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Sandro Penna



Intervista a Sandro Penna

di Marvi del Pozzo

 

[D]      Buon giorno, signor Sandro Penna, grazie di avermi concesso questa forma di intervista: lei è un personaggio molto discusso – e in effetti umanamente lo è – come del resto la sua poesia, così diversa dall’Ermetismo e dalle correnti in auge al suo tempo. Poeticamente forse si può avvicinare quasi unicamente a Saba, come lei semplice nella forma, poco appariscente, anzi quotidiano, nell’umano sentire. Lei, poi, presenza volutamente trascurata. Non crede?

 

[R]      No, no, no… un attimo! Una precisazione: io sono il poeta Sandro Penna, ma mi rendo conto che sono apparso nella vita – anche in altre interviste che sono apparse sul vostro YouTube – proprio come una cosa diversa dalla mia poesia: siamo quasi dissociati. Io, una persona dimessa, all’apparenza insignificante, una presenza da trascurato e quindi trascurabile; persino la voce non così gradevole, priva di mordente, di personalità…

La mia poesia è tutt’altra cosa: limpida e fanciulla. Ho talora tentato di far credere che nascesse per bacchetta magica, quasi prodigiosamente, da sola. Non è così: forse è la mia fanciullezza travagliata, molto critica, ammalazzata e tormentosa che cercava una reazione. Vivevo in una disperazione che da sé ricercava una forma di risalita, dal vuoto dell’intimo alle cose belle e dolci della vita. Essere spinti, annullati come da un interruttore che fa click, alla necessità di luce, ardore, pienezza che mi prendeva totalmente e che dava ebbrezza di gioia di vivere. Forse anche i miei amori divoranti per i fanciulli giovanissimi sono nati da un atteggiamento interiore che poi è la prioritaria molla per l’eros fisico. Un mio grande, giovane amico, letterato e poeta, Elio Pecora, mi ha sintetizzato in una frase che dice tutto: Nel sogno della poesia c’è il regno cercato e, nel fanciullo elevato a dio e eroe, l’altro in cui contentarsi. Forse ha proprio ragione: nella poesia il compenso della propria vita banale.

La poesia è la mia verità: una poesia giovane, semplice, fatta di suoni, di leggerezza, di musica e colore.  È l’arte di una fanciullezza perenne che non invecchia, la mia poesia è luminosa, per certi versi olimpica, classica. A questa luce io tendo, anche se persiste sempre la mia alternanza tra felicità e frustrazione, tra spinte solari vitali e oscurità del mondo interiore. Forse in questa contraddizione nasce il fascino ambiguo dei miei versi: la luce del colore azzurro del mare, della divisa dei giovani marinai, si accompagna al senso di uno strappo, di un esilio, figurato nelle luci incerte di quei treni popolari che fuggono, scappano spesso nelle mie poesie, non si sa da dove vengano e quale possa essere la meta. Metafore della vita, forse del destino di ognuno, certo del mio. L’evanescenza, l’incerto forse, nella vita e nell’arte formano un clima poetico di per sé, nel senso che favoriscono nel lettore un riconoscimento di sé stesso, dei propri momenti di crisi, di contraddizione. In me sicuramente molto evidenti, anche troppo.

 

[D]      Ah, ma allora è proprio lei che non si sottrae allo scandalo, al pruriginoso: fa riferimento alla sua sessualità, qui resa fin troppo esplicita. Intendiamoci bene: io non ho niente da obiettare sulla libertà di genere o di scelta sessuale da parte delle persone in materia amorosa, ma lei sceglieva ragazzini sotto i quattordici anni e qui si tratta di reati da codice penale, non di rapporti paritari e paritetici tra adulti consenzienti.

