
Giorgio Caproni

Intervista a Giorgio Caproni
di Marvi del Pozzo
[Intervistatrice]
La vita umana è spesso segnata da incongruenze logiche e da fenomeni misteriosi, direi. Può capitare a chi ama le arti e io mi riferisco in particolare alla poesia, mio grande amore, che si trasferisca una specie di corrente empatica tra chi è di qua e chi è trapassato in altra dimensione e certi poeti del passato, a me psicologicamente vicini, accettino una forma di intervista surreale sicché, come ritrasferiti in questi nostri tempi, si prestino a raccontare di sé, delle loro vicende umane, del proprio percorso poetico. Forse capiscono che è meglio venire a parlare direttamente, piuttosto che finire imbalsamati da altri in una noiosa conferenza, tipo lezioncina scolastica. Io sono una persona piuttosto gentile; loro, concilianti, si lasciano intervistare, donano importanti citazioni, leggono poesie, ritornano, quasi in carne e ossa, brevemente ma in buona pace, a chiacchierare con me.
Oggi ho invitato al dialogo Giorgio Caproni, poeta del nostro ‘900 schivo e modesto, piuttosto trascurato nella sua giovinezza, ma rivalutato e riscoperto nella sua peculiarità dal tempo dei suoi settant’anni fino ad oggi. Il percorso della sua vita è stato lungo, del resto, e ha vissuto età complesse e travagliate. Nato nel 1912, è morto a ottantotto anni nel 1990. Ne è passata di acqua sotto i ponti in quei decenni e le trasformazioni nella società sono state clamorose, non solo in Italia.
[Caproni]
Tonica, terza, quinta,
settima diminuita.
Resta dunque irrisolto
l’accordo della mia vita?
da Cadenza, 1972
[D] Caro Caproni, grazie di essere presente per questa mia intervista e di iniziare a tono con questi suoi versetti.
Mi porta lei quindi a ricordare le sue origini di musicista mancato. Lei studiò in effetti violino e composizione dall’età di undici anni all’Istituto musicale Giuseppe Verdi di Genova, ove si diplomò. Ma lasciò fortunosamente quella che doveva essere la sua carriera, subito alle sue prime prove importanti
[R] Lei vuole che ricordi una storia poco edificante. Avevo in uso un violino bellissimo, un Candi, imprestatomi dal maestro Armando Fossa, oltre al mio violino personale molto modesto. Ero pronto per la carriera di violinista classico, quando una sera, a soli diciotto anni, dovetti sostituire all’Opera di Genova il primo violino nella Thais di Massenet, ove peraltro pare me la sia cavata egregiamente, capii che non mi era possibile continuare per l’agitazione nevrotica, per la timidezza, per il panico di sbagliare: non potevo pensare a una vita di lavoro in quelle condizioni. Tornato a casa, spezzai il mio violino e restituii al legittimo proprietario quello prezioso. Cercai allora lavoro e mi impiegai in uno studio di avvocato, avvocato Colli, in centro, in via XX settembre. Già amavo la poesia per la vicinanza con la musica; conoscevo un po’ il Surrealismo, il Futurismo italiano. Nello Studio Colli scoprii e sottrassi L’allegria di Ungaretti:
vero e proprio sillabario poetico: mi insegnava a ritrovare in casa nostra il sapere perduto della grande, semplice poesia, parola per parola, silenzio per silenzio, e non unicamente sulle pagine rubate che mi stavano sott’occhio ma anche, per chissà quale contagio, sulle pagine che già credevo di avere letto di altri grandi poeti antichi e moderni che adesso, dopo la scansione dell’ Allegria, mi pareva non di rileggere, ma di leggere per la primissima volta, con una partecipazione intima che mai mi ero sognata. Era questa la più grande lezione che mai io abbia appreso da un poeta contemporaneo.
[D] Lei, Caproni, è di Livorno, nato nel 1912 da un padre ragioniere impiegato in una ditta di importatori di caffè, amante della musica e da Anna Picchi, giovane e bellissima: era sarta, lavorava in una casa di moda, ricamatrice abilissima, suonatrice di chitarra, amava la vita, i locali, il ballo. Lei, Caproni, fu sempre affascinato da sua madre e per lei scrisse le sue poesie più sentite, come se fosse la sua fidanzata, e in effetti lo era, quando da bambino l’ammirava per la sua grazia e bellezza.
