
Umberto Saba
Marvi del Pozzo intervista
Umberto Saba
(1883 – 1957)

[D] Sapevo che l’avrei trovata qui, il 9 marzo, giorno del suo compleanno, in un angolo della città vecchia, che lei ha tante volte cantato, nella città che ama e dove è nato: Trieste.
So che lei è una persona semplice che aspira, nella vita e nella sua scrittura, ad immettersi nel quotidiano, nella vita calda di un’umanità di tutti, meglio se popolare, perché – come una volta lei stesso ha dichiarato – la folla della città vecchia, soprattutto di un porto di mare ispira pensieri come di forte adesione, è il popolo in cui muoio e onde sono nato, ha scritto una volta. Sediamoci qui, da dove vediamo il mare, in questa giornata tersa di sole e anche piuttosto tiepida, visto che già da ieri ha smesso di soffiare la bora, il mare non è più un’unica cresta biancheggiante di spuma, anzi è di un blu accattivante e sereno.
Vorrei tanto chiacchierare un po’ con lei, non per un’intervista classica – domanda secca e risposta –, ma per un discorso tra anime in pena, ossessionate da un’idea di equilibrio mentale, irraggiungibile per noi che siamo preda invece di pulsioni contrastanti, asprezze contraddittorie, la fisica e la metafisica mai pacificate, sempre in lotta all’interno della nostra psiche. Del resto è proprio nei suoi anni che la psicanalisi freudiana muove i passi fondamentali e si aprono i vasi di Pandora della mente umana.
[R] In effetti è vero: io sono stato in analisi tanti anni in maturità, dai miei cinquant’anni, dal dottor Weiss, ma è anche vero che i primi anni di vita di un bambino, la sua infanzia, sono determinanti per l’equilibrata crescita della persona: se soffre forzatamente per le situazioni familiari, di carenze affettive, di disarmonie ambientali, è facile che una creatura ‘implume’ ne risenta per tutta la vita.
Mio padre era italiano, faceva Poli di cognome, agente di commercio e cattolico; mia madre era ebraica, Rachele Felicita Cohen, famiglia benestante di letterati. Trieste era città austro-ungarica, anzi era il porto dell’Impero austro-ungarico, lo sbocco sul mare. Vivevamo nel ghetto e mio padre si era convertito all’ebraismo, ma lui era italiano e tenuto sotto controllo dalla polizia, forse come irredentista: non credo però sia stata l’unica causa per cui abbia abbandonato mia madre, sposa e incinta di me, e se la sia data a gambe levate per sempre. Mio padre, uno sconosciuto: lo vidi per la prima volta a vent’anni.
Nei primi anni fui allevato dalla balia, in casa sua, l’amata Peppa (si chiamava Gioseffa Sabaz, era slovena). Da lei presi lo pseudonimo di Saba, ma anche per un altro motivo: in ebraico ‘saba’ vuol dire nonno e io vivevo nel culto di uno sconosciuto bisnonno letterato per via materna. Luzzato, si chiamava. Fino ai dieci anni vissi a Padova da parenti, totalmente strapiantato, e solo dopo fui finalmente a casa, a Trieste. Evidentemente a mia madre ricordavo un matrimonio lampo e una gravidanza non voluta. Il suo disamore mi era evidente e lo pativo enormemente.
[D] Quando prima accennavo alle sue prime crisi nervose, alle contraddittorie pulsioni della mente, alle nevrosi, non mi era chiara la causa, non conoscendo bene le difficoltà dei suoi primi anni di vita, ma poi, dopo il rientro a Trieste dalla madre, che avvenne?
[R] Non migliorò la situazione, crebbi in un ambiente difficile, tutto femminile, con mia mamma e due zie, una vedova e l’altra nubile: mi mancavano del tutto figure maschili di riferimento. Nella pubertà ero triste, tormentato, schivo, incerto; credo sia imputabile a quegli anni una insicurezza sessuale, una latente omosessualità che confessai solo in tarda età nel romanzo autobiografico Ernesto. Comunque volli andare a vent’anni a studiare a Pisa Letteratura italiana, Archeologia, Latino, ma dovetti lasciare l’Università per gli attacchi di nevrastenia. A Firenze conobbi Papini, Prezzolini, il mio adorato D’Annunzio. Lui sì era l’uomo che avrei voluto essere: forte, sicuro, noto e, anche, buon venditore di sé. Incarnava tutto quello che avrei voluto essere e non ero, purtroppo.
