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  • La ferita del possibile" (Iride Edizioni, 2016) di Sabino Caronia letto da Luca Benassi

    Sabino Caronia è noto come studioso, soprattutto di Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Giuseppe Dessì. È uomo di raffinata cultura, dotto, lettore infaticabile, e chi ascolta i suoi interventi, in occasione di letture e presentazioni, rimane sempre stupito dell’assennatezza dei ragionamenti e dalla precisione dei riferimenti a opere e autori. Ma Caronia è anche poeta delicato e lirico, ed è scrittore di romanzi. Per leggere l’ultima opera in versi La ferita del possibile è necessario prendere le mosse dalla sua attività in prosa, non solo per trovare quei fili di continuità che si intrecciano nella scrittura, ma perché è questa a offrire la sintesi del Caronia poeta, scrittore, critico. In Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio, Roma 2009), stupiva l’accuratezza e la mole delle citazioni. Si trattava in effetti di una scrittura che rompeva il genere, mischiando prosa, poesia, ma soprattutto saggistica – creando insomma un poema-saggio - sull’amore e sulla figura di Jim Morrison. Proprio la lettura di quel romanzo insegna che in Sabino Caronia ci sono due fuochi attorno ai quali si muove l’ellissi del pensiero e della scrittura: l’acribia razionale dello studioso e l’irrazionalità istintiva dell’amore. In Caronia convivono, attorcigliandosi come in una lotta amorosa, l’essere umano dotato di logos e il rettile (fin dall’antichità simbolo dell’irrazionale), proprio come accade in Jim Morrison, il re-lucertola, com’era solito farsi chiamare. La poesia del poeta romano gira intorno ai fuochi di quest’ellisse: da una parte l’amore vissuto nella sua assolutezza più devastante, senza confine, limitazione, paura, dall’altra il rigore logico, costrittivo, della forma razionale che lo ingabbia. La materia dell’amore viene distillata in versi armonici e sontuosi, in sonetti e madrigali, endecasillabi e settenari, che funzionano da mezzo di contrasto per una materia della quale si sente il calore bruciante. Questo modo di intendere il fatto poetico affiorava già ne Il secondo dono, pubblicato nel 2012 dalle Edizioni progetto cultura. L’esordio in versi di Caronia era un libro smilzo, di appena 24 testi, anche questo composto in prevalenza da sonetti e da forme chiuse, nel quale però emergeva, proprio come in questa ultima fatica, un’incandescenza naturale, la consapevolezza che nella poesia si può e si deve giocare il tutto per tutto dell’amore e della passione. Dante Maffìa, nella nota di prefazione a questo libro, faceva riferimento a Caronia come dedito al «vizio della poesia coltivato con assiduità, con gelosia, con pudore, con la convinzione che ‘il verso è tutto’ davvero, e perciò bisogna viverlo con la devozione e la passione che si riserva ai miti.» Lo scrittore colto e il critico dotto schiudeva la parte più nascosta di sé nella poesia, inchiodandole in forme il più possibile chiuse e razionali. Loretto Rafanelli nella prefazione a La ferita del possibile riprende il concetto espresso da Maffìa per il libro d’esordio: «non troviamo alcuna concessione nei versi di Sabino Caronia, La ferita del possibile, è una raccolta che si misura con una necessità primaria: quella di dover parlare, quella di dover urlare dell’amore, degli amori. Quasi come vi fosse un’urgenza, una costrizione fisica prima che mentale. Una versificazione che è una dichiarazione pubblica senza alcuna mediazione, come dire di un uomo che si metta in piazza e convochi tutti per confessare cosa pensa dell’amore, per raccontare le sue delusioni, per parlare della sua decisa volontà di non cedere di un millimetro sull’esigenza impellente del suo cuore, che è votato al più tenero, disperato, irrisolto slancio.» Sabino Caronia, verrebbe da dire, non fa prigionieri, non media con se stesso e gli altri, non si nasconde, piuttosto forgia l’incandescenza dell’amore nella forma, fonde il nocciolo radioattivo nel reattore del sonetto o della quartina: «se ti perdo, con te tutto ho perduto,/ in nessuna ritrovo il tuo sorriso,/ tu sei la benedetta tra le donne,/ senza di te non esiste altro amore.