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Lalla Romano


Monologo


È strana la vita di noi scrittori, non è proprio come quella degli altri.: in fondo noi ne abbiamo più di una, di vita. C’è quella che dura attraverso i nostri libri e c’è la prima, quella umana, piena di vicende, fatiche, gioie, dolori, amori, delusioni, malattie, scandite da una nascita e poi dalla morte, come avviene per tutti.  È questa che nel tempo viene scandagliata, studiata, riportata – nei fatti salienti – nelle biografie, su internet, sui telefonini. Spiattellata a chi, curioso o studioso, voglia conoscere, sapere, intrufolarsi da un buco della serratura in vicende personali di tempi passati.

Ma cosa c’è in queste biografie, cosa rimane? Fatti oggettivi, nudi e crudi, non emozioni, non sentimenti, non le perplessità, le pene, gli errori, tutto quello insomma che insuffla personalità, individualità al vivere, ciò che rende importanti quei fatti biografici, li rende irrepetibili, unici in sé, ma non solo: possono aiutare gli altri, dopo di noi, a capire, ad amare, a vivere, fino a diventare in qualche misura esemplari. È la humanitas, alla latina, direi, agire in modo che la nostra vita resti agli altri, aleggi e animi ancora i luoghi dove siamo vissuti, che abbiamo amato, il palcoscenico del nostro agire e quindi del nostro scrivere.  È per questo che lo scrittore vero continua a vivere nel tempo, perché tutto questo afflato sentimentale, la sua essenza emotiva e di pensiero non vadano perduti, ma restino nei libri e rimanga quindi una forma di colloquio vitale, al di là dei decenni, con le generazioni successive. A me è capitato e capita ancora, forse perché nella mia scrittura sono sempre partita non ad inventare storie, ma a parlare di me, nella concretezza banale così come nelle idealità. Sono sempre stata convinta che non c’è bisogno di creare complicati congegni narrativi: nella vita più ‘normale’ – tra virgolette – c’è l’umanità tutta, con relative altezze e abissi. Non c’è bisogno di Diogene col suo lanternino per scoprire l’essenza dell’uomo, né di inventare avventure alla James Bond, tanto per dire. Basta la vita di una persona che, ricca di curiosità e passione, si interroghi su vita e destino, che non si neghi a eventi e a sentimenti, che non rinneghi sé stessa, che abbia il coraggio delle proprie azioni, se le ritiene oneste e giuste per sé, e il gioco è fatto.

Voi mi direte: e ti pare poco? Stai parlando, Lalla, di coerenza personale, di libere scelte, a volte contro corrente. Di scelte coraggiose, talora non condivisibili dalla società né di allora né di oggi.  È vero, ma erano tempi coraggiosi i miei, anche perché il coraggio era necessario per sopravvivere negli anni della mia giovinezza; signori, andate pure a leggere i fatti biografici comuni, riportati ovunque, anche sul vostro telefonino, relativi a Graziella Romano detta Lalla, nata a Demonte l’11 novembre 1906, morta a Milano il 26 giugno 2001. All’Università di Torino ebbi il grande Lionello Venturi come maestro, avevo come amici personaggi, tutti antifascisti, come Mario Soldati, Franco Antonicelli, Arnaldo Momigliano, Cesare Pavese. Contemporaneamente dipingevo e frequentavo le scuole più all’avanguardia: lo studio di Felice Casorati e di Giovanni Guarlotti. Scusate se è poco!

Le fotografie di allora provano che effettivamente ero molto bella, il che in una donna non guasta mai, va detto, tuttavia il mio carattere era, seppure estremamente determinato, chiuso, introverso, severo. Il professor Venturi all’Università mi definiva Cardo spinoso e l’immagine rende bene l’idea. Ho sempre amato l’introspezione intima, lo scavare psicologico nella mente, la mia, l’altrui e, soprattutto, dello spirito dei tempi. Tempi difficili, in cui però mi fu facile scegliere: Giustizia e Libertà, la Resistenza, il lavoro di un primo Femminismo nei Gruppi di difesa della donna. No. Non fatemi ricordare quel periodo buio: la seconda guerra mondiale, l’eroismo delle mie terre, del mio paese amato – Demonte –, dei monti del Pinerolese, gli eccidi, le vittime per una libertà democratica che oggi viene da troppe parti misconosciuta e, direi, insultata. Che pena e che vergogna!

Per tornare a me. Nella mia vita ha contato un elemento fondamentale: l’amore per la natura, per la mia terra, Demonte e la montagna; natura non da cartolina, non certo oleografica, ma simile a me, schiva, ma di sostanza, dura ma affettuosa, quasi materna per chi la sapesse leggere e interrogare. Demonte per me è una madre che c’è sempre stata: mi ha saputo accogliere nei momenti in cui avevo bisogno di un ricovero sicuro, perché non ingannava con le apparenze, non tradiva mai. Certo non coccolava e non riempiva di smancerie. Ma, come sapete, per me è la Natura il luogo adatto a me. Neanch’io ho riempito il mondo di carezze e di parole d’amore, forse solo con il mio nipotino, che ho quasi allevato nei primi mesi di vita, mi sono lasciata andare, come ho scritto nel romanzo L’ospite. Nella mia famiglia il più tenero era il mio amato marito, Innocenzo, alto funzionario di banca, ma estremamente sensibile e dolce. La ‘Cerbera’, dura, rigorosa, un po’ maschile nel tratto deciso, sono sempre stata io. Solo nei miei romanzi, praticamente tutti autobiografici, e in poesia vengono fuori le mie sfaccettature, le mie insicurezze, i miei sensi del limite, direi persino le fragilità, le mie sconfitte umane.  È qui che mi sorregge, quale madre pietosa come dicevo poc’anzi, il mio paese natio, semplice ma di bellezza naturale concreta. E sarà perché sono stata anche pittrice, il senso estetico mi è sempre stato rifugio, una forma rasserenatrice e confortante. Bella Demonte, e mia!

So che anche i miei lettori si ritrovano in semplici immagini naturali, che penetrano nel cuore e restano nella memoria perché fanno riemergere altri loro ricordi simili, essenziali, analogamente vissuti in passato.  È per questo che le mie frasi restano impresse, perché risvegliano analoghe sensazioni che ripropongono atavici sentimenti, ugualmente sentiti, ugualmente importanti, in altre persone, in altre storie. Niente di nuovo nella vita umna, soggettivamente e intimamente parlando, dalla Preistoria a un futuro interstellare, l’uomo ontologicamente resta lo stesso. Per questo vi voglio riportare qui un brano che amo molto, tratto dal romanzo Inseparabile – capitolo 62 – dedicato al mio nipotino Emiliano. C’è tutto l’amore per il mio paese e per il bambino che volevo educare alla naturalità, alla creatività, alla bellezza. Il mio nipotino.

 

Le nostre passeggiate erano due: una sulla montagna a ridosso, fino a un bacino artificiale dalle acque turchine, quasi segreto in un vallone pietroso; per arrivarci c’era da attraversare un torrente saltando sui massi. L'altra, lungo un percorso appena tracciato, pianeggiante, fu «il sentiero dei fiori». Sulle balze soleggiate si seguivano campetti spartiti come grandi aiuole all'inglese, fitti di colori intensi. Sul nostro tavolo poi la raccolta veniva distribuita in bicchieri e vasi, e formava un selvaggio giardino.

Una sorgente, in una piccola conca, attirava le farfalle. Emiliano, chino sull'acqua, una mano posata in terra, mi fa segno con l'altra mano: una farfallina azzurra si è posata sul suo dito.

E ci fu una passeggiata magica, una sera. Gli avevo raccontato che quand'ero bambina, più piccola di lui, il mio papà aveva consentito a portarmi di notte a cercare i papaveri; ora non ero più sicura di che colore fossero i papaveri di notte.

Così andai con lui dopo cena lungo lo stradone fino a un punto dove, sopra un muretto avevamo visto cespi di papaveri, accesi sotto il sole. Ero ansiosa; ma i papaveri notturni erano proprio di velluto nero – me li mostrò lui – appena visibili nella poca luce delle stelle.

 

E poi la montagna. Il mio amore per le montagne piemontesi, per il Monviso, per le arrampicate, per i nevai. La montagna esaltava il mio amore per l’essenzialità: veniva fuori il mio carattere austero, rigoroso nella sua verità, ma anche l’attrazione per l’aleatorietà delle cose, per il rischio, che sempre in montagna c’è. I compagni di cordata, o anche di più semplice passeggiata – ma in alta quota – diventano i più autentici amici al mondo. La sera nei rifugi ogni discorso è tra sodali, non è mai convenzionale o banale. L’altezza e la bellezza grandiosa della natura ti portano allo svelamento del tuo essere più vero e segreto. Tu e i tuoi compagni diventate gli unici uomini al mondo, gli abitanti di un Eden primigenio. Lì non potete mentire: sarebbe come mentire a voi stessi. Lì siete nudi con la vostra verità: diventate, che lo vogliate o no, un libro aperto sulle vostre altezze umane, come nelle vostre miserie. Così la montagna ci disvela e diventa una figura quasi antropomorfica, magica e fatale. Almeno lo era per me.

Per queste intuizioni i lettori si ritrovano e forse è questo il motivo per cui sono ancora così amata come scrittrice: avendo il coraggio di aprirmi anche nelle mie fragilità, ho la capacità psicologica di risvegliare in chi legge analoghe situazioni di debolezza esistenziale: divento quasi un’amica di famiglia o, forse, addirittura una specie di psicoterapeuta, che tira fuori dagli abissi della mente umana i punti nodali nascosti e li porta alla luce della razionalità. Un esempio per tutti: ho spesso parlato delle mie difficoltà come madre in molti dei miei libri, direi più o meno in tutti, a partire da Le parole tra noi leggere – che ottenne nel 1969 il premio Strega – incentrato sul rapporto col mio ragazzo ribelle, difficile, anticonformista: Piero Monti, mio figlio. So che quella che sembrava la rivolta giovanile, focalizzata in quegli anni, è purtroppo problema in tutti i tempi di incomunicabilità e di scarsa disponibilità a capirsi tra madri e figli. Con enormi solchi e dolori d’ambo le parti, va detto. Qualcuno lo definisce un ‘amarsi male’. Ma quante madri si sono ritrovate nei miei libri a pensare come la maternità non sia un fatto di semplicità naturale, come retorica insegna, ma un processo faticoso, spesso doloroso, in cui madre e figlio crescono con un senso di inadeguatezza, di incapacità al dialogo, nel migliore dei casi; di allontanamento e di incomprensione profonda, nel peggiore. Due vite stranianti ed estranee, legate tuttavia da un cordone viscerale di disperato, impossibile amore, nella sostanza del vivere. L’enorme sofferenza di un figlio che non trova madre e una madre deprivata del figlio per incapacità reciproca di relazione nel profondo. Una sconfitta senza rimedio: ‘amarsi male’.  È così.

I miei sensi di colpa striscianti nei libri quanta risonanza hanno avuto nelle mie lettrici, quanto si sono riconosciute, a quante ho dato il conforto di non essere sole nel ruolo di madri incapaci? Lo so adesso che sono morta e sepolta. Allora trovavo nello scrivere una forma liberatoria di palingenesi e di pacificazione, momentanea almeno, al senso di inadattamento al ruolo. Mah!

 

Di quante vicende, rapporti umani, professionali e affettivi, ‘normali’ – sempre tra virgolette – o anticonformisti è costellata la mia linga vita. Sono morta a novantacinque anni e, come si suol dire, la morte mi ha trovata particolarmente viva e vitale, per quanto ormai praticamente cieca. Con l’aiuto del mio giovane compagno di vita, Antonio Ria, ancora scrivevo il mio Diario ultimo, pubblicato da lui, postumo, ahimè. Che cosa resta ora di tutto il mio tumulto interiore, di una vita infaticabile, ricca di entusiasmi, piena di bene e di male, di spirito di ricerca e di contraddizioni, come in tutti? Restano i miei libri per tanti lettori ancora, il mio ricordo, forse, e la pace della mia tomba, per i radi visitatori, nella mia Demonte.

Demonte: la terra natia tra i monti dove da ragazzina ho intessuto i sogni più alti, dove da adulta ho cercato rifugio nei momenti di difficoltà, dove ho voluto riposassero le mie spoglie. Il posto è lì. Per sempre. Perché Demonte è per sempre L’isola di pace di Lalla Romano.


Marvi del Pozzo

 

 

 

 

 

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