Tuttavia, quando rientrai a Trieste conobbi Carolina, la mia Lina, sorella di un amico, da cui ebbi l’unica figlia Linuccia, che sarà la compagna di Carlo Levi per tutta la vita. Il matrimonio fu lungo e complesso: fu un affetto determinante per me, ma anche lì un po’ tormentato per la mia nevrastenia: capisco che lei avesse i suoi diversivi. Avevo ventisei anni quando ci sposammo, nel 1909. Morimmo a sei mesi di distanza, lei a fine 1956, io nell’agosto successivo. Quasi cinquant’anni di vita insieme, più io a rimorchio di lei, che lei di me.
[D] A questo proposito devo dire che lei è persona ben strana. Forse la più celebre lirica per sua moglie le sarebbe strappata sotto il naso dalla maggior parte delle donne. Crede che faccia piacere essere paragonata, nella stessa poesia – che ha uno schema semplicissimo e un andamento quasi da litania – a una pollastra, a una gravida giovenca, una cagna, una pavida coniglia, una rondine fedele ad ogni stagione al suo nido, a provvida formica, a ape laboriosa? Comunque tutti animali al femminile, femminilità istintiva quindi, senza sensibilità o volontà autonoma, vista in funzione dell’operosità e del ruolo imposto dal maschio?
Ne leggo tre strofe, ma non una di più… forse temo le ire delle donne di oggi.
Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l’occhio, se il giudizio mio
non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun’altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.
Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l’incontri e muggire
l’odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l’erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t’offro quando sei triste.
Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.
[R] Capisco che il mio bestiario risulti perlomeno singolare oggi, ma io volevo considerare in modo francescano i sereni animali che avvicinano a Dio e i vari esempi esposti non mi parevano offensivi, volevano anzi definire nella più assoluta semplicità di contenuto e di forma la mutevole identità di Lina. Una celebrazione quasi da Cantico delle creature. Mi spiace questo suo fraintendimento.
Del resto io in poesia ho sempre voluto dare voce ai valori di tutti con linguaggio quotidiano, quindi di lampante chiarezza e di concretezza assoluta. Io sono voce anomala, forse periferica, rispetto al panorama italiano della prima metà del Novecento. Non sono allusivo, oscuro, ermetico, come nella moda del tempo: amo il rischio di essere persino un po’ troppo prosaico e prosastico nel dire. Troppo umile, comune. Però – come ha messo in luce il torinese Barberi Squarotti nel suo lavoro del 1960 Astrazione e realtà, Rusconi Palazzi editori – ogni realistico elemento descrittivo è giustificato da un chiaro valore simbolico e dal significato morale e umano che viene ad accogliere e esprimere. Comunque non devo fare qui l’avvocato difensore di me stesso.
Progressivamente, soprattutto dopo che abbandonata l’Italia per le leggi razziali nel 1938 (non dimenticate che l’Ebraismo si trasmette per via femminile, non maschile, e mia madre era una Cohen) per Parigi, sciacquai i panni nella Senna: al mio rientro in Italia vissi a Firenze, Milano, Roma. Lì nel 1945 pubblicò Einaudi il mio Canzoniere, lì ricevetti riconoscimenti e premi: Taormina, Accademia del Lincei, tra tanti. Lì divenni finalmente il ‘poeta Umberto Saba’, riconosciuto tra i più grandi, anche se ho sempre vissuto fuori dalle mode letterarie del tempo, teorizzando la necessità di una poesia alla scrupolosa ricerca del vero, non nascondendo affatto la mia predilezione per lo scandaglio interiore e per gli esercizi di analisi psicanalitica, legati ovviamente alla ricognizione della mia biografia. Che importa se non seguo la poesia evocativa, allusiva dell’Ermetismo, con la sua ansia metafisica e, diciamolo, anche con il suo frequente solipsismo? Esistono, per fortuna, anche le voci dissonanti e i tempi futuri mi hanno dato ragione.
[D] È arrivato il momento di leggere qualcosa. Stavolta vorrei Trieste, testo molto interessante, dove la città diventa proiezione del suo stato d’animo schivo e riservato, nella sua grazia scontrosa, come dice lei, simile alla sua vita pensierosa e schiva, e poi l’incanto ingenuo del Ritratto della mia bambina, capolavoro descrittivo e simbolico di un’infanzia leggera e leggiadra all’esterno, ma sensibile e ricca di affetti all’interno.
Trieste
Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intornocircola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
*
Ritratto della mia bambina
La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: “Babbo
-mi disse – voglio uscire oggi con te”
Ed io pensavo : Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.
[R] Sì, queste due poesie sono riconducibili a momenti di equilibrio, austero e pensoso, ma sostanzialmente sereno. Nella poesia per Linuccia addirittura un momento di grazia: bellezza e armonia della natura intorno a noi e dentro di me, potenziate dalla gioiosità della mia piccolina.
