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Guglielmo Aprile legge "Prove per un atto unico" di Maria Benedetto Cerro




Fin dal primo, programmatico testo della sua ultima raccolta, Maria Benedetta Cerro dimostra l’intenzione di inscrivere la propria poetica nel raggio di una paziente e assorta auscultazione dei misteri dell’interiorità; la scrittura si sforza di perimetrare una sorta di regione altra, separata dal mondo esterno e priva di sbocchi sul quotidiano: un nucleo nascosto sotto la mobile superficie del contingente, non accessibile tramite le bussole dei canali comunicativi ordinari né attraverso un rapporto tra soggetto e mondo impostato in termini cartesiani, oltre le cui soglie l’individuo, scopertosi solo, si spoglia di ruoli e di nomi e si affranca dell’identità sociale convenzionale. Dietro Prove per atto unico sembra intravedersi la cornice di una riflessione metafisica: la nostra esistenza si dipana su due binari giustapposti, che nelle sporadiche ma preziose circostanze in cui si incrociano riverberano la scintilla dell’evento poetico: da un lato, agiamo su un territorio esteriore, fittizio, biograficamente documentabile, e dall’altro sperimentiamo una dimensione segreta, quella del sogno, su un palcoscenico che ha un unico testimone, peraltro non sempre attendibile; a tale dicotomia si accompagna quella tra vita e scrittura, tra le quali si instaura una complementarità che trascende l’apparente antitesi: “ciò che non dissi / ogni giorno scrissi”. L’indagine intorno al “retro delle cose” trova il suo sbocco simbolico nell’immagine di una città inesplorata, avventurandosi nella quale è però insito il rischio della perdizione: l’anima potrebbe scontare con la follia la hybris della propria pretesa di conoscere se stessa, finendo reclusa nel “confino” di un limbo senza ritorno e dalle coordinate sfuggenti; i connotati di questo viaggio introspettivo si prestano con naturalezza a una interpretazione di tipo psicanalitico, tenendo conto che il labirinto, così di frequente evocato nel corso dell’opera al punto da essere nominato nel titolo di una delle sezioni in cui la stessa è scandita, è emblema del sostrato ctonio della mente, l’intricata e tenebrosa tana dei mostri del subcosciente in perenne agguato sul cammino della razionalità, entro cui è costante il pericolo di perdere il filo per uscire alla luce e di smarrirsi. L’impresa poetica è assimilabile al gesto arcaico di Teseo che sfida l’oscurità sinuosa e tentatrice e sconfigge il Minotauro; d’altronde, come evidenziato anche dalla prefazione, il culto di una Madre universale, erede della Cibele di ascendenza minoica, è rinvenibile in forma discreta e sotterranea in più punti dell’opera. Per cogliere il segreto che la coscienza vela al proprio stesso sguardo, occorre abdicare ai logori mezzi di indagine forniti dalla logica e dal senso comune: come ricordano tradizioni mistiche eterogenee, dai Neoplatonici al Tao, da Eickhart a Dionigi l’Aeropagita, anche nella voce dell’autrice gli opposti si saldano e la verità si offre nell’ossimoro, perché la vera vista è consentita solo quando gli occhi sono chiusi, mentre ogni luce, se fissata alla sorgente, rivela il “nero totale” di un enigma senza fondo. Parallelo all’odissea onirica, il viaggio dei giorni, non meno pauroso ed esposto ad insidie e a prove, cerca “nel nulla un cammino possibile”: sorte che unisce tutti i viventi; tuttavia, riconoscendo negli altri lo specchio di un “comune andare multiplo”, il singolo avverte come non solo sua l’inquietudine di tendere verso una destinazione incognita, ed è preso dalla vertigine suscitata dalla percezione di “una forza smisurata”, che mette di fronte a un baratro di ampiezza sovraindividuale, sotteso ad ogni esistenza. L’itinerario verso il ricongiungimento con “un se stesso ignoto” è incerto: può capitare di accorgerci che “chi eravamo non siamo”, o che la nostra ricerca si risolva in inconcludente “saliscendi”, tra “muri a picco” da cui si preferirebbe a volte precipitare giù, o in affannoso strisciare nel buio di un sonnambulo che tiene per mano un bambino, ignaro in merito a chi dei due guidi l’altro e verso dove; e non importa se l’Anima junghiana tenga compagnia al protagonista di tale cieco brancolare. L’io, niente più che una “cosa pensante”, si scopre plurale e si fa teatro di voci dissonanti (e lo stesso titolo dell’opera rimanda a una metafora prestata dal linguaggio drammaturgico, anche se adattata a una similitudine, che ritroviamo anche in Kundera, tra la vita e l’esibizione di un attore che entri in scena senza aver prima mai provato), sede di un conflitto nevrotico fra diverse proiezioni di un’unica ma frantumata personalità, interagenti dialetticamente fra loro ma incapaci di trovare un accordo che ne concili le divergenti istanze: la parte adulta si rivolge a quella infantile, nel tentativo di rassicurare un “se stesso spaventato” e di fargli da madre, proteggendolo da incubi e paure, prima fra tutte quella della morte, al cui “appello” a nessuno è concesso non rispondere. La nostra durata ha la brevità di un “inciso” e il tempo srotola il suo gomitolo lungo un dedalo che non ripercorrerà a ritroso; eppure è la coscienza della mortalità a qualificare il nostro essere umani, visto che a gettare ombra sulla terra è solo ciò che è, pur per un tempo ristretto, vivo. Il destino che attende le creature è una casa “dalle porte spalancate” e ciascuno è condannato, come se andasse per il mondo con un “invisibile pugnale” piantato nella fronte; ma è proprio a confronto con la morte che abbiamo il dono di apprezzare la bellezza nella sua fragilità e unicità: il disarmante splendore del “sole che dilaga nel giovane verde”, o l’ebbrezza dei momenti di autenticità, in cui sentiamo pulsare nelle vene il “grido vivo del sangue”. Non siamo in grado di tradurre nelle “nostre vite analfabete” il fasto cromatico con cui “l’aprile sciagurato” ci prova a parlare, e guardiamo con attonita estraneità la “gara d’erba” che esplode sulla terra primaverile rigogliosa di linfe e di umori; tuttavia la natura ci invia di tanto in tanto messaggi compiacenti, rivelando che quei “nuvoli” di passaggio sull’orizzonte potrebbero apparirci come nostri “improvvisati fratelli”. Non rare le occasioni in cui una epifania di gioia, talvolta memore di fascinazioni montaliane, si manifesta sulla pagina: anche quando il viale sembra “abbandonato” e l’aia “più deserta”, ci sorprende il miracolo di scoprire, in estatico trasalimento, una fioritura di “violette” dalle crepe dei muri; e nel “bosco intricato” in cui investighiamo un possibile varco “sempre apre spazi il sole” e la speranza scorge spiragli “nel più fitto buio”, insospettate piste verso “un’isola estiva” tra le pieghe del “crudo inverno”. La transitorietà è scritta nell’essenza della nostra presenza nel mondo, oltre che nel dettato bugiardo con cui il vento scuote i corpi, ma accettarla è il solo viatico per non essere annientati dalla inevitabile quota di sofferenza che essa implica, come attesta la faustiana invocazione di fermarsi che l’autrice grida al presente, quando afferma di trovare un senso e una giustificazione alla caducità dell’attimo nell’approvare che “resti dov’è ogni cosa / sul ramo pieghi il capo la rosa”. La morte, infallibile contabile, svolge le sue “operazioni elementari”, mescolando numeri in una sfera che appare ai nostri occhi “opaca”; ma al suo algebrico rigore la forza della parola contrappone la fede che “solo ciò che ha nome esiste e vale”: se, come la fisica moderna ha dimostrato da Einstein in avanti, nessuna cosa in natura conosce la stasi, ma è soggetta al vento doloroso dell’impermanenza e dell’aleatorietà (che “va dove vuole e come vuole canta”), questa poesia sancisce il nostro diritto ad aggrapparci all’ultima illusione risparmiata dal moderno degrado relativistico di valori e convinzioni, quella che la “cantilena della lingua” sappia ancora offrirci il miracoloso balsamo “che risana la vita lacerata”. Meritano infine attenzione talune originali scelte formali messe in atto sul versante compositivo, come quella di non incolonnare sempre i versi sul margine sinistro della pagina, disponendoli invece in modo da ritagliare spazi bianchi tra i sintagmi, allo scopo di esaltare l’espressività degli stessi attraverso la sfasatura tipografica secondo cui è organizzata la loro collocazione all’interno del testo.


Guglielmo Aprile




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