
Mario Cresci e Charles Baudelaire: il verso come piega sulla carta di Carola Allemandi

Mario Cresci (Chiavari, 1942) è uno dei fotografi italiani più significativi della storia della fotografia del Novecento e può essere considerato, nel suo approccio eclettico nei confronti di questa arte, come uno dei propulsori di una fotografia sganciata dai suoi schemi formali ed estetici più tradizionali. Cresci ha affrontato tecniche, stili, generi di volta in volta molto diversi: dal reportage sul Sud Italia, per il quale realizzò i suoi celebri ritratti mossi, alle installazioni di fotografie nel lavoro “Environment”, da “consumare con gli occhi”, chiuse in cilindri trasparenti sigillati; fino alla ricerca antropologica delle “Misurazioni”, con le quali omaggiò il mondo passato della tradizione dell’artigianato dei contadini materani.
Nel 2013, Mario Cresci affronta il volto di Charles Baudelaire. Baudelaire è un personaggio che viene citato molto spesso quando si parla di fotografia, ricordando la sua celebre invettiva contro la nuova invenzione di Daguerre e Niépce. Baudelaire non vedeva nella fotografia nient’altro che il decadimento dell’arte, ridotta alla mera riproduzione mimetica effettuata da uno strumento meccanico in grado di annullare la volontà dell’autore.
Per questo motivo in molti sorridono vedendo il poeta francese immortalato in un ritratto fotografico di Étienne Carjat, con un’espressione corrucciata e indispettita. Il motivo per cui finì dentro il tipo di immagine che più odiava pare sia la scarsa disponibilità economica: Carjat a quanto pare lo ritrasse in cambio di denaro. Da qui il motivo dell’espressione contrariata di Baudelaire.
Cresci dunque inizia un dialogo con lo sguardo del poeta. Fa 46 riproduzioni del famoso ritratto, tanti quanti sono gli anni che visse il Baudelaire, e le piega ognuna in modo diverso, con l’unica costante di lasciarne scoperto lo sguardo. Questo lavoro si intitola “I Rivolti” e rappresenta l’esempio eclatante del desiderio di Cresci di ragionare sull’immagine fotografica nella sua interezza materica, svelando il retro bianco del ritratto nelle porzioni in cui agiscono le pieghe, creando un dialogo costante tra lo sguardo del poeta diretto a noi, e il silenzio bianco che si cela alle spalle dell’immagine, generalmente nascosto.
Ma l’aspetto più affascinante di questa operazione è racchiuso in un’affermazione che ne dà Mario Cresci in un’intervista: “[...] ogni piega è come una frase, un verso di una poesia, perché ogni piega dà un significato diverso all'immagine.” Che definizione folgorante: il verso come una piega fatta sulla carta, significante in sé, per il solo fatto di essere stato generato. La piega è una piccola rivoluzione che stravolge la pianura dell’immagine; il verso è allo stesso modo l’intromissione della parola breve sulla carta, l’arrivo di una forza che distorce il vuoto, l’assenza di messaggi.
Le parole del verso agiscono una speciale conversione sul silenzio che interrompono, ne piegano e dirottano la direzione. La piega non è che una traccia lineare, uno stravolgimento semplice apparso sulla superficie. Come il verso, impone un’increspatura, separa in mondi diversi ciò che prima era intero, come la costa separa il mare dalla terraferma.
Mario Cresci con un’azione di per sé semplicissima fa luce sul potere del verso nel suo apparire sul terreno piano del silenzio, nel suo imporsi come rivolta, la prima linea di soldati pronti a invadere il campo di battaglia.
La piega è un segno permanente, rimane come una cicatrice sulla carta, che non potrà più tornare alla condizione liscia e senza traumi di partenza. La piega è un trauma, e lo è anche il verso, ogni frase: una scossa che non potrà più essere rinnegata, dalla quale dipenderà la nuova conformazione del terreno ormai inguaribile e per sempre significante. Mario Cresci piega obliquamente, ferisce con disordine, come quando si accoltella, rompe lo schema del rigo, come Apollinaire; lo sguardo di Baudelaire ci parla da una crepa. Ecco dunque la poesia spiegata dal fotografo: una voragine lasciata dai solchi, da cui due occhi aperti cercano ancora l’aria, e il nostro sguardo di rimando.
Carola Allemandi
