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Marvi del Pozzo su "Transiti poetici" Volume XXIII a cura di Giuseppe Vetromile



L’instancabile, meritoria attività culturale di Pino Vetromile prosegue anche nei tempi difficili della pandemia anzi, proprio per esorcizzare la situazione claustrofobica che limita esperienze e relazioni umane in modo frustrante, egli insiste ad additarci nella creatività della poesia una medicina ai momenti bui e una possibile guida verso atteggiamenti positivi di vita. Dare voce a progetti, speranze (ma anche a sogni e a illusioni, che magari non porteranno a niente di concreto) è un modo in sé costruttivo e ha un’indubbia valenza di aggregazione artistica e soprattutto umana anche a distanza. Questo, credo, lo scopo precipuo per cui Vetromile persiste a ‘pubblicare’ on line l’Antologia di poesia contemporanea Transiti poetici, che arriva oggi al volume XXIII. Nel presente momento di terza ondata di pandemia, i dieci autori del volume, provenienti dalle più disparate regioni italiane, si sentono mentalmente quasi amici per comunanza di intenti, cioè l’identico amore per la poesia. È un indubbio avvicinamento, pur nella disparità delle forme del dire, ma soprattutto ciascuno di noi poeti ipotizza la bellezza della possibile condivisione con lettori, di certo sconosciuti, con cui intratterremo relazioni tramite le nostre parole poetiche. Non li conosceremo mai personalmente, ma forse qualche nostro verso sarà servito a fare pensare, a dare una speranza, a colmare un vuoto dell’anima, a rispondere a interrogativi. È questo l’ottimismo della vita e dell’arte che irrompono quando meno uno se lo può aspettare.


Grazie dunque a Pino per esserci e coltivare questa funzione concreta e benefica dell’arte della parola poetica.



Nei dieci autori del volume XXIII ciascun lettore troverà la voce a lui più congeniale, a seconda del gusto personale e della propria ‘idea’ di poesia. Personalmente



di Sara Albarello amo il senso pieno della sua frammentarietà eloquente: una incisività del dire che lascia spazio all’interiorità di chi si avvicina alla sua poesia.

Separazione

Che trova il vuoto interiore.

Margini interrotti

In un interiore sconfinato

Dove la completezza dell’io

È solo sognata.

Di Ada Crippa amo la discorsività descrittiva, che mi ha evocato immagini stupende della campagna lombarda e mi ha riportato alla mente la religiosità arcaica contadina di certe scene indimenticabili del film L’albero degli zoccoli di Olmi. Due forme artistiche, la cinematografia e la poesia, che possono compenetrarsi bene e potenziarsi reciprocamente.

Oh! quanto mi piacciono

i villaggi contadini

dove le oche passano davanti agli usci delle case

col loro passo dondolante bianco di piume

riflesso nelle pozzanghere dopo la pioggia

villaggi che ancora durano nella loro spoglia essenza

in terre lontane filmate

che vedo scorrere col fiato dello stupore

sullo schermo televisivo

richiamano le immagini

il mio tempo bambino e mi dicono

la distanza temporale delle realtà immutate

bambini ora – come me che fui

a radunare oche a sera

Ferito il silenzio

Di Annamaria Giannini mi ha colpito l’assoluta originalità dei testi, che tuttavia mi hanno creato momenti di disagio, va detto, per le scelte dell’autrice molto vicine a quelle di un… anatomopatologo! Ci vuole una bella capacità per poeticizzare una materia scientifica come l’anatomia, così fredda, quanto mai distante dalla creatività poetica. Lei riesce, tanto di cappello, a portarci dalla ‘lezione di anatomia’ alla riflessione poetica con grande disinvoltura.

Sono duecentosettanta

le ossa di un bambino

soltanto duecentosei

quelle di un uomo

crescendo

si saldano segmenti di scheletro

la cartilagine tenera

diventa duro tessuto osseo

saremo più resistenti

verrebbe da pensare

invece ci frammentiamo facile

si spezza il cuore, cedono le gambe

la mente vacilla, è tutto

un raccogliere pezzi intorno, la vita

Di Alfonso Graziano sottolineo

Stasera anche il cielo borbotta.

Tutti borbottano.

I cani abbaiano.

Il vento sbatacchia.

I vetri stridono.

E si rabbuia la strada.

Dei passi svelti

i lacci sciolti e il rischio d’inciampare,

nel nulla.

I primi sei versi, scabri: soggetto e verbo, nella frammentarietà del periodare, sanciscono l’idea di un equilibrio precario della vita, anzi diciamo pure squilibrio, che si chiarisce nel più mosso periodo finale, con la conclusione amara di un pessimistico nulla.

Se Graziano colpisce per la sua sintesi lapidaria, viceversa

Iole Chessa Olivares ha un dire ampio e solenne, ama scrivere diffusamentte più che suggerire e lasciare spazio alla creatività interpretativa del lettore. Nell’impossibilità, per via dello spazio, di riportare un intero lungo testo, inserisco di Solo il canto i primi undici versi perché, a parer mio, costituirebbero di per sé un componimento sintetico pienamente compiuto. Quindi un perfetto esempio di poesia.

