure immaginavo esistessero, per dare una mano per pura solidarietà umana, in quanto mi erano estranei movimenti politici egualitari, di  tipo socialista, cui lui invece non era del tutto lontano. Fu così che mi avvicinai all’ultimo periodo della vita: aumentava la confusione con l’incontro con Dino, che mi incitava a superare il mio io privato, a uscire dalla soggettività a contatto col dolore degli altri, con la vita difficile e la morte dei nostri fratelli uomini che incontravo per le prime volte. Il cumulo di sofferenze aumentava, giocavano un ruolo le questioni ereditarie di ipersensibilità: ero sbagliata io? Si erano suicidati in famiglia il mio nonno paterno e la sorella più giovane di papà, mia zia. Forse i miei problemi non erano solo psicologici, ma tare ereditarie psichiatriche. La politica italiana si avvicinava sempre più all’intolleranza e alla persecuzione. Anche i miei amici cari, Piero e Paolo Treves, erano dovuti partire in quattro e quattr’otto per l’Inghilterra, per sottrarsi alle leggi razziali. Per me era stata una grande sofferenza vederli partire così. Vivevo un senso di vuoto, di abbandono di amicizia, di valori positivi, del mondo costruttivo, artistico, solidale, comune a noi giovani, in cui credevamo e si andava disfacendo.

 

[I]        Con i suoi genitori sempre più difficilmente poteva stabilirsi una confidenza che non c’era mai stata. Il Fascismo, sempre più oppressivo, era il partito da cui suo padre era appoggiato. Sempre più pensosa, sempre più incupita, anche nelle ultime poesie del 1937, il suo ultimo periodo, Treni e soprattutto Via dei cinquecento, sulla casa dei poveri che frequentava, datata 27 febbraio 1938, una delle ultime poesie prima della scelta fatale.

L’annuncio funebre sul Corriere della sera ebbe un carattere di solennità e di artificio voluto dai suoi genitori. Anche i riferimenti religiosi, che le erano estranei, erano stati inseriti in modo totalmente surrettizio. Si voleva insinuare che per una credente la morte non poteva essere avvenuta per suicidio e quindi calmare i pettegolezzi.  Ancora una volta, nel momento dell’estremo dolore i suoi genitori pensavano alle convenienze, a quello che poteva dire la gente e cercavano di salvare il loro rango. Poveretti, come non l’avevano compresa…

Basta, non voglio incrudelire, ma voglio lasciarla con le due poesie più sofferte, certo le più significative di questa presa di coscienza di sua maturità dolorosa. Forse, a ben vedere,  sono una specie  di testamento. Ma la sua poesia dice anche altro, per fortuna, e al di là delle peripezie umane, quella resta, aperta al mondo, con molta volontà di gioia e di bellezza.

 

Treni

A notte

un lento giro d'ombre rosse

alle pareti avviava i treni: tonfi

cupi d'agganci

al sonno si frangevano.

 

E lavava

lieve la corsa della pioggia il fumo

denso ai cristalli: sogni

s'aprivano continui, balenanti

binari lungo un fiume.

 

Ora ritorna

a volte a mezzo il sonno quel tuonare

assurdo

e per le mute vie serali, ai lenti

legni dei carri e dentro il sangue

chiama

lunghi fragori — e quell'antico ardente

spavento e sogno

di convogli.

 

*

Via dei Cinquecento

Pesano fra noi due

troppe parole non dette

 

e la fame non appagata,

gli urli dei bimbi non placati,

il petto delle mamme tisiche

e l'odore —

odor di cenci, d'escrementi, di morti —

serpeggiante per tetri corridoi

 

sono una siepe che geme nel vento

fra me e te.

 

Ma fuori,

due grandi lumi fermi sotto stelle nebbiose

dicono larghi sbocchi

ed acqua

che va alla campagna;

 

e ogni lama di luce, ogni chiesa

nera sul cielo, ogni passo

di povere scarpe sfasciate

 

porta per strade d'aria

religiosamente

me a te.

 

            Mi pare che vita, poesia e passione letteraria siano in pratica coincidenti in lei, che è creatura di assoluta autenticità. Per questo l’ultimo grave atto di incomprensione viene dalla sua famiglia che, con profonda mancanza di rispetto, manometterà i suoi scritti, sottoponendoli a censure e cancellazioni per un malinteso senso di decoro e perbenismo familiare di fronte ai benpensanti, e sempre negheranno il suicidio come origine della sua fine. Io lo interpreto come il più grave segno, quello finale, di incomprensione – dicevo –, ma direi addirittura di disamore.

 

[A]      Tutto è passato: ora che non ci sono più mi rendo conto di quanto sia ambivalente la vita. Da un lato rimpiango il tempo buttato via, rifiutato, non vissuto, forse per troppo dolore, per passionalità di un sangue troppo acceso, come dissi una volta per il presentimento della guerra imminente, criminosa come mai prima. O forse anche per paura del futuro tutto insieme, in una famiglia che amavo e che, a suo modo, mi amava, ma da cui ero idealmente distante più di mille miglia.

Ambigua la vita, dicevo, perché ora mi rendo conto di come la breve esistenza di Antonia Pozzi non sia contata nulla, nell’economia del mondo e delle generazioni a scorrere. Quello che è restato però, indipendentemente dalla mia storia, è la poesia. Forse bastano pochi versi scritti ad aprire orizzonti che rimangono negli animi degli altri. Noi poeti siamo tramiti: contiamo poco noi stessi, conta la parola ed è in questo senso arcano che diventiamo preziosi, più che se avessimo vissuto centovent’anni di vita reale e intensa. La ragazza Antonia, morta a ventisei anni, in effetti continua a vivere anche nella persona che mi intervista: non è una cosa strana, in qualche modo miracolosa?

Questo vale, per un poeta.

 

 Marvi del Pozzo

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