[R] È vero. Una delle poesie della giovinezza, tra le più conosciute, Per lei, (dove lei è mia madre) è spesso interpretata come dedicata ad una fidanzatina, se non fosse che c’è all’interno del testo il nome della mamma, Annina. La mia infanzia è un periodo di grande amore per lei.
Per lei
Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.
[D] È bello, ma anche un po’ tragico, il suo rapporto con le donne. A ventitré anni, nel 1935, comincia la sua vita come maestro elementare a Rovegno, un paesino in Val di Trebbia tra Genova e Piacenza, il paese della sua fidanzata Olga che le muore di setticemia alla vigilia delle nozze. Si trasferirà ad Arenzano, ove insegnò alla scuola elementare. Poi, nel ’37, sposerà Rosa Rettagliata, la sua Rina, che amerà per la vita.
[R] La giovinezza in Liguria, il trasferimento a Genova, gli incontri belli, di giovani pieni di sogni e di ideali e poveri di soldi, in latteria, all’alba. Che tempi preziosi e vitali!
Le leggo qualche poesia per Rina:
Alba
Amore mio, nei vapori di un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?…Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitio tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte,
qui, col tuo passo, già attendo la morte.
Allegria
Faceva freddo. Il vento
mi tagliava le dita.
Ero senza fiato. Non ero
stato mai più contento.
Ricordo
Ricordo una chiesa antica,
romita,
nell’ora in cui l’aria s’arancia
e si scheggia ogni voce
sotto l’arcata del cielo.
Eri stanca,
e ci sedemmo sopra un gradino
come due mendicanti.
Invece il sangue ferveva
di meraviglia, a vedere
ogni uccello mutarsi in stella
nel cielo.
[D] So che lei è sempre stata persona schiva, modesta, mai sgomitante: apprezzava la musicalità suggestiva di Montale, ma anche la semplicità di Cardarelli e di Sbarbaro, che ha conosciuto a Spotorno. Lei è antimilitarista, uomo schivo, pacifico e pacifista, poco mondano: la sua poesia non è ermetica, va controcorrente nella vita, così come in un periodo di ‘baciapile’ non è religioso: è un agnostico, ma alla fine con bisogno di spiritualità, alla ricerca di certezze che non ha.
[R] Non mi faccia ricordare tutti i rifiuti che ebbero i miei versi: Egregio signore, la poesia è fatta per tre quarti di pazienza. Abbia molta pazienza e aspetti. Da questi rifiuti nacque l’esigenza di reimmergermi nella tradizione, dopo tante invenzioni, allora una moda, lambiccate e incomprensibili. Le fonti: i primi poeti del Trecento toscani, e poi Carducci, che non amavo particolarmente, ma del Carducci macchiaiolo, impressionista, musicale nei suoi testi classici, semplice e comprensibile nella forma.
Il mio successo non è stato eclatante: solo dopo la laurea honoris causa in Lettere e Filosofia del 10 dicembre 1984 all’Università di Urbino, retta allora da Carlo Bo, e la mia prolusione aderente ai tempi, la mia figura poco appariscente di poeta è stata apprezzata dai più. Io sostengo che la parola poetica non è quella del linguaggio pratico, ma ha significati polisemici – recondite armonie, come dice Cavaradossi nella Tosca di Puccini – è allusiva, simbolica, è armonica, un termine della musica (in fondo resto un musicista) e, se vogliamo, è anche un termine della Fisica.
Oggi avete spesso una poesia appiattita, banale: manca l’evocatività della parola perché mancano ritmo, musicalità, gli effetti subliminali delle figure poetiche, dei giochi sillabici di allitterazioni, ben noti ai nostri classici. Io sono un artigiano, un vasaio – come dico spesso –, ma anche minatore che parte dalla superficie del sé per entrare nell’interiorità, nelle verità che valgono per tutti: più mi addentro nel mio io, più l’io diventa noi, da singolarità a pluralità. È paradossale, ma è così. La verità è una per tutti: bisogna arrivare a las segretas galerias del alma, come dice Machado. Ecco la funzione civile della poesia, secondo me.
[D] Discorsi fondamentali e importantissimi che la qualificano. Ma ora, Caproni, vorrei passare all’intervista surreale, che riguarda soprattutto la parte finale della sua vita, quella degli anni 1980/90. La sua poesia si fa più nuova, civile, assolutamente contemporanea, spesso ironica, dissacrante.
Ma mi risponda, alla domanda delle domande: che cosa c’è nell’aldilà, visto che ci è andato?