 

[R]      Sicuramente ma, a mia discolpa, va detto che io avevo una sancta simplicitas, una forma di ingenuità vitalistica e orgastica pari ai miei fanciulli. Loro ed io vivevamo di attimi di felicità naturale, vivida e splendente, soprattutto io che ho sempre avuto – come ho detto – una psicologia borderline capace di angoscia mortale alternata a vastità di entusiasmo e di gioia per la vita e la bellezza naturale in tutte le sue forme. Del resto diedi a Raffaele – il più importante dei miei amori – quando lo conobbi (quattordici anni, fuggito da casa a sei, ripetente per sette volte la seconda elementare) l’idea di una casa, di una specie di famiglia, lo amai per quindici anni, fin quando fu lui ad abbandonarmi. Gli feci un po’ di scuola, a mie spese prese la patente, l’auto. Viveva con me e con mia madre, anziana e invalida. Comperammo un cane lupo, nostra gioia: alla fine portò via anche quello.

Aveva quattordici anni quando lo incontrai, ma a mia discolpa ripeto che senza di me sarebbe finito anche peggio. E di quanto mi fece dannare, di quanto mi angariò, mi derubò nella mia semi professione di mercante d’arte. Approfittava del mio amore e, più ancora, della mia debolezza. Chi dei due è più colpevole?

 

[D]      Per finire questo discorso, decisamente critico e piuttosto morboso, va detto che lei soffrì molto per la fine del rapporto con Raffaele e si lasciò davvero menare per il naso da lui, quando aveva più di trent’anni e lei era quasi un vecchio.

 

[R]      Solo ora mi rendo conto che avrei desiderato un rapporto duraturo d’amore, ma non ero in grado di farlo diventare progettuale. Un vostro scrittore contemporaneo, D’Avenia, sostiene che amare è diventare custodi del destino di un altro, responsabilità ciclopica soprattutto nelle oggettive difficoltà di ordine sociale. Io del resto non ero in grado neppure di badare a me stesso, non ho mai saputo mantenermi un lavoro, ho anche vissuto di espedienti e di aiuti (e prestiti) di amici, intellettuali e artisti, che mi apprezzavano: mai avuto una casa mia, ma ospite a vita di mia madre, in alloggio comunale reso un tugurio per sporcizia e caos totale: impraticabile da chiunque, lo confesso.

            Ma torniamo alla poesia, per favore.

 

[D]      Sì, giustamente torniamo a più alte sfere. Mi definisca le linee peculiari della sua poesia, che è spesso monotematica, come si è detto. Ritorna spesso a taverne, angiporti, ragazzini, al fascino di giovani marinai.

                       

Le nere scale della mia taverna

tu discendi tutto intriso di vento.

I bei capelli caduti tu hai

sugli occhi vivi in un mio firmamento

remoto.

 

Nella fumosa taverna

ora è l'odore del porto e del vento.

Libero vento che modella i corpi

e muove il passo ai bianchi marinai.

 

[R]      C’è un’osservazione interessante da parte del mio amico (e benefattore) Cesare Garboli, che in un suo libro (Penna - Montale e il desiderio, Mondadori 1996) fa un parallelo con un altro poeta omosessuale, il greco Kavafis. Sostiene che quest’ultimo fotografa in poesia gli amori per farne ricordo futuro e intanto si strugge per il trascorrere del tempo, ne soffre la percezione dolorosa della vanità.

Io no. Io vivo, colgo l’attimo con soavità, dolcezza. E il mio tempo, come dice giustamente Garboli, è un tempo insaputo, che attenua i contrasti e li assolve. Io restavo con gli anni un ragazzino, proprio come quelli che mi ammaliavano, quasi di cristallina, pagana, ingenuità: non è la realtà a fare felice, ma solo il ricordo del desiderio a illudere a intermittenza, per momentanei istanti di paradiso, di essere stati vivi e di non sognare. Me ne sono sempre infischiato di collezionare ricordi del passato per il futuro. Questo risulta evidente nella mia poesia. Io cantavo la mia pretesa di essere felice, solo questo, come mi veniva spontaneo, con parole mai studiate, mai ricercate, limpide, della lingua normale ma con un suono da sirena. quello che attrae, incanta e innesta in tutti la pretesa di desiderare, se non ottenere, la felicità. E tutti la vorremmo, la felicità, non quella stereotipata, in serie, ma la nostra, nell’abito che fa per noi.


