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Tutti giù per terra! letto da Ivano Mugnaini

  • infoparolapoesia
  • 18 apr
  • Tempo di lettura: 5 min

 

 

Quando la filastrocca si spezza: “Tutti giù per terra!”

tra testimonianza poetica e urgenza civile

 

«Tutti giù per terra!» cantavamo in cortile, stringendoci le mani fino a cadere sull’erba. Oggi, in certe geografie del dolore, quelle stesse parole sono un ordine di sopravvivenza, un riflesso condizionato davanti al sibilo delle bombe. Il volume collettivo “Tutti giù per terra!” non nasce in una redazione editoriale, ma da un’inquietudine condivisa. Sei voci – cinque poeti e un illustratore, tenuti insieme dalla cura grafica di Giulia Gorga – costruiscono un polittico che rifiuta la consolazione estetica per farsi atto di resistenza. Non è un’antologia sulla guerra: è un’antologia contro la guerra, e contro l’indifferenza che la rende possibile. Pubblicato in totale autofinanziamento, con il 100% del ricavato devoluto a Emergency, il libro si presenta come un oggetto ibrido: letteratura, documento, gesto civile.

 

La prima frattura semantica la opera Manuela Minelli, che smonta le strutture dell’infanzia con la precisione di un chirurgo sociale. «Giro giro tondo / scoppia la guerra / tutti giù per terra» non è una variazione sul tema di Rodari, ma il suo rovesciamento tragico: dove il maestro usava la leggerezza per insegnare la libertà, Manuela Minelli usa la metrica della conta per denunciare la normalizzazione della violenza. La sua voce imperativa – «Restiamo umani! È un ordine!» – riecheggia l’urgenza civile di Brecht, ma anche la disperata lucidità di Wisława Szymborska in La fine e l’inizio, quando la poesia scende tra le macerie a contare i sopravvissuti e i morti. La Minelli non cerca lirismo: cerca responsabilità. E lo fa con un verso che non chiede permesso, ma pretende uno specchio.

Veronica Manara, dal canto suo, lavora sulla menzogna protettiva: «Come ti dirò, che non erano stelle [...] quelli che illuminavano il cielo». Chiamare bombe “fuochi d’artificio” per non traumatizzare un figlio è un gesto di amore estremo, che ricorda la maternità lacerata di Madre Courage, ma anche la poesia domestica di Antonella Anedda, dove il privato diventa archivio del disastro. Il suo verso “Una vita gentile, e la morte più in là” è un auspicio che suona come un lutto anticipato. La Manara ci ricorda che la guerra non uccide solo i corpi: uccide il diritto a vivere la propria vita cercando la propria felicità.

 

Se Minelli e Manara scavano nel mito e nella psiche, Cinzia Marulli porta il lettore sul confine, con una prosa poetica che non ha paura del documento. La vicenda di Hannad, sei anni, intrappolata in un’auto crivellata da 355 proiettili, è narrata con un ritmo che alterna telefono e silenzio, permesso militare e negazione, fino al boato che «squarcia i cavi del telefono». È un testo che ricorda La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Alexievich: la parola non abbellisce, registra. Ma Marulli aggiunge un taglio contemporaneo, quasi sociologico: «a voi basta cambiare reel, girare canale, voltare pagina / a me invece non resta che morire». Qui la poesia intercetta la critica alla società dello spettacolo, aggiornando il monito di Pasolini sulla scomparsa delle realtà a favore delle loro rappresentazioni. Non è più solo la guerra a uccidere: è lo scroll, il distacco, la comodità del dolore a distanza. La Marulli non scrive per consolare: scrive per inchiodare.

 

Dalla documentazione si passa alla trasfigurazione. Francesca Grimaldi non cerca di ricostruire il mondo distrutto, lo eleva: «Ora sono una stella tra tante. / La luce strappata ritorna». È un passaggio che ricorda la poesia di Ungaretti, dove il frammento diventa resistenza, ma anche la cosmogonia popolare di certe filastrocche mediterranee, dove i morti non scompaiono, si fanno costellazioni. Il suo verso non nega il dolore: lo trasmuta in memoria attiva.

