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- Vanina Zaccaria legge "La parola detta" di Stefania Di Lino (La Vita Felice 2018)
La Teogonia dello spirito di Stefania Di Lino Il battesimo della parola di Vanina Zaccaria Quando si offre ascolto alla parola altrui, all’intima vocazione che diviene lettera scritta e, dunque, corpo del pensiero, bisogna conservarsi sensibili e attenti all’offerta esistenziale che quella parola contiene, alla vicenda umana che si sforza di trasmettere e della quale rappresenta la sintesi altissima, l’irriducibile e personale epos di chi è impegnato nell’atto dell’esistere. È in questa maniera umanissima che si dovrebbe leggere La parola detta (La vita felice, 2017) della poetessa Stefania Di Lino, che si concede al mondo con vigore e verità. L’opera poetica s’apre come una splendida Teogonia e procede con la forza narrativa di un poema delle origini; del poema esiodeo conserva la persistenza del grandioso, difatti, anche quando si fa cupa e grave nella narrazione, la Di Lino proclama il mondo con una parola elevata e solenne, intimamente impegnata a testimoniare l’epopea umana. La parola detta è anche racconto che si porta all’inizio delle cose, che tenta di andare alle origini del sentimento e del dolore dell’esserci al mondo e capace di contenere, dunque, le notizie di una genesi e la tensione di un annuncio. L’eroe fondatore che narra le sue imprese è il poeta stesso, la vicenda intera contenuta ne La parola detta è la narrazione del narratore e del suo dono tremendo, la parola. Rimanendo nella nobile cornice di una grecità che tutti ci lega alla stessa radice originaria, va ricordato quanto nello spirito esiodeo il poeta assista la creazione e presieda all’ordine che lentamente si conquista; ogni teogonia è opera della conquista del mondo nel senso di una sua traduzione in un ordine simbolico comprensibile, anche quando quest’ordine storico viene celato nella metastoria del mito e delle azioni delle potenze numinose. Il poeta tragico, invece, assiste l’uomo nel travaglio, si sgomenta al cospetto di un ordine mai immediatamente decifrabile, la tragedia è difatti opera della frattura e della scomposizione. Nel lavoro poetico della Di Lino sussistono e convivono l’annuncio dell’esserci al mondo, una disposizione d’animo e narrativa tesa a rintracciare il criterio regolatore delle cose e lo sgomento tragico dell’impossibilità di compiere siffatto esercizio. Tale umano sgomento non si misura però al cospetto del dio e della sua volontà remota, ma al cospetto della vita stessa che diviene, nelle sue manifestazioni storiche, il titano cannibale, il terribile Crono che divora i suoi figli; la parola e le intenzioni della Di Lino restano fedeli alle miserie umane, alle minute vicende di ogni esistenza e la vita viene narrata nella sua indecifrabilità storica e culturale, sempre mancate e irrisolta sul versante spirituale. le distanze i perimetri/ le angolazioni / il goniometro giusto per la misurazione / e poi il metro lineare / quadro o cubico / il rapporto in scala / (di Policleto la proporzione) / la sezione aurea e non ultima / l’ispirazione. // La distanza utopica che avanza all’orizzonte / con quel punto di fuga a latere o a fronte // tutto mi disorienta / tutto è mancanza, Lo smarrimento dinanzi ai codici comuni e all’ordine che vogliono trattenere, sembra accennare a qualcosa di ancora più radicale: quella che viene narrata è la genesi del dolore, intesa come racconto dei luoghi in cui esso esordisce e inaugura le personali e infinite battaglie; i luoghi dell’attesa, dell’abbandono