// Tutto mi manca quando tu manchi,/ ogni umana, celeste compagnia,/ io non voglio guarire, io solo cerco/ per me le rose di maggio in dicembre.» Quello che il poeta cerca in questi versi, con un’acribia che è umana prima ancora che letteraria, è il senso di libertà (perduta), il disordine del sogno, la bellezza della follia. Caronia scava dentro se stesso, si scopre e si mette a nudo con le sue incompiutezze, le idiosincrasie, le sbornie intossicanti della memoria. In questi versi ritornano alla mente, come rievocati nella materialità di una visione, i luoghi della passione, già sentiti ne Il secondo dono: Terracina, l’Andalusia, Parigi, Villa d’Este e soprattutto la spiaggia di Gela, luogo di un incontro che sembra affondare in un mito greco di fondazione, in una terra dove mare, cielo e spiaggia si fanno luogo dello spirito, senza tempo e senza limiti, in un’eterna luce, cristallina, infinita. Una sezione del libro si intitola La nave di cristallo, ed è composta da appena 5 testi, particolarmente densi. Si respira in questi versi un tono fiabesco, che rimanda a vicende remote, all’isola bella delle fiabe, al nessun luogo, alle rive di fiumi lontani, agli acquitrini del tempo. Vi aleggia il senso dell’oltre, di un raggiungimento di un luogo che è al di là del confine dell’esistenza quotidiana. È forse questa la parte del libro - breve quanto ferocemente intensa - nella quale il poeta si confronta con la propria interiorità. Il titolo della sezione e della prima poesia rimanda immediatamente alla canzone The crystal ship della band americana dei Doors, pubblicata nel primo album del gruppo americano, dal titolo the doors, nel 1967. Il testo della canzone è dei più struggenti: «i giorni splendono pieni di dolore/ rendimi parte della tua pioggia gentile/ il tempo in cui fuggisti era un tempo troppo insano / ci rincontreremo, ci rincontreremo/ ah, dimmi dove risiede la tua libertà/ le strade sono lande che sfuggono alla morte/ rendimi libero dalla ragione per cui/ tu dovresti piangere, io dovrei volare.» Non vi è dubbio come vi sia una consonanza fra i versi di Jim Morrison e quelli del primo testo della sezione: «vorrei partire e andare lontano/ con te, sulla tua nave di cristallo,/ verso l’isola bella delle fiabe/ dove mai non s’invecchia e non si muore/ e dove solamente si è fedeli/ alle luci lontane e alle canzoni.» Per comprendere la scelta testuale di Caronia è necessario tornare nuovamente alla prosa. In Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi, il poeta annota come, nello scrivere il testo di The crystal ship, Jim Morrison fosse stato ispirato dalla leggenda celtica di Connla il rosso, figlio del re. Costui – narra la leggenda- si invaghì di una fanciulla fatata, capace di portare il giovane nel regno dell’eterna giovinezza. Il re riuscì, tramite l’intervento di un druido, a far sparire la fanciulla, ma questa lasciò al suo posto una mela. Connla si nutrì per una mese solo della polpa della mela, che ad ogni morso rigenerava se stessa, ma che allo stesso tempo accresceva il desiderio per la giovane. La leggenda racconta che la fanciulla fatata ritornò dal giovane e vide che il desiderio per lei non era mutato. Si mise a cantare e, alla fine del canto, i due andarono verso il luogo dell’eterna giovinezza su una barca di cristallo. Sabino Caronia, al pari di Morrison, gioca con gli archetipi della mela, simbolo giudeo cristiano del desiderio, e della nave di cristallo, segno celtico e pagano della morte e del viaggio verso l’oltretomba. La leggenda di Connla, richiamata nella poesia attraverso il testo dei Doors, racconta quello che è l’amore per il poeta: un desiderio che si accresce nell’assenza, un mito, una fanciulla fatata che rigenera se stessa in ogni verso; ogni testo è un morso di quella mela della leggenda celtica, che allo stesso tempo ha stregato Adamo regalandogli – insieme all’amore - la conoscenza della sofferenza e della morte. La poesia è quella nave di cristallo che attraversa gli acquitrini del tempo, regalando la memoria intatta della passione. L’assenza non è che un volano, una possibilità dell’amore che ritorna, e, che in questo ritorno, ferisce: «non importa se non ti vedo,/ non importa se non ti sento,/ tu sei sempre con me,/ tu sei dentro di me,/ ogni giorno, ogni notte,/ eterna presenza.» La leggerezza di questi testi nasconde una profondità antica, una stratificazione di vita che lascia stupiti. Luca Benassi Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi L'usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d'Arabia (Bulzoni, 2000) ed ha curato tra l'altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura italiana contemporanea all'Università di Perugia e ha collaborato con l'Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l'altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell'Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L'Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L'ultima estate di Moro (Schena Editore 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio 2009), La cupa dell'acqua chiara (Edizioni Periferia 2009), la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura 2013) e da ultimo il libro di poesie La ferita del possibile (Iride, 2016).