 

Giulia Gorga chiude il cerchio con un’essenzialità che è un manifesto: «Con pochi sassi fa un aeroplano [...] / Lasciate ai bimbi sogni e canzoni, non quei silenzi e spezzate emozioni». La sua poetica richiama la leggerezza calviniana: non come fuga, ma come strumento di sopravvivenza. In un mondo che chiede ai bambini di essere adulti prima del tempo, Gorga restituisce loro il diritto di giocare, anche con le macerie. Il suo verso non è naïf, è strategico. Perché la fantasia, in contesti di assedio, è l’ultimo territorio inviolabile.

 

A tenere insieme parola e visione è il lavoro di Sergio Viscardi (SerGiotto), la cui tavola Olocausto è descritta dalla stessa poesia in forma di ekphrasis, ossia attraverso la descrizione di un’opera d’arte visiva: «Su sfondo azzurro graffiato, un bambino sorridente [...] ciotola vuota [...] ombra scura delle bombe». Non è un’illustrazione che decora: è un controcampo che moltiplica il senso. Il contrasto tra il sorriso e l’ombra ricorda il monito di W.H. Auden in Musée des Beaux Arts: «Soffrire avviene / mentre qualcuno mangia, o apre una finestra». Qui, però, non c’è distacco: l’immagine ci inchioda. Viscardi non cerca il pathos: cerca la persistenza. Il sorriso del bambino non è rassegnazione: è un “rifiuto ad arrendersi di fronte alla brutalità”, come recita il titolo della sua sezione. È un gesto pittorico che si fa etico.

Giulia Gorga, nella veste di graphic designer, ha impaginato il volume come un respiro: spazi bianchi che sono pause di lutto, densità testuali che costringono alla lentezza, alternanza di piena e vuoto. Il libro non si legge: si attraversa. E in questo attraversamento, la forma diventa sostanza.

 

“Tutti giù per terra!” non è solo un oggetto letterario. È un progetto etico strutturale. Come recita la Prefazione, nasce dall’impotenza trasformata in azione: «Ci siamo dette così che l’unica cosa che sappiamo fare è scrivere, ma questo in che maniera potrebbe regalare un sorriso?». La risposta è nel gesto concreto: il ricavato va a Emergency. Non c’è intermediazione commerciale, non c’è speculazione sul dolore. In un’epoca in cui la solidarietà è spesso performance o hashtag, questo libro sceglie la trasparenza radicale. Ricorda, per spirito, le iniziative letterarie degli anni Settanta, ma le attualizza nella logica del crowdfunding e della responsabilità diretta. Non chiede elemosina: chiede consapevolezza. E lo fa senza retorica, perché ogni verso è già un ponte tra empatia e responsabilità.

 

Leggere “Tutti giù per terra!” oggi non è un atto culturale neutro. È un esercizio di memoria attiva. Le voci di Manara, Minelli, Grimaldi, Marulli, Gorga e Viscardi non offrono soluzioni, ma testimonianze. E la testimonianza, come insegnava Primo Levi, è l’antidoto contro la ripetizione della storia. In un mondo che normalizza il massacro e trasforma il lutto in contenuto effimero, questo libro ci ricorda che la poesia può ancora essere un rifugio, ma anche un megafono.

Forse, l’unico modo per far tornare “Tutti giù per terra!” a essere un gioco è ricordarci, ogni giorno, che dall’altra parte del muro qualcuno sta ancora aspettando un’ambulanza che tarda otto minuti.

Acquistarlo, condividerlo, lasciarlo su una panchina, citarlo a scuola: non è solo un gesto di solidarietà. È un atto di resistenza civile. Perché in tempi di rumore, il silenzio di un bambino che non c’è più è l’unica poesia che non dovremmo mai smettere di ascoltare.

 

IM

 
 
 

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