e del fallimento, che sempre testimoniano dello scarto tragico tra quello che volevamo compiere e quello che invece ci ha compiuto. Qui la frattura tremenda, il confine tra l’essere soggetti della nostra vicenda e l’esserne assoggettati; si tratta di quella crudeltà del caso che la Di Lino racconta senza fingimento e che diviene causa comune di travaglio, lamento collettivo che l’autrice canta per mantenersi vicina alle sorti universali. In questo La parola detta è teogonia dello spirito, perché contiene l’incipit delle sorti collettive e a quelle si rivolge con infinita grazia; sembra quasi che il “porto sepolto” della Di Lino sia il posto in cui convergono tutti i dolori e le umane fatiche e che il suo inesauribile segreto di scrittrice sia tutto in quella pietà storica verso il fratello uomo, dipinto sapientemente come un Cristo incerto e caduco, anche se si mantiene nobile il suo passo che misura e scrive la terra. le genti non appartengono mai /a un solo posto / mille latitudini attraversano / che fanno la storia / e longitudini / da cui pure sono attraversate / e aperte sezionate a metà / la testa spesso è proiettata a Nord / mentre il resto del corpo rimane a Sud / le braccia invece di aprono / quando a Est quando a Ovest / ma è solo col le scie disperate lasciate dal loro passo compasso / che si ha l’esatta misura del mondo, Questa narrazione tragica però non langue in se stessa, emerge a tratti l’amore come categoria dello spirito; l’amore è il vero annuncio, l’unica possibile buona novella che rende futuribile il futuro e sembra comporre ciò che è scomposto in nuove tenere forme. Se il dolore è un codice storico, l’amore sembra commerciare con le costruzioni cosmiche e le trame globali della natura, divenendo quasi sapere nomotetico da cui dedurre le leggi universali; questa straordinaria conversione dell’ordine storico in ordine naturale, rende il corpo che ama antico e mai vecchio, sempre in attesa del prodigio della creazione. da dove arrivano poi quelle mani / che presero a scavare lo sguardo / disarmato di un bambino / a soverchiarne la magia / a spogliare l’infanzia / dall’albero luminoso / delle sue epifanie / per trovare l'insano nutrimento di un morto? // Ed io che ti pensavo lieve tra i miei fianchi / a prenderti del giorno / ogni angolo di sole /a giocare sferico nell’acqua / tu che conosciuto eri / della stessa conoscenza che ha l’albero di radici e foglie / e di cromosomi antichi e di gameti / tu che conosciuto eri / eppure nuovo arrivavi / già chiamato / navigando lieve tra i miei fianchi / attraversando muto nell’ombra / ere e maree / tu riuscivi navigando / a risalire col sangue la mia aorta / a sederti sotto il mio ombelico / raccolto / tu / che mi guizzavi dentro / argenteo pesciolino / tu che ora affronti il mondo / con le mani di un pianista / e gli occhi scuri / furiosi di tuo padre. Va infine detto quanto, in questo ampio e complesso teatro diretto dalla Di Lino, la parola abbia un ruolo centrale e irriducibile. Essa è l’operazione della presenza umana che si fa presente e si annuncia nel mondo iniziando a fondare la storia; è l’operazione culturale, per entro un ordine naturale, che permette all’uomo di narrare la sua vicenda, è l’artificio creativo e rivelativo umano. Se, dunque, il mondo per esistere ha bisogno di essere pronunciato, la parola stessa è battesimo. Abbiamo bisogno, difatti, di un suono per esistere, del verso primordiale della madre che ci annuncia; così la Di Lino in una preziosa lirica dedicata al figlio Edoardo, sembra estrarlo dalla carne pronunciando il