
Letizia Battaglia
Intervista surreale di Marvi del Pozzo a Letizia Battaglia
La forza vitale in una macchina fotografica
Letizia Battaglia
[Intervistatore]
Sarà che io sono veneto di nascita e di prima formazione, quindi di retaggio vagamente austro-ungarico. Diciamolo, che noi siamo italiani un po’ particolari, come gli altoatesini e i trentini del resto, forse persino di più. I veneti, in particolare, sono ordinati, ligi per natura all’ordine precostituito, non sono certo innovatori. Lo vediamo sempre, ad ogni votazione: seguiamo gli orientamenti del patrio governo, e da sempre la Chiesa e le sue norme più consuetudinarie ci condizionano, dai tempi bigotti della Democrazia cristiana.
Questo per dire che mi viene da chiederle, come prima domanda di un’intervista, come è stato per lei – nata a Palermo, ma vissuta altrove nella prima infanzia – ritrovarsi da giovane in un ambiente così caotico, disordinato, insofferente alle regole, così malavitoso, in genere, e così discriminante e paternalista per le donne.
[Letizia]
Avrà anche ragione, ma io sono l’eccezione che conferma la regola: sono sempre stata intollerante delle ingiustizie e delle discriminazioni. Io ho avuto sempre la voglia di emergere dalla dipendenza, dalla minorità femminile, fin da ragazzina. Mio padre, borghese e benestante, aveva dilapidato i suoi beni. Lavorava sulle navi. Era severissimo: io, infelice, vivevo strapiantata tra Napoli, Civitavecchia, Trieste. Finalmente mio padre ci riportò a Palermo, ma fu peggio che mai. Sempre col fiato sul collo, vivevo in un inferno perenne e col precoce matrimonio passai dall’inferno genitoriale a quello coniugale: tre figlie e gravi malattie psicosomatiche. Era la disperazione di una donna calpestata, irrealizzata, infelice, a procurare i sintomi di forti patologie di mente. I miei disturbi non erano organici, ma funzionali. Per fortuna trovai terapie valide e un analista competente che mi svelò a me stessa e incominciò così l’opera della costruzione di me. Opera faticosa e dolorosa, se non avessi scoperto l’amore per la Sicilia, terra di contrasti, di luci e di ombre e, soprattutto, la passione di restituire al mondo tante vite nascoste, quelle della gente minuta: donne soprattutto e bambine angariate, povere, oppresse, senza un domani, così come ero stata io prima che l’obiettivo di una macchina fotografica mi rendesse a me stessa, facendomi capire in che cosa potevo servire: intanto a salvare la mia realizzazione di donna e poi a dare un senso civile-sociale al mio lavoro.
Ho sempre lottato contro le ingiustizie del mondo, i soprusi, la Sicilia ne mette in luce tanti. È davvero destino che Don Chisciotte soccomba contro i mulini a vento? Questi mulini a vento sono solo delirio di una mente visionaria o non piuttosto l’alibi per celare altri reali poteri occulti, violentemente vincolanti contro i più fragili, contro il progresso, la parità, l’uguaglianza, contro le istituzioni statali? Non diventano, queste aeree pale di mulino – visione apparentemente poetica e pacatamente ottimistica – lo schermo dietro cui agisce uno stato alternativo allo stato di diritto? Con l’arte ogni denuncia si fa più eloquente e sofferta: la fotografia cristallizza per sempre le ombre sotto gli occhi delle bambine vilipese, la fatica dei lavoratori a cottimo nei campi, il sangue sparso sui ciottoli di strada dai morti di mafia, il baratro sull’autostrada, le carcasse delle auto sventrate per le bombe allestite per i magistrati illuminati e i poveri agenti della scorta, innocenti vittime troppo presto dimenticate.
[I] Come ha avuto il coraggio di guardare in faccia e col suo obiettivo tanto sangue, tante morti, e perseverare nel racconto fotografico senza temere per la sua vita di testimone?
[L] La verità è questa, secondo me: chi si espone coi fatti, più che con belle parole, contro la mafia, quelli lì finiscono morti ammazzati… Io ho raggiunto la vecchiaia perché ero una donna, scomoda ma leggera, più artista che politica. La mafia, se può, fa a meno di ammazzare le donne: è una diminuzione, per l’onorata società, che una ‘donnetta’ sia la vittima predestinata: accessoria sì, ma mai protagonista indiscussa. Una femmina è una femmina. Due passi indietro.