[R] Io l’ho sperimentato, ma non vi tolgo la sorpresa, perché c’entra anche il libero arbitrio e non sarò certo io a limitarvelo. Sono partito in vita pensando di essere nato per caso ai margini di un universo insensibile, che tutti abbiamo ucciso nella nostra coscienza (Jacques Monod), però poi mi sono trovato a pregare per i miei morti, in preda al dubbio per la perdita della mia quasi moglie: dove non arriva la logica, si fa strada la fede? Se è vero che Dio non c’è, è proprio allora che gli uomini dovrebbero amarsi e far fronte insieme ad ogni solitudine avversa. E invece guerre e violenza proliferano per ogni dove. Pensateci su, non vi risolvo il problema.
Vi lascio con due mie poesie, che sembrano quasi un gioco di parole su io – nulla – Dio, ma aprono scenari di profondità:
Pensatina dell’antimetafisicante
Un’idea mi frulla
scema come una rosa.
Dopo di noi non c’è nulla.
Nemmeno il nulla,
che già sarebbe qualcosa.
Pronta replica, o ripetizione (e conferma)
E allora, sai che ti dico io?
Che proprio dove non c’è nulla
– nemmeno il dove – c’è Dio.
[D] Lei è sempre stato spiritosamente ambiguo e ironico e l’ambivalenza di queste due sue poesie non fanno che confermare la sua continua provocatorietà. A questo punto sembra chiaro che lei non intenda cavare un ragno dal buco, non ci svelerà il mistero dell’oltre e, in fondo, è giusto così: perché privarci della sorpresa?
Cambiamo domanda, senza insistere ulteriormente, tanto lei è un tipo che non si fa forzare da nessuno. Certo che è grande, ai tempi nostri, il problema ambientale, di cui lei è stato uno dei primi ad occuparsi: che cosa ha da dirci, alla luce di questi nostri tempi?
[R] Non dico niente: non ci sarebbe più bisogno di parole, ma di fatti concreti da parte dei governi del mondo. Mi rifiuto ad ogni ipocrisia di bla bla. Non c'è più tempo e il dado è tratto. L'uomo raccoglie ciò che ha seminato. Del resto le vostre statistiche dovrebbero parlare da sole: l'anno scorso, per il surriscaldamento globale estivo, solo in Italia tra luglio e agosto sono morte 18.000 persone in più rispetto all'anno precedente, tra crisi cardiache, sincopi e collassi cardiocircolatori. Se vi sembra poco… Continuiamo ad agire per le magnifiche sorti e progressive – come diceva il buon vecchio Leopardi – che andiamo bene, anzi andate bene, perché io sono morto e sepolto... Vi rispondo con i miei versi: sono piuttosto severi, ma il mondo non merita forse questo tenore?
Voi la conoscete già questa poesia, ma repetita iuvant: a furia di sentirla ripetere magari correte il rischio di fare qualcosa nel vostro piccolo particolare, non fosse altro che fare andare la lavatrice a ciclo ridotto, sciupare meno acqua in casa, che il pianeta ha una sete boia e voi consumate sessanta litri di acqua potabile per lavare i piatti di due persone e ve ne infischiate dell’habitat naturale, perché tanto state in città… inquinatissime, peraltro!
Versicoli quasi ecologici
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: “Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra”.
[D] Ma noi, singolarmente, che possiamo fare, al di là di qualche piccolo risparmio energetico personale? Le reali possibilità stanno altrove: abbiamo le TV, i mezzi di informazione, eleggiamo democraticamente (almeno da noi) i nostri governanti… Sono loro che dovrebbero pensare ai problemi anche a livello internazionale. Se li votiamo, vorrebbe dire che abbiamo un minimo di fiducia in loro.
[R] Vi rispondo con le parole della mia poesia, Show, almeno con parte di essa. Soprattutto negli ultimi decenni della mia vita, non li ho mai sopportati: non ho avuto querele solo perché non ho mai fatto nomi, mica per altro… Intendevo coinvolgerli tutti!
Show
In nome del Popolo (Avanti!
Sempre Avanti!), in perfetta
Unità arraffano
capitali – si fabbricano
ville.
Investono
all'estero, mentre "auspicano"
(Dio, quanto "auspicano")
pace e giustizia.
Loro,
i veri seviziatori
della Giustizia in nome
(sempre, sempre in nome!)
del Dollaro e dell'Oro.
Guardateli, i grandi attori:
i guitti.
Degni
– tutti – dei loro elettori.
Proteggono i Valori
(in Borsa!) e le Istituzioni...
Ma cosa si nasconde
dietro le invereconde
Maschere?
Il Male
che dicono di combattere?...
Toglieteceli davanti.
Per sempre.
Tutti quanti.
Questa è dunque la mia risposta, nuda e cruda: non vi dico nulla di nuovo. Forse ai vostri tempi, lo vedo da lassù dove sono, le cose stanno precipitando ancora di più… Ah, vi state impegnando bene, vedo. Succede ogni sorta di ignominia. Voi avete imparato bene solo una cosa: girare il viso da un’altra parte e prepararvi per l’apericena serale.
Del resto, non ditemi che sono noioso e barbogio: l’intellettuale, il poeta, hanno nella società un compito civile e sociale, questo per me è fondamentale, anche se si parte sempre dal personale, e ve lo dico proprio io che ho contato le collanine di mia madre e la tazza di latte al marmo di un vecchio bar, alla stazione, aspettando la mia bella. Non vi parlo dei poeti che pensano solo alle loro ambizioni personali, ritenendo che trattare problemi di tutti sia contaminare i propri versi dorati con qualcosa che non tocca il loro apollineo mondo di artisti.
[D] Cambiamo domanda, che forse è meglio: mi pare che lei sia riuscito a riappropriarsi della fondamentale armonia uomo-natura attraverso i mari, determinanti nell’equilibrio della sua vita. Il mare di Livorno, il mare di Genova, il mare di Roma. Lei del resto, pur genovese di adozione, visse a Roma dal 1945, prima in via Merulana, poi nel quartiere Prati, poi dal ’49 a Monteverde vecchio. Qui ci stavano molti scrittori e poeti: Attilio Bertolucci, Pasolini, Gadda e anche, dal 1962, i più giovani Giovanna Sicari e il marito Milo de Angelis. Lei, Caproni, sempre insegnava nelle scuole elementari del quartiere. So che negli anni ’80 si trovava talora al caffè Greco con l’intellighenzia artistica del tempo, ma lei, schivo, amava maggiormente la riservatezza, financo la solitudine: ad ogni estate tornava nei luoghi cari, al mare in Liguria e a Rovegno, dove peraltro volle essere seppellito poi accanto alla sua Rina. Evidentemente il mare di Roma non le era particolarmente congeniale. Che ci dice in merito?
[R] Chi è nato in un posto di mare ne è condizionato per la vita e ne sarà amante per sempre, ne sentirà la mancanza e rimpiangerà la felicità dell’acqua, del blu, di quel movimento incessante, sempre diverso e in fondo eguale, che affascina e ipnotizza come una maga buona e pietosa. Il mare di Livorno è sinonimo per me di infanzia, libertà, la gioia della spiaggia con la mamma, con gli amichetti, il senso della mancanza di limiti, di confini, come sono i sogni infantili: illogici, come è il mare, del resto. Genova, il mare bellissimo ma diverso, un mare operoso, faticoso, il porto, i carrugi, gli affari loschi, le prostitute simpatiche e benevole che conoscono, proprio come il mare, gli aspetti contraddittori della vita, il bene e il male, il pianto e la risata, la calma piatta e la burrasca., quasi una vicenda omerica
È come un poema epico, Genova: Genova città del cuore per la sua verticalità e la sua apparente irrazionalità, una città onirica addirittura ‘omerica’, ripeto, di sicuro una città dove di notte si ha l’impressione che il cielo si sia rovesciato sulla terra e sul mare. La mia città dagli amori in salita, Genova mia di mare tutta scale. Genova, simbolo di una civiltà che si conserva umana e solidale, negli impegni e nel lavoro di una vita quotidiana affollata di oggetti. Il rischio per chi viene da fuori è di trovarsi estranei e patire di un’atavica, indistinta nostalgia, perché ci siamo aggiunti, ma non siamo nati con quelle regole istintive, elementari, di vita.
Il mare di Roma, che dire?