Sotto il cielo di aprile la mia pace

è incerta. I verdi chiari ora si muovono

sotto il vento a capriccio. Ancora dormono

l’acque ma, sembra, come ad occhi aperti.

 

Ragazzi corrono sull'erba, e pare

che li disperda il vento. Ma disperso

solo è il mio cuore cui rimane un lampo

vivido (oh giovinezza) delle loro

bianche camicie stampate sul verde.

 

[D]      Non voglio farmi bella con le penne del pavone, ma sono d’accordo col critico Pier Vincenzo Mengaldo  che ritiene che la materia contenutistica trasgressiva richieda, viceversa, un linguaggio di semplicità espositiva, di vocabolario ridotto, ma di estremo controllo formale, reso con figure fonetiche e giochi di sonorità continui. Questa costruzione è opera di studio attentissimo da parte sua, in quanto poeta o, viceversa, tutto le nasce spontaneo, quasi per una grazia poetica naturale? Che mi dice a questo proposito?

 

[R]      Quando scrivo non mi sembra nasca nulla di studiato a priori. E lo dico onestamente: il pensiero nasce fanciullo nella forma più elementare, proprio come avviene nell’infanzia di un bambino o di un popolo primitivo, cosa che, mutate le situazioni dilatate, è tale e quale.

La musica è la prima, più immediata delle arti. Nello scrivere poesia spontaneamente, direi ingenuamente, il pensiero prende forma in modo musicale sia nella non scelta di parole evocative, significanti d’altro, che vengono da sé, sia nel suono che proviene da gruppi di lettere o sillabe, ripetute, che seguono quasi una sinfonia sonora non voluta a priori, ma naturale. Solo a posteriori, rileggendo e riflettendo, lo scrittore poeta si rende conto di anafore, allitterazioni, figure varie. Non si erano mica previste prima, vengono da sole. Si diventa poeti quasi nostro malgrado, rincorrendo la luminosità del dire, la solarità felice dell’infanzia, un sottile filo di intuizione che si snoda in parole e musicalità. Ho lasciato detto in un’altra intervista – ero disteso sul letto nel mio totale disordine e, in effetti, nel dire sembravo un po’ pazzo o un po’ invasato (forse ero tutte e due le cose) – che poesia è eccesso di felicità in me. Sento la musica dentro, come gli schizofrenici diceva Pasolini, io invece mi riconosco ubriaco di calma interiore, di felicità distesa.

 È vero: le parole vengono da sé, quasi scrivo senza sapere cosa voglio dire, come in trance. Sono come un medium che parla con entità invisibili; io con le cose intorno, sereno, in preda ad una incredibile naturalità vitale.

 

[D]

Con le mie domande, che girano intorno alle sue discusse problematiche umane e alla sua poesia monotematica, espressa in una forma che negli anni non trova innovazioni espressive di rilievo, mi rendo conto che corro il rischio di sminuire la sua scrittura. In effetti è vero: fino a pochi anni fa il suo valore ha ottenuto riconoscimenti inferiori ai meriti.

A questo punto io, che apprezzo la sua moderna essenzialità, a costo di diventare noiosa e puntigliosa, voglio rileggere la sua prima poesia, scritta a poco più di vent’anni, e segnalare, a chi abbia voglia di seguirmi, lo stato di grazia donatole dalle Muse della musica e della poesia: la ricchezza di suggestioni di suoni e parole è di rara sapienza ed evocatività.

           

La vita ... è ricordarsi di un risveglio

triste in un treno all'alba: aver veduto

fuori la luce incerta: aver sentito

nel corpo rotto la malinconia

vergine e aspra dell'aria pungente.

 

Ma ricordarsi la liberazione

improvvisa è più dolce: a me vicino

un marinaio giovane: l'azzurro

e il bianco della sua divisa, e fuori

un mare tutto fresco di colore.