Le morti per mano di mafia mi hanno segnato molto. Ricordo il giudice Terranova esanime dentro l'auto, un filo di sangue che parte dalla testa e arriva alla camicia bianca, 1a mano appoggiata sul sedile accanto. E quell'altro uomo disteso a pancia in giù: era estate, l'uomo indossava una maglietta leggera che gli venne sollevata lasciandolo a schiena nuda. Ricordo ancora l'emozione forte che sconvolse un po' tutti. Un grande volto di Cristo era tatuato su quella schiena. Mi sembrò che ci fossero due cristi distesi per terra, nella notte. Nel silenzio buio le cicale frinivano e quell'uomo non si muoveva più, era lì, freddato. Solo.
[I] Mi intimidisce la sua figura, il suo impavido coraggio. Non riesco a rendermi conto di come abbia fatto a rimanere lucida di fronte a tanto dolore, a tale orrore, ad abituarsi, in qualche modo a conviverci: il suo non era un normale lavoro, ma una continua rischiosa testimonianza, quotidiana, cui lei partecipava e non poteva non essere affranta, distrutta dentro per la preoccupazione per la sua famiglia, il pensiero delle sue tre figlie. La mafia, se vuole, raggiunge le sue vittime ovunque. Come ha fatto?
[L] Le risponderò molto diffusamente e, per essere più chiara, meno condizionata dalle emozioni che questa intervista mi causa dentro, citerò delle frasi che ho stagliate nella mente e che scrissi nel mio Diario, pubblicato da Castelvecchi nel 2014. Non voglio commuovermi, non posso permettermelo: citando pensieri scritti è un po’ come fossero sedimentati, quasi scritti da altri.
Con la macchina fotografica nella mano insicura sentivo l'impotenza del mio essere presente, ma il mio obiettivo diventò sempre più parte di me, prolungamento del mio intelletto, non solo il mio lavoro giornalistico: del resto ‘travagghiu’ è il termine che precisa il lavoro in siciliano. ‘Travaglio’ è tormento in generale, ma è anche il dolore del parto. Ricordo che dissi al mio direttore de L’ora, il mio giornale: quando fotografo, penso alla gioia di averlo un lavoro, la fatica di tenerselo, il dolore di quando finisce o ti uccide. Ma c’era anche la gioia di attraversare la tenebra per arrivare a illuminare il giorno. Le mie foto, nella loro crudescenza, erano l’invito – attraverso il buio di immagini terribili – a sognare il risveglio di un’altra Palermo, di una Sicilia diversa. La foto era la mia arma di lotta per la realizzazione di un mondo diverso.
So di avere impresso nelle mie foto il dolore delle vittime, lo strapotere arrogante dei capi di mafia, di cosa nostra. Quei fiumi di sangue innocente non lavano le nostre coscienze, rischiano anzi di vedere aumentare per pavidità il numero dei complici, dei correi.
[I] Ma certamente la fotografia è un mezzo eloquente, non solo una testimonianza, ma prova di accusa palese.
[L] Certamente, ha ragione:
la fotografia è lo strumento più efficace di testimonianza, proprio grazie all’immagine vera. E poi era il mio mezzo, la mia strada, forse immodestamente il mio talento. Non potevo inventarmi una vocazione diversa: era quella la mia e non potevo tradirla. Anche Saviano, che sento fratello in coraggio e dignità, pensando a tutti quelli che come me non abbassano la testa, ha pronunciato parole di stesso contenuto: senza il lavoro di chi mette il proprio corpo al servizio della testimonianza, saremmo indifferenti o, peggio, complici. Ecco, è proprio questo il punto: io non sono un’eroina, sono solo una che è stata chiamata dal destino a dare testimonianza. Non è neppure un mio merito: è che per il mio carattere non avrei potuto agire diversamente e, poi, la macchina fotografica non volta il ‘viso’ da un’altra parte.
[I] Mi perdoni, signora Letizia, so di farle male, ma il mio mestiere di giornalista mi impone una maschera di cinismo che in questo momento pesa tanto anche a me: ha il coraggio di raccontarmi qualcosa delle pagine più drammatiche della sua vita e di quella del nostro tormentato paese? Che cosa le crea più dolore, più senso di impotenza, di vanità del tutto?