Molto spesso, a ripensarci, però il mio mondo interiore è discontinuo, con scelte esteriori avventate di cui talora mi sono pentito, soprattutto se legati agli anni della mia giovinezza. Negli anni della prima guerra mondiale, per esempio, fui interventista, ma il mio servizio militare riguardò unicamente ruoli amministrativi, e quindi non combattei la guerra armi in pugno. Gli orrori della guerra li scoprii dopo. Allora scrivevo, in una poesia intitolata I soldati che hanno preso Gorizia, dove tra l'altro si legge:
«Per un Podgora, per un Sabotino
muori tu, se ne hai voglia. O il mio maggiore,
lui che non pensa che avanzare». Orrore,
pensavo, ed oggi a ripensarvi ho pianto.
Mi rendo conto, adesso, che nella mia guerra c’è anche un che di letterario, di chi vede le cose da una certa lontananza: un po’ di maniera. Ben diversa l’anima sofferente di Ungaretti, soldato negli stessi anni. Lui sì sembra stilare le poesie col sangue e, nei pressi proprio di Gorizia, scriveva
Come questa pietra
del San Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
cosi totalmente
disanimata.
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede.
La morte
si sconta
vivendo.
[D] È molto istruttivo oggi dialogare con lei: le chiedo come scrivesse le prime stesure delle sue poesie. Anch’io scribacchio in versi e mi è stato di conforto trovare alcune sue pagine autografate: è un disastro di correzioni, di cancellature, di rigacci neri su interi versi, di frecce a lato aggiuntive di versi ulteriori a margine. Era così laboriosa la scrittura? Capita così anche a me, non con la sua frequenza, riconosco, ma mi sento incapace, quasi in colpa, per questo mio modo di procedere. Il suo, che è quasi peggio, mi conforta.
[R] Evidentemente lei è piuttosto nevrotica, come me! Sotto la spinta creativa le parole, i concetti, e quindi i versi, si affastellano disordinatamente e li buttiamo giù sulla carta per non perderli alla mente, ma poi fortunatamente, da indisciplinati, ritorniamo logicamente disposti e l’amore per la parola-suono, e quel minimo di conoscenza dell’arte della versificazione, ci permettono di dare forma al tutto. Del resto, abbiamo conoscenza universitaria del Latino e dell’Ars poetica di Orazio… non siamo proprio analfabeti, via!
[D] Mi rendo conto che la sto stancando e mi sembra si stia vagamente innervosendo, con la sua ultima risposta. È ora quasi di salutarci, non crede? Vorrei ricordare con lei alcune sue poesie, notissime, che amo molto. Mi permette di recitarle per lei?
Ulisse
Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
*
Amai
Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica, difficile del mondo.
Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.
*
Sera di febbraio
Sera di febbraio
Spunta la luna.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s’allaccia;
sbanda a povere mete.
Ed è il pensiero
della morte che, infine, aiuta a vivere.
[R] Ha ragione, forse sono un po’ estenuato: le crisi nervose talora nascono all’improvviso. Prende uno sfinimento senza motivo apparente, uno spleen, una tristezza che procede rapidamente in progressione: non è depressione, che è più costante, ma è più di malinconia, è un vedere scuro che può arrivare fino allo schianto.
Forse qualcosa di questo fenomeno può essere comunicabile con la mia poesia
Il vetro rotto
Tutto si muove contro te. Il maltempo,
le luci che si spengono, la vecchia
casa scossa a una raffica e a te cara
per il male sofferto, le speranze
deluse, qualche bene in lei goduto.
Ti pare il sopravvivere un rifiuto
d’obbedienza alle cose.
E nello schianto
del vetro alla finestra è la condanna.
Voglio lasciarla, proprio io che non mi sono impegnato in politica più di tanto, al punto che potrei persino essere tacciato (entro certi limiti) di qualunquismo, con un testo significativo dei pericoli ancora possibili dei vostri tempi. Libertà e democrazia sono valori difficili da conquistare, ma facili a perdersi, se non si è attenti a striscianti usurpazioni di poteri e alla rinascita di autoritarismi e totalitarismi. Il mondo conosce ancora troppe guerre, troppe vittime umane, troppi sono i dannati della terra, oggi. Scrissi allora la poesia con cui la lascio, La capra. Allora pensavo alle vittime della mia razza, ebrea, ai tempi del Nazismo e della Shoah. Adesso, se la leggo, sto pensando a troppi altri casi di sopraffazione. È una poesia civile, purtroppo valida sempre. Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia… è una norma non solo matematica.
La capra
Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