  • La ribellione del verso - prefazione a La parola detta di Stefania Di Lino (Ed. La Vita Felice 2017)

    Scrivere della poesia di Stefania Di Lino significa affrontare un percorso complesso che necessita di una mente libera, scevra di precostruzioni mentali. Non siamo davanti a una poesia semplice. Essa si configura fortemente stratificata e proprio per questo assume connotazioni e significati diversi e paralleli. E’ una poesia che parte dal dolore per giungere al bene come mezzo di guarigione e speranza: si aprano al cielo e al vento/ le parole sollevate dal fango/ commistione impura della terra/ che talvolta radici vanno recise / talvolta / e lasciate a marcire nel buio cavo di un rancore // non vi è alcun rossore a giustificare abbandono / se premono e urgono le mani / a modellare costruzione / a segnalare – ed è colore rosso - / lo spurgo cristallino di un rancore/ l’affondo fatto di carne // ci sarà un tempo migliore da espugnare / sarà cura, allora, sarà grazia, Molto spesso vengono usati verbi al futuro che si contrappongono a periodi di presente in un dualismo costante tra ora e dopo, nero e luce, realtà e aspirazione. Il presente e la realtà sono coperti da un velo buio, rappresentano il dolore, le difficoltà; nel futuro si apre la via, si torna alla luce. Si tratta di una poesia dolorosa, ma pervasa da una grande speranza che diviene necessaria e onirica aspirazione per superare il laceramento dell’animo: avremo ancora sguardi / da donare al mondo / e gesti protesi all’amore / avremo ancora bocche / da cui far sgorgare / come bambini sorrisi / e avremo becchi generosi / precisi / con cui nutrire / e ali grandi per volteggiare / giocare planare / appagati su rami / di alberi grandi sapienti / conosceremo le stagioni / ne sapremo il fiorire, Vi è all’interno della poesia della Di Lino una sorta di lucida consapevolezza sulla necessità di un lavoro costante, intenso, profondo per raggiungere un’esistenza che vada oltre l’apparente quotidianità. E’ un continuo scavare alla ricerca del senso universale dell’esistere: e i frammenti restano spaiati / come i calzini bucati / di questo nano secondo di esistenza / e son fiotti di sangue schizzati / sulle piastrelle nuove / della cucina / che fatica stamattina / dover ripulire le tracce / dai piccoli silenziosi omicidi / perpetrati da ogni giorno che passa, C’è in Stefania un amore profondo per le “parole”, una ricerca di salvezza tramite esse, una fede disperata verso il loro potere salvifico, forse un rifugio dove il macchiare d’inchiostro la sofferenza porti a una sorta di sparizione del dolore. Un’aspirazione, senz’altro, espressa con un condizionale che aumenta la tensione e il desiderio: se le parole fossero surrogato/ medicamento elaborato / di ferite leccate lenite/ - come fa un cane con le sue ferite - / se scrivere fosse sempre prelevare / cellule del nerbo osseo dorsale / i versi sarebbero salvezza, unguento / diventerebbero certezza, medicamento Vorrei attirare l’attenzione su una poesia in particolare perché affronta una tematica a me molto cara. E’ una poesia che parla della madre. Topos sin troppo famoso si potrebbe pensare. Ma non esattamente, infatti a parlare della madre sono stati soprattutto scrittori e poeti uomini. Ben diversa è la situazione invece nell’ambito della scrittura di una donna nella quale la figura della madre diviene molto più umana, perdendo quell’aurea di mitizzazione. Pensiamo ad esempio alla poesia alla madre di Montale, o a quella di Ungaretti, alla famosissima supplica alla madre di Pasolini. Testi meravigliosi, ma che rappresentano il punto di vista di un figlio maschio nei confronti della propria madre. Ma lo sguardo da figlia a madre è ben diverso. Esse sono entrambe. Una madre è stata figlia e la figlia è o sarà madre, o comunque può potenzialmente diventarlo. C’è dunque una visione diversa che porta inevitabilmente a guardare il ruolo con occhi realisti, a volte impietosi come se perdonare la madre fosse perdonare se stesse. Nella poesia di Stefania ci troviamo davanti a un madre di un’umanità disarmante. La descrizione diviene fisica, ma tramite la materia Stefania, da vera grande artista visiva, raggiunge l’animo nel profondo. Si tratta di una visione che trasmette un sentimento di grande pietà. Un sentimento attraverso il quale, forse, Stefania per la prima volta trova veramente sua madre. Cito solo alcuni versi di questa fulgida poesia e che essi siano testimonianza di altissima poesia: …/ nel sempre più ristretto ambito delle sue clavicole/…. / mia madre è stata una donna del novecento - / era ormai vuota dentro / … semmai un giorno fosse stata intera / presa come era da una lacerazione profonda / …. mia madre era una donna cava/ con le sue ossa cave/ su zampette da uccellino, Stefania riesce, dunque, attraverso la descrizione fisica della madre malata a descrivere per intiero il suo rapporto con lei lasciando comunque in noi lettori un pensiero di dolce compassione. Vi accorgerete che a ogni lettura dei testi di Stefania vi si trovano significati, evocazioni, immagini nuove, via via sempre più profonde. Sicuramente si tratta di una poesia intrisa di vita e di pensiero. Non è una costruzione mentale, ma la materializzazione di un vissuto. Il libro di Stefania è complesso, articolato, è il risultato di una ricerca costante, abbraccia l’esistenza nella sua interezza spingendosi oltre, in dimensioni altre e a volte anche oniriche. E’ un’esperienza profonda che ci porta a esaminare il nostro io individuale e il noi universale con prospettive diverse, ma sempre, sempre pervase da un’aspirazione salvifica. Si potrebbe continuare a scrivere centinaia di pagine sulle tematiche che ritroviamo nella poesia di Stefania, ma io debbo limitarmi a una prefazione e non mi è concesso di svelare troppo. Desidero invece scrivere, sia pur brevemente, qualcosa circa la tecnica della poetessa. Credo si possa dire che Stefania Di Lino nega il verso nel senso tradizionale del termine e crea un modo originale di collocare le parole sul foglio. Il verso, perché tale è, non è definito da un “a capo” ma da un segno grafico singolo o doppio che dona respiro non solo alla lettura, ma al senso stesso della poesia. Siamo di fronte all’opera di una donna-artista che prende in mano la propria poesia e la modella fornendole una forma estetica e contenutistica insieme. E’ come se tutto fluisse senza interruzione apparente, come se le parole fossero un corso d’acqua nel quale scogli sparsi, ma non a caso, tentassero di limitarne il flusso, senza però riuscirvi e, al termine, lì dove il fiume si getta nel mare, a volte troviamo un luogo inatteso simboleggiato, ad esempio, da una virgola posta alla fine del dettato come a dire che in realtà tale fine non esiste realmente. Si sente, nei versi di Stefania, una conoscenza profonda della poesia, sicuramente frutto di anni e anni di letture e non cela, certo, la poetessa la sua ammirazione per coloro che, credo, abbia considerato suoi maestri, inserendo all’interno dei suoi versi molte figure retoriche che ci collegano alla migliore tradizione. Così troviamo l’allegoria, l’anafora, l’allitterazione, l’analessi, la metafora, l’endiadi ecc… A volte pure, altre volte con variazioni personali. Ma sempre nella poesia di Stefania troviamo un ritmo intenso che in alcuni casi arriva a trasformare in canto i suoi versi. Buona lettura. Cinzia Marulli Stefania Di Lino nata a Roma, dove vive e lavora. Allieva dello scultore Pericle Fazzini, e del poeta, critico d’arte Cesare Vivaldi, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, si specializza alla Calcografia Nazionale del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, e si abilita all’Insegnamento per i Licei, occupandosi anche di formazione. è presente da anni in numerose manifestazioni artistico letterarie, coniugando spesso la parola con l’immagine in opere di Visual Poetry. Da anni partecipa a reading pubblici di poesia. Nel 2012 pubblica la sua prima raccolta di poesie Percorsi di vetro (DeComporre Edizioni). è presente in numerose antologie e riviste letterarie, tra cui I fiori del male (2016). Con un suo testo critico partecipa al X Festival Mondiale di Poesia, Caracas, in Venezuela; nel 2014 alcuni suoi testi vengono selezionati dall’unesco di Torino, per la giornata de «Etica Globale e Pari Opportunità: il contributo delle donne allo sviluppo dell’Europa e del Mediterraneo», pubblicati e tradotti in diverse lingue. Nel 2015, nell’ambito del programma dedicato alla Rassegna Poetica, presso la Galleria Biffi di Piacenza, con il poeta Franco Di Carlo, partecipa con una sua performance denominata Dialoghi poetici.

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