Solo il canto

Nell'odissea dell'epilogo

si vorrebbe far finta di niente,

svezzarsi alla vita,

avere

con suprema adesione

una sola immagine,

senza maschere.

Si vorrebbe...

ma, tra le fessure intime,

cova il patire amaro

d'essere scintilla solo per svanire

[…]

Di Stefania Onidi voglio ricordare la bella poesia Cabirol

Cabirol

Come quando guardavo il mare

in cima alla scala di Cabirol

con la tua voce aggrappata alla mia spalla.

Attenta, non scivolare, dicevi.

Tu che appartenevi al sasso

e all’erosione.

Io che correvo il rischio di una canzone sciocca.

Il vento mi cacciava in bocca i capelli e il sale e tutto quell’azzurro bruciava in gola

come una biglia di spilli.

Qui

è ancora tutto troppo grande.

La scala del Cabirol, vicina ad Alghero – a Nord Ovest della Sardegna, presso Capo Caccia – è composta da seicentocinquantasei gradini che scendono fino al mare alle Grotte di Nettuno, in un tripudio di azzurro marino e di verde di macchia mediterranea. La poetessa di origine sarda ci offre un testo di grande immediatezza e di incredibile, evocativa, suggestione. Noi siamo lì, insieme ai protagonisti della poesia: sentiamo con i sensi il profumo del mirto e del lentischio, la salsedine dell’onda marina, ma ci appropriamo con la nostra interiorità di tutta la potenza, anche metaforica, di quell’immagine di grandiosa forza naturale e ne restiamo kantianamente annientati.

Regina Resta con il suo Autunno ci introduce invece a un lirismo quasi classico, nei toni elegiaci del trascorrere dei tempi delle cose. Il tono di pacata malinconia, che pure non esclude sofferenze, ci porta a un senso positivo di consapevolezza e di raggiunto equilibrio. Questo tono accorato ci permette quindi di credere e sperare in un’ultima stagione d’amore.

Autunno

Non è l’autunno a farmi paura

grossi nuvoloni bianchi nel cielo

attraversano il tempo

con scrosci di pioggia prima deboli

e poi come una tempesta a lavare le menti.

È il mio autunno che avanza,

il freddo non è sbocciato

ma nell’aria si sente il profumo di muschio e muffa

dei ricordi sempre più sfocati.

La pelle si ricopre di uno strato leggero di foglie

macchie sfumate che ti portano

alla realtà di un’età che avanza.

C’è il sapore di una stagione meravigliosa

quella della consapevolezza e degli ultimi cambiamenti

del giusto equilibrio dopo anni di cammino.

È tempo di riposo dalle lotte ma pronti per

l’ultima stagione d’amore.

Le poetesse lasciate per ultime, Terry Olivi e Angela Suppo, sono mie care amiche personali: conosco bene quindi le peculiarità caratteriali e quelle della loro scrittura. Le apprezzo tanto come amiche sincere e come poetesse, ma accennerò appena di loro, onde evitare di essere tacciata di favoritismo. Del resto le loro poesie parlano da sole, ogni cornice è superflua.

Di Terry Olivi, esperta conoscitrice e cultrice dell’arte orientale, presento quattro haiku di straordinaria leggerezza. La delicatezza della persona di Terry si trasferisce pari pari in poesia.

HAIKU

Gabbiano solo

alto sulla colonna,

nostromo d’aria

Roma, Santa Maria Maggiore, 2007

*

Cinque cicogne

sul palo della luce -

una famiglia

Ungheria, 1998

*

Vento e fuoco

pizzica la taranta -

sola in cucina

Roma, 2013

*

Ormai è un anno

anche nella magnolia

un cerchio in più

Velletri, 2006

Di Angela Suppo, poetessa dotata di ironia, di grande capacità di sintesi, creatrice di testi la cui suggestione si potenzia con l’abilità con cui dipana musicalità e ritmo del verso, segnalo una delle poesie che di lei prediligo da sempre.

Non interessa a Dio

il processo di qualità.

Lui, già sazio del mondo,

che vide buono,

annoiato dall’inutile diluvio,

si è arreso nel Figlio.

Ora tace.

E noi?

A noi ha lasciato

lo strazio del desiderio,

la nostalgia,

il cuore sospeso al Suo silenzio.

Di Marvi del Pozzo, che sono io, non dico nulla se non che amo, talora in poesia, far parlare tramite me, come fossi una medium, poeti del passato. In particolare qui il protagonista è Jaufré Rudel, poeta provenzale medioevale, recentemente ritradotto dalla lingua d’oc da Piero Marelli.

Un dire di spine e rose

Jaufré Rudel

a P.M.

Profumano gli sguardi

dell’amore di lontano

non si sfrangiano in polvere

ricordi mai vissuti

né pallide bellezze

appena immaginate.

Amore di pensiero

senza carne

senza sesso.

Perfezione nella teatralità

di un’idea.

Ma perché allora

questo vuoto sgomento

questo mio dire

di spine?

Di Giuseppe Vetromile, nostro anfitrione, non parlo in questa sede: tutti lo conosciamo non solo come infaticabile operatore culturale, ma come raffinato, sensibile, appassionato poeta. A lui, come Mecenate e come poeta, sempre il nostro grazie di esistere.






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