[L] Palermo è un luogo strano: il sole coi suoi raggi è il simbolo della città e della Sicilia tutta, su tutti gli stendardi ci appare violento, persino sfacciato, perché è narcotizzante, stordente, annulla la volontà, mantiene le cose allo status quo, con una immobilità che diventa colpevolmente violenta. Si resta impotenti, quasi sfiancati, la lotta è fatica e rischio.
Ci vuole coraggio a vivere e a perseverare nell’impresa di testimoniare, per esempio, la rete di infiltrazioni mafiose: io sapevo, quando uscivo, di rischiare di non tornare più a casa, ma questo pensiero non mi tratteneva. Del resto, ho detto, ci vuole il coraggio della definizione di una delle vittime più illustri della mafia, Paolo Borsellino: coraggio è convivere con la paura e non farsi condizionare dalla stessa. Sono d’accordo.
Quante le vittime. Il mio amico, capo della Polizia, Boris Giuliano, che interveniva quando, in quanto donna, venivo discriminata e fermata sulle scene del crimine e, alle mie proteste clamorose, arrivava e intimava ai poliziotti “la signora passa”, attestando così la mia seria professionalità. Peppino Impastato, Piersanti Mattarella, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino.
Le parole del mio Diario a proposito del fattaccio le ho scolpite quasi a memoria nella mente: a queste mi riferisco. Il racconto scritto meno mi rinnova il dolore di ricostruirlo come l’ho vissuto allora dal vivo. Non voglio piangere davanti a lei.
Quel 23 maggio del 1992 era un bel pomeriggio di primavera, Giovanni Falcone stava tornando da Roma con la moglie Francesca e gli agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, mentre io tenevo, tra le mie, la bianca e morbida mano di mia madre; guardavamo un documentario in Tv. A un certo punto, il programma s'interruppe per comunicare che era successo qualcosa a Falcone, in autostrada. Rimanemmo immobili per qualche secondo, mi prese il panico, non capii veramente più niente. L'unica cosa che seppi fare fu telefonare in studio e avvertire i miei colleghi. Io no, io non sarei andata in autostrada, mai più sarei andata a fotografare i morti e tutto il resto. Diedi un bacio a mia madre, era inquieta, le sussurrai di non preoccuparsi. Chiamai un taxi e mi feci portare all'ospedale. In Tv avevano detto che, forse, sia lui che la moglie erano rimasti feriti. Salvo un agente di scorta, morti gli altri. Rimasi tre ore davanti al pronto soccorso ad aspettare l'ambulanza, le gambe tremanti, inchiodate per terra, la solita nausea, lo sguardo fisso verso il fondo del viale. Ma non fotografai vivi né Falcone né la moglie Francesca, né li vidi per l'ultima volta. Chissà da dove li fecero entrare. Rimasi con la mia inutile macchina fotografica al collo sino a buio inoltrato. Forse escogitai questa attesa per non vedere né sentire, per evitarmi ulteriori dolori. Così delle stragi non ho una foto. Una sola, anche brutta, non ce l'ho. Né della strage di Falcone né di quella di Paolo Borsellino.
[I] Non riesco a capacitarmi del perché lei non abbia voluto, o potuto, fermare con un’immagine proprio una situazione così grave e clamorosa come questi omicidi, che sono rimasti impressi terribilmente nella memoria collettiva e tornano rievocati ogni anno, a perenne ricordo, nel nostro paese.
[L] Purtroppo non ce l’ho fatta: il dolore umano ha vinto sulla mia professionalità, quella volta, ed è questa mia debolezza che mi fa imbestialire, perché proprio ancor oggi non mi rassegno. Oggi, dopo decine di anni, non posso che deplorare la debolezza, l'ignavia, che bloccò il mio coraggio. Sì, certo, altri fotografi hanno documentato quello che io non ho documentato, ma questo non mi rende più tranquilla. Era mio preciso dovere di fotografa resistere, fotografare e consegnare a futura memoria. Le foto che non ho fatto oggi mi fanno male, molto più male delle altre. Perché sono tutte qua, dentro la mia testa, e non le posso dividere con nessuno.