suo nome e pronunciandolo lo chiama in vita, lo decide tra i vivi, lo mette al mondo come materia e come spirito, lo concepisce come nuova genetica e nuovo pensiero. Di questa operazione di chiamare in vita le cose del mondo è ricca l’intera opera della Di Lino, votata a una parola abbondante, che si impegna a magnificare il dettaglio, che si preferisce gravida, ricercata e complessa perché è parola detta e in questo terribilmente più fragile della parola taciuta, in quanto esposta al rischio della compromissione e della caduta. Nel raccontare la genesi delle umane fatiche la Di Lino mantiene un atteggiamento quasi sacrale, tutto espresso nel suo dire prezioso, il dire di chi si impegna a rinvenire il nome delle cose per mantenerle in vita nella storia. e s’apre un’intera notte nello spazio della mia fronte Il poeta conserva in sé / un’antica tragedia / di cui ancora non conosce i versi
- Dante Maffia legge "Amore senza fine" di Claribel Alegria (Ed. Fili d'Aquilone 2018)
Bastano i versi sul quarto di copertina per attrarre l’attenzione seria di un lettore: “Un tempo / fui il tuo pianeta / ora sono un satellite / inondo il vento / di poesie / che lui si porta nello zaino / insieme alle foglie appassite”. Lirismo di altissima qualità, che si raggiunge solo se dentro si ha la valanga di un sentire acuto che cerca i legami con l’imponderabile e sa che tuttavia poi ci sarà la dissolvenza, che non è perdita, ma seme che si trasferisce in un altrove riservato agli eletti. Questo “Amore senza fine” è un libro di grande raffinatezza per una serie di motivi: innanzi tutto per la sensibilità di saper cogliere momenti delicati, trame sottili dell’anima, momenti irripetibili del senso del vivere e del morire, cioè dell’amare intensamente e vivamente, nella significanza più antica e più tenera. Poi per il “come” sono espressi i sentimenti. È nota l’affermazione di Oscar Wilde, “non esistono libri belli o libri brutti, ma libri scritti bene o scritti male”, ed è chiaro che quando si fa riferimento allo scrivere bene e allo scrivere male non è soltanto una considerazione di carattere puramente estetico. Le implicazioni corrono in varie direzioni e stabiliscono parametri che danno la certezza di essere nella compiutezza espressiva realizzata. Chi volesse entrare con pienezza e profondamente dentro le viscere segrete di questo libro deve assolutamente farsi guidare dallo studio introduttivo di Martha L. Canfield che ha saputo cogliere anche le sfumature più sottili di una poesia che è giocata spesso su equilibri sottili e perfino su riflessi e accenni. Credo che la Canfield sia stata una interprete che ha voluto assolutamente rispettare la “concretezza di un profumo”, come direbbe il poeta, per porgere a noi lettori un “tempio” di misure arcaiche modernizzate e rese alla portata di un ritmo nuovo pur nel rispetto del mondo primigenio. Lavoro simile, ma con un corpo a corpo rilevante e davvero straordinariamente riuscito è stato quello di Zingonia Zingone. Proprio perché lo spagnolo e l’italiano sono lingue sorelle gli agguati sono maggiori. Eppure la sostanza lirica e il pensiero di Claribel non vengono distorti e trovano anzi una cadenza legata indissolubilmente all’originale. Dettagli, questi, per far comprendere che non è stato facile offrire in italiano una voce così aperta e corroborata di sprazzi infinitesimali di luce, di minuzie ma solo apparentemente tali, di allusioni, di rimandi, di discese rapide nei meandri della psiche per poi “rinascere” con parola nuova, con abiti confezionati dalla luna o dal vento. Claribel Alegrìa