L’età adulta e matura porta a disincanto. È un mare che ho goduto nel tempo libero, ma appunto nei ritagli di tempo, non nella pienezza, come nei miei verdi anni a Livorno o a Genova. Roma rappresenta gli impegni, gli incontri, i confronti intellettuali, i lavori nelle riviste letterarie, l’attività in Mondo operaio, le traduzioni dal francese: Maupassant, Proust, Celine, Genet. Roma comunque è città di ispirazione continua, ma di grandi solitudini interiori. Troppo dispersiva nei luoghi e nei rapporti con le persone (quelli vivi, reali, intensi intendo, non le conoscenze). Il mare diventava spettacolo amato, ma appunto una vista lontana, non una forza della natura parte di me, vissuta sulla pelle, come nel passato… Fasi della vita, tutto scivola, panta rei: passa la vita, cambiamo noi.
[D] Ci avviciniamo alla fine. Ancora una domanda semplice, pura curiosità personale: perché per tutta la vita ha esercitato la professione di maestro elementare, pur avendo con la fama acquisito ben altre possibilità?
[R] Chi vive a contatto con i bambini mantiene in sé una freschezza e una curiosità per la vita che ti avvicinano quotidianamente, se non alla poesia, a un vivere poeticamente e, per un poeta nell’animo, questo è impagabile. Non mi sono mai pentito delle mie scelte professionali. A contatto con i bambini si amplificano i nodi di luce della vita, cioè gli aspetti luminosi, il diurno del vivere; la sensibilità del poeta porta invece a dare troppo spazio all’ombroso della vita, al notturno, che si rivela con ansie, insicurezze. Queste rischiano di prendere il sopravvento. Sono stato felice di vivere tra i ragazzi, mi hanno evitato un sacco di momenti di scoramento e di pessimismo. Il poeta talora è un profeta e come tale non può non vedere nero.
A questo proposito vi racconto un aneddoto edificante:
Ero molto amato dai miei scolari perché non facevo altro che piagnucolare e farmi commiserare. I bambini entravano in classe e mi trovavano già seduto in cattedra, un maestro teso e preoccupato, che subito chiedeva aiuto. Dicevo: ragazzi, sono rovinato! Oggi dobbiamo studiare le campagne di Napoleone e non mi sono preparato abbastanza. Se lo sa il direttore scolastico mi licenzia. Come si fa? I bambini (che in realtà stavano al gioco), impietositi, mi tranquillizzavano e mi rispondevano: non preoccuparti maestro, ti aiutiamo noi a studiare Napoleone. Ti leggiamo il capitolo a voce alta e cerchiamo di spiegartelo, così se entra il direttore vede che tu sei preparato e non ti licenzia!
Un giorno… arrivò davvero il direttore e ci trovò tutti con libri aperti a discutere, preparatissimi sull’argomento. Che ridere: non solo non fui licenziato, ma ebbi i complimenti per la serietà della classe!
[D] È arrivato il momento dei saluti, ma mi piacerebbe ci lasciassimo con qualche sua breve poesia, a testimonianza di un uso della parola inconsueto, diremmo divergente, al limite dell’assurdo. Che cosa ci propone nel salutarci?
[R] Esperienza
Tutti i luoghi che ho visto,
che ho visitato,
ora so – ne sono certo:
non ci sono mai stato
Indicazione
— Smettetela di tormentarvi.
Se volete incontrarmi,
cercatemi dove non mi trovo.
Non so indicarvi altro luogo.
Clausola
Tanto per non finire:
la morte, già così allegra a viverla,
ora la dovrei morire?
(Non me la sento, d'ucciderla)
Tagliando corto
Da sempre me ne sono accorto.
La ragione è sempre
dalla parte del torto.
Me ne ritorno nel mio mondo di là. Sapete che non vi invidio per il vostro caos, per le contraddizioni del vivere di oggi. Cercate quello che conta per voi, non l’accessorio. È già così difficile capire quello che è importante in una situazione dove le irrilevanze fanno la parte del leone. Che dirvi?
Io sono finalmente in pace, a voi buona fortuna!
[D] Sa con che cosa la saluto? Una notizia che le farà piacere. Sono stata recentemente a Livorno: lo sa che sui muri delle case, sulle serrande dei garages, dei negozi, sono scritte in colore arcobaleno le sue poesie? Sui chioschi della spiaggia, sui cartelloni nei portoni delle scuole, dappertutto. Tutto parla di lei: le sue parole sono vita e Livorno non dimentica. È cosa rara, creda, in un’Italia oggi, che sta dimenticando troppo in fretta la sua storia e le fatiche del passato.
La saluto con una formula latina, che mi sta a cuore: Ave atque vale: è ciao e addio insieme. Forse, vista la mia età è un arrivederci in quell’altrove, dove lei già vive.