[I] Dopo la strage di Capaci qualcosa è cambiato in lei, direi che è incominciata una diversa stagione di attività, ugualmente impegnata civilmente, ma meno tragica, seppure sofferta. È diventata una fotoreporter più internazionale: si è volutamente staccata dalla sua Sicilia, odiata ma profondamente sua? Che cosa ci può dire in merito?
È espatriata per tanto tempo, cittadina del mondo, sempre con l’obiettivo pronto e la macchina fotografica a tracolla per fissare i problemi delle tribù nomadi dell’Africa più povera come le città più contraddittorie, ma tecnologicamente più avanzate, New York fra tutte. Eppure alla fine è voluta tornare a Palermo e lì vi è morta il 13 aprile 2022, a ottantasette anni.
[L] A un certo punto non ce l’ho più fatta. Dopo la strage di Capaci, per me la misura era colma: mi ero sentita morire dentro, non potevo più fotografare morti ammazzati; basta con funerali, dolore; basta anche con foto di mafiosi. Basta anche con foto di degrado ambientale, disoccupazione, immigrati, condizione femminile, sfruttamento minorile. La Sicilia non è solo quello – mi direte voi – ma come avrei potuto fotografare la bellezza di Palermo? Non lo so, ma penso che il dolore che abbiamo vissuto abbia sovrastato la bellezza.
Cos’è la bellezza? Un barocco? Un bel cielo? Ma se sotto c’è una creatura insanguinata, io non posso fotografare la bellezza. Così ho cambiato orizzonti: dopo l’omicidio di Falcone e Borsellino ho perso le speranze. Sono andata a vivere a Parigi, non reggevo la mazzata civile e politica. Il sangue che colava, le bocche aperte e senza respiro, i bambini immobili lì a guardare e tutti intorno alla tragedia siciliana. E poi io non sono una fotografa di stragi italiane, ma una fotoreporter internazionale e anche ritrattista, più di gente comune che di personaggi famosi (però ho fotografato Pasolini, il premio Nobel Dario Fo, uomini politici, qualche attore). Ho viaggiato e fotografato tanto, soprattutto ho amato l’Africa: Mauritania, Tunisia, Zaire, Madagascar, il Sud Africa poverissimo di tribù nomadi. La Turchia bellissima di venticinque anni fa, con uomini e donne stupendi e l’aria felice; adesso non è più così, purtroppo. E poi Grecia, Corsica, Nord Europa. Ho amato anche New York, ma solo da quel lato delle strade complicate, dove la vita è più ardua e difficile. Amo il mondo sofferto, nascosto, minuto, quello da fare uscire dall’ombra con uno scatto, non quello patinato delle star, dei ricchi, dei potenti, già troppo illuminato di per sé, a torto o a ragione.
Ma non è vero che sono la fotografa della sofferenza, della pena, dell’oscurità del mondo. Amo anche la gioia dello stare alla vita anche se, ripeto, non particolarmente mi soffermo sulle esistenze patinate dei potenti, quanto sulla bellezza più semplice della gente comune. Cerco la felicità nell’autenticità delle storie che potrebbero essere di tutti, di me, di lei, dei nostri figli. Mi ricordo di una mia fotografia in particolare: non è un caso che sia stata scattata in un luogo fatato che amo a dismisura, ovviamente nella mia Sicilia, ma in una Sicilia lontana quasi da ogni traversia umana. È rimasto nei millenni, in una zona miracolosamente come fuori dal tempo, il tempio di Segesta, tra alture silenziose collinari e il mare nostrum, allora foriero di cultura e civiltà in lontananza. Lì, con il tempio della Magna Grecia sullo sfondo, ho voluto riprendere tra l’erba alta una coppia di giovani innamorati: lei bellissima, distesa, lui che la guarda incantato, in piedi, quasi pietrificato, bloccato da tanta bellezza, non solo di lei, ma dall’insieme naturale. Una bellezza cosmica, direi, ma semplice, comune, connaturata al mondo, quando il mondo è in pace, in sintonia col tutto: l’armonia. Ho voluto riprendere quella degli elementi quando sono alleati in pace, l’alleanza della storia e quella dell’amore umano tra due giovani pieni di ottimismo, di prospettive, di speranze.
Gli uomini è raro che li fotografi. Esteticamente non li trovo interessanti o forse non trovo interessante quello che traspare dai loro occhi. Fotografo essenzialmente donne. Anche nella vita sono diventate un riferimento umano e sociale molto importante. Ma essenzialmente le bambine, le ragazzine sono le protagoniste delle mie fotografie. Forse nelle donne trovo un po' di innocenza, di gentilezza, un bisogno di amore solidale che non trovo negli uomini. Nello sguardo delle donne ritrovo il mio stesso bisogno di giustizia. Forse. Nelle bambine ho cercato il mio sogno, quello di trovare amore, futuro fantastico, avventure, pace, libertà e bellezza. In loro ritrovo me stessa bambina. Viso pallido, occhiaie profonde, sguardo grave e soave. Io a dieci, undici anni. . . Solidale con il mondo dei deboli, portavo da mangiare alle vecchiette, alla vicina che era povera, rubacchiavo a casa per portare cibo a chi non aveva niente, ho incominciato a Trieste, avevo nove anni. . . Credo che il sogno importante e definitivo sia la ricerca della libertà, di poter scegliere, di poter essere rispettata, riconosciuta, libera di essere determinante nella vita, di essere parte di una società non ingiusta.
[I] La nostra intervista volge al termine. La sua personalità mi affascina, la lucidità della sua mente e del suo obiettivo prodigioso mi sconvolgono. Non mi rassegno ad una perdita come la sua: la natura, non certo la mafia, l’ha abbattuta.
Un decisionismo maschile di estrema forza virile e una sensibilità femminile di raffinata soavità e bellezza la rendono creatura unica. Io sono preso da lei. A dispetto dell’età, credo che potrei amarla: lei è creatura vitale, senza tempo.
[L] Non dica sciocchezze. Tutto è passato ormai.
Da vecchia, stavo sul balconcino, al sole, con l’ennesima sigaretta tra le dita, il cane ai piedi, a osservare i passanti, come con un flash pronto. È bello, nella riproduzione fotografica di un corpo, tentare di rubare un respiro di un’anima. Ero piena di acciacchi, debolezze fisiche evidenti. Sono stata una vecchia che non aveva paura e si ritraeva dall’inutilità. La vecchiaia può essere una vera potenza: si può essere sempre se stessi, dire ciò che si pensa, fare bilanci senza eccessiva severità.
Sono morta il 13 aprile 2022, a ottantasette anni. Mi rendo conto che non ho parlato affatto del mio impegno in politica. Non è una svista, ma una scelta: è meglio così, credetemi. Da dove sono adesso le vicende politiche appaiono talmente inconsistenti… La passione e l’impegno di pochi, anzi pochissimi, vengono divorati dall’ambizione e dall’interesse personale di molti: i problemi reali del paese sono di fatto l’ultima ruota del carro. Preferisco sorvolare e rimanere nel mio, ricordata come una fotografa impavida, combattiva, e lasciare parlare le immagini di Letizia Battaglia, donna.
Sicilia: ballata triste
Sicilia resti terra di contrasti
dal sublime del bello allo sgomento
dell’orrido più bieco e più ferino.
Cosa coglie ogni giorno il mio obiettivo
e ce lo rende eterno suo malgrado?
Le incongruenze ardite dell’umano,
della pace e di guerra luci e ombre.
La storia cristallizza ogni vicenda:
ma il vivere è continuo movimento,
lacrime più di pena che di gioia.
Ricordo una foto da ragazza:
l’immagine più bella e commovente
è Segesta che si erge nell’oblio
di un mondo antico che ci parla ancora
come fuori dal tempo, da lontano,
di giorno nel colore del silenzio
di notte, al freddo lume della luna.
Il contrasto più truce e irrazionale
è il sangue della terra e del suo mare:
dalla tonnara simbolo di strage
agli orrori impuniti dei delitti
di mafia. Sono uomini di legge
e tanti solo onesti ed incorrotti
ma anche donne e bimbi come in guerra.
Ed ora per il colmo degli orrori
anche le nostre spiagge benedette
da natura incantevole e felice,
raccolgono cadaveri dal mare
di migranti dispersi senza nome
senza pianto di madre o di sorelle
senza un dio da pregare o maledire.
Eppure non ti posso rinnegare,
sei la mia patria, qui vorrei morire.
T’odio, Sicilia, e t’amo e non ne ho pace.