non finge mai, non copre le emozioni e non svicola dinanzi a nulla. Credo che una scena come quella della scoperta del sesso da lei descritta in qualsiasi altra poetessa avrebbe preso una piega kafkiana, per fare un solo esempio. Lei invece riesce a tesserci la “fabula” e porta tutto in un’atmosfera diabolicamente e celestialmente mitologica. Un libro di questa portata dovrebbe essere conosciuto in tutto il mondo, perché è un viaggio dentro le tempeste e le carezze dell’amore, ma poi perché ci dà della donna il senso primo e ultimo della sua permanenza nel creato. Per ragioni molto diverse, ma altrettanto violentemente aperte alla verità, Claribel ci fa pensare alla Marina Cvetaeva: stessa libertà, stesso dolore e stessa gioia rapida, passeggera, stessa vitalità dolorosa. Ma siamo in un contesto diversissimo e dunque è solo una impressione, forse dovuta alla potenza espressiva, che mi ha fatto pensare a lei. Ma il pregio più straordinario del libro è il linguaggio che, pur restando saldamente legato alla grande tradizione ispano americana, tracima i luoghi comuni, cancella le esuberanze, non so, nerudiane, e si assesta su una trama sottile di espressività che sa andare al dunque senza ridondanze, senza barocchismi, senza toni aulici. Insomma, una grande poetessa, una voce densa e forte che lascia tracce indelebili nell’animo di chi la legge: “Voglio seminare parole / parole che assaltino la poesia / e la facciano parlare / e la infiammino. / Parole inospitali / e parole ospitali / parole che sorridono / e picchiano / scoppiano / e rimbalzano”. DANTE MAFFIA Claribel Isabel Alegría Vides, nota semplicemente come Claribel Alegría (Estelí, 12 maggio 1924 - Managua, 25 gennaio 2018), è stata una poetessa, giornalista e scrittrice nicaraguense autrice anche di alcuni saggi, considerata con la connazionale Gioconda Belli la maggiore esponente della Letteratura del Centro America e ritenuta candidata per il Premio Nobel per la Letteratura 2016. Nel 1943 si trasferì negli Stati Uniti per studiare e nel 1948 ricevette il B.A. (Bachelor of Arts), cioè la laurea, in Filosofia e Letteratura alla prestigiosa George Washington University di Washington D.C.. Tornata in Patria, legandosi al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, d'ispirazione marxista, fu coinvolta nelle proteste nonviolente contro la dittatura del Presidente Anastasio Somoza Debayle. Nel 1979 Somoza Debayle cadde e il Fronte prese il potere in Nicaragua, ma l'Alegría, che nel frattempo aveva iniziato la propria carriera di poetessa, scrittrice, giornalista e saggista, decise di tornarvi solo nel 1985, cioè quando Daniel Ortega, dirigente militare del Fronte, divenne Presidente. Poetessa severa e critica, a volte pessimista, in un classico umore mutevole come mutevole è la situazione politica del Centro America, usa nelle sue poesie il linguaggio comune, del popolo, e spesso una sua composizione non supera la decina di versi. Ha scritto anche romanzi, racconti e storie per bambini. Nel 1978 ha ricevuto a Cuba il Premio Casa de las Américas, il più prestigioso riconoscimento letterario del Centro America, il Neustadt International Prize for Literature, conferitole dall'Università dell'Oklahoma nel 2006, il Premio Regina Sofia di poesia ibero-americana a Madrid nel 2017 e il dottorato honoris causa nel 1998 all'Eastern Connecticut State University e nel 2005 all'Università di León. In Italia è stata insignita della commenda dell'Ordine della Stella della Solidarietà Italiana nel 2010 e ha vinto il premio internazionale del Premio Camaiore nel 2016.