 

Posso ricordare l’apertura con effetto di adagio doloroso, quasi singhiozzante tra cesure e enjambement? [Giuseppe Leonelli, Aragno 2015], l’effetto di pena tra treno e triste, ottenuto dall’enjambement e dal gioco un po’ meccanico nel suono tra tre - tri, le ripetizioni e assonanze continue ri - ri - re - re e poi er - or - er - ra - ri, ai - ia (marinaio - bianco), are - ore (mare - colore)? Posso notare come già nella sua pronuncia campeggi l’azzurro, con la doppia zeta sonora e la doppia erre rotante, e sia uno scoppio di gioia e di prorompenza, letterale nella forma e simbolica nel significato e significante? E quell’aggettivo dell’ultimo verso, fresco, potenziato dal mare e dal colore cui si riferisce, aggettivo che si dilata appunto come una distesa immensa a rinnovare ambiente e a connotare uomo e sentimenti?

Solo un poeta grande, a vent’anni, alla prima poesia poteva dire in breve e dare tanto. E con questo ho detto tutto e m’inchino al bello dell’arte. Non posso fare altro.

 

[R]      Oramai nell’al di là vedo le cose come da lontano, come il passato di una vita si riferisse ad un’altra persona, non a me. Mi avvicinavo davvero allora alla figura di un disadattato al mondo e alla società del secondo dopoguerra. Né tutto il mio male dentro può imputarsi ad una madre disaffettiva e a un padre sifilitico. La colpa è mia, se di disadattamento morale e fisico può parlarsi. Il carattere mio vitalistico, quasi animalesco, era ambivalente: si alternava a sconforti rasentanti la disperazione totale e al senso di incapacità di vivere. Il mio amico Elio Pecora definiva quello che io chiamo oscuro dolore una depressione che mi portava all’inerzia.

Fui spesso mantenuto, io e i miei ragazzini, da mia madre, mi aiutavano quasi tutti i poeti grandi del mio tempo: mai ripagai i prestiti che mi facevano. Amici compassionevoli mi cercarono pubblicazioni presso l’editore Vallecchi, ma io per inerzia non feci fronte agli impegni, tanto per dire, e mi ero frattanto speso il denaro degli anticipi. Un incosciente e una vita di espedienti e di miserie, la mia e quella dei miei ragazzini, soprattutto quella con Raffaele che, da adulto, mi derubò di tutto. Una vita miserabile, non solo alternativa, come sa bene Elio Pecora che, alla mia morte, sgomberò la mia casa prima che sfondasse la porta qualche famiglia di abusivi: era una casa del comune di Roma, cui lui restituì le chiavi. I miei parenti si presero quadri e litografie che gli amici pittori, anche importanti, mi avevano donato per pietà: tutti i miei libri, alcuni anche rari, alcune migliaia, al comune di Roma. Tutto disperso.

Una misera vita, ma una grande poesia, se tanti poeti del mio tempo – tanto per fare qualche nome: Saba, Ungaretti, Elsa Morante, Carlo Betocchi, Elio Pecora – mi ammiravano e mi amavano. Persino Eugenio Montale, il premio Nobel, mi era stato amico, anzi mi disse di avermi invidiato persino per la mia ingenua grazia poetica, così naturale e ingenua. Mah. Solo ciò che ho scritto rimanga di me e questo mi basti, anche se forse oggi avrei più chiara la differenza tra erotismo e volgarità, e sarei un po’ più cauto per evitare ibride mescolanze.

 

Vi saluto con un testo tra i più intimi e cari, limpido e ingenuo, che io ho amato molto. Addio.


Mi nasconda la notte e il dolce vento.

Da casa mia cacciato e a te venuto

mio romantico amico fiume lento.

 

Guardo il cielo e le nuvole e le luci

degli uomini laggiù così lontani

sempre da me. Ed io non so chi voglio

amare ormai se non il mio dolore.

 

La luna si nasconde e poi riappare

– lenta vicenda inutilmente mossa

sovra il mio capo stanco di guardare.

 

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