- "In che luce cadranno" (RPlibri 2018) di Gabriele Galloni letto da Melania Panico
“I morti tentano di consolarci/ma il loro tentativo è incomprensibile;/ sono i lapsus, gli inciampi, l'indicibile/ della conversazione": così comincia il libro di Gabriele Galloni e in questi versi tutto il progetto e la domanda. Quando il progetto/libro può dirsi veramente riuscito se non quando innesca nel lettore una domanda? Una domanda che raggruppi tutte le domande, lo scavo nell'incomprensibile a cui lo stesso autore fa cenno. L’indicibile. C'è qualcosa che riguarda il nostro essere umani, terrestri, fragili, che ci sfugge, che sfugge alla nostra comprensione come se contasse solo la metafisica dell'accettazione. Molto di tutto questo è nel libro di Galloni dal titolo “In che luce cadranno”. Cadere e a che prezzo, se il prezzo è la luce. Il filo sottile tra questo e quello, una realtà e un'altra realtà e la costante domanda se questa sia la realtà che ci appartiene davvero o sia tutto frutto di una distonia, di una mancata percezione e cosa è questa percezione. “I morti guardano alla luna come/un errore, uno sgarbo del creato/ pensano infatti che sia cosa messa/ lì per illuderli (non percorribile)”: pare poi a un certo punto che i due mondi siano perfettamente intercambiabili, le stesse ostilità, le stesse rese, le stesse maschere: “i morti continuano a porsi/ le stesse domande dei vivi". In questo mondo parallelo/non parallelo può capitare che i morti facciano degli errori, che ci siano delle pause. La pausa: il segreto inconfessabile e il sorriso di chi ha compreso il segreto. I morti tentano di consolarci ma il loro è un tentativo incomprensibile: sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile della conversazione. Sanno amarci con una mano – e l’altra all’Invisibile * I morti continuano a porsi le stesse domande dei vivi: rimangono i corsi e i ricorsi del vivere identici sulle due rive. In che luce cadranno tornati alle cellule. * Giorno di Marte: i morti si separano. Ognuno va secondo un suo segreto desiderio. Raccolti, i fiori, vengono distribuiti ai passanti del caso. Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Studia Lettere moderne all’Università La Sapienza. Ha pubblicato Slittamenti (Augh Edizioni, Viterbo 2017) con una nota di Antonio Veneziani.
- Il sogno, la luce e il pensiero: la poesia di Francisco de Asís Fernández letta da Cinzia Marulli
Io scelgo la mia verità (Yo escojo mi verdad) è una raccolta poetica di Francisco de Asís Fernández, selezionata da Victor Rodriguez Núñez, in corso di pubblicazione in Italia dalla Casa Editrice Raffaelli e tradotta mirabilmente da Emilio Coco. Siamo di fronte a un libro di grande riflessione sul senso della vita, sul suo inesorabile e a volte crudele trascorrere. E’ un libro d’amore e di dolore. Di sogni e di delusioni. Persistono gli elementi fondamentali della poetica di Francisco anche se qui hanno subito una sorta di trasformazione ,o forse è meglio dire di maturazione. Il tono è più pacato rispetto alla poesia che troviamo in “Luna bagnata” (“Luna mojada”), ma questa pacatezza è proprio il frutto di un’evoluzione esistenziale e poetica, di una riflessione impietosa sulla caducità della vita. Alla passione dirompente si contrappone il senso di disperazione, la delusione profondissima della vita che passa togliendo la forza, la gioia; lasciando invece il ricordo di ciò che fu, della bellezza di un tempo. E’ incredibilmente forte questo libro e riesce ad affrontare un argomento difficilissimo come la vita nella sua ultima parte, quando l’uomo fa i conti con il suo corpo orami stanco, a volte malato e comunque oramai debole e succube di disfacimento doloroso, ma con una lievità luminosa. E’ proprio in questo immenso dolore che il poeta Francisco inserisce un elemento incredibile: la speranza e il sogno. E infatti, come dicevo prima, gli elementi fondamentali della poesia di Francisco de Asís Fernández persistono, come la “luce” . Una luce abbagliante che si contrappone al dolore, alla paura, alla delusione. Questa luce diviene sogno, desiderio, maturità. E’ un raggio di bene che ci abbraccia tutti. Un esempio è la poesia “La tigre e la rosa” (El tigre y la rosa): Io sento mentre dormo che le tigri fanno l’amore con le rose sotto le brillanti lune azzurre e ascolto il canto dei cenzontles e sento l’odore del loro volo. E odo che la tigre dice alla rosa: “ti devo sognare per sette notti e non devo toccarti perché non scompaia la tenerezza e la magia delle mie fantasie, solo così potrò sapere se i miei sogni mi aspetteranno fino a che apparirà il sole”. Yo escucho mientras duermo que los tigres le hacen el amor a las rosas bajo las brillantes lunas azules y oigo el canto de los cenzontles y siento el olor de su vuelo. Y oigo que le dice el tigre a la rosa: “te debo soñar durante siete noches y no debo tocarte para que no desaparezca la ternura y la magia de mis fantasías, solo así podré saber si mis sueños me aguardarán hasta que el sol aparezca”. In questa poesia, così come in molte altre del libro, è presente un altro elemento fondamentale: la “natura” nella sua dimensione primigenia, quasi selvaggia ma nello stesso tempo dolcissima. Io penso che sia un elemento splendido che inserisce il poeta in una dimensione terrena e celeste allo stesso tempo. Lui è radice e nuvola, terra e sogno. Perché questo elemento “natura” con la sua esplosiva e originaria forza si contrappone alla fragilità dell’essere umano in una lotta costante che non porta però alla rassegnazione, ma al desiderio, alla passione. La natura diviene metafora del lato bello e vigoroso della vita. Per esempio nella poesia “Il poeta e il suo specchio” – “El poeta y su espejo” Francisco scrive: … e mi vede come un giovane cervo in giro per le rupi/ in un paesaggio di pietre e spine/ - …y me ve come un venado joven suelto e los riscos/ en un paisaje de piedras y espinas/. O nella poesia “Sbronza di mezzanotte” – “Borrachera de media noche” : Vorrei dormire come un cavallo che non sa dove dorme/per non vedere le ombre che vedo nella penombra/… - Quisiera dormirme como un caballo que no sabe dónde duerme/ para no ver las sombras que veo en la penumbra/. Il poeta sente il bisogno, la necessità della metafora del cervo e del cavallo (entrambi animali forti, fieri, elegantissimi) per esprimere il suo desiderio (che poi è il desiderio di ogni uono) contrapponendosi invece alla crudeltà del vero dove spesso, la solitudine dilaga. Vorrei citare un’altra poesia dove tutti i sentimenti di cui abbiamo parlato coesistono: Ritratto del poeta C’è un’infiltrazione d’acqua infame nel tetto della mia testa che sta inondando tutti i pensieri che potevano ancora salvarsi con qualche riparazione. E ci sono molte termiti che distruggono memorie, immagini, manie, amori e vecchi rancori che sostenevano molte pareti di carta e dense ombre. Nel mio corpo sembra che si sia liberato un animale il cui unico desiderio è quello di distruggere ciò che trova e che ama, di mangiarsi gli specchi dei fiumi del Paradiso dove guarda l’orrore dei suoi occhi vuoti aperti e i monconi dell’anima. Retrato del poeta Hay una gotera infame en el techo de mi cabeza que está inundando todos los pensamientos que todavía se podían salvar con algunas reparaciones. Y hay mucho comején destruyendo memorias, imágenes, manías, amores y rencores antiguos que sostenían muchas paredes de papel y densas sombras. En mi cuerpo parece que se soltó un animal cuyo único afán es destruir lo que encuentra y lo que ama, comerse los espejos de los ríos del Paraíso donde mira el horror de sus ojos vacíos abiertos y los muñones del alma. In tutto il libro troviamo poesie dedicate a qualcuno. Così troviamo la poesia che ho già citata prima “Il poeta e il suo specchio” – “El poeta y su espejo” dedicata ai nipoti Andrés Alejardo Francisco de Asís d Andrea Camila Francisca de Asís; la poesia “Corrispondente di guerra” – “Corresponsal de guerra “ dedicata alla memoria del grande amico, il poeta Alvaro Urtecho; la poesia “Eva sul palmo della sua mano” – “ Eva en la palma de su mano” dedicata a Gioconda Belli; la poesia “Mondo della poesia” – “Mundo de la poesia” dedicata alla memoria dei fratelli William Hüpper, Miguel Cárdenas e Agustín Vijil; la poesia “Lei palpitava di bellezza” – “Ella palpitava de belleza” dedicata alla moglie Gloria; la poesia “Principio del mondo” – “ Principio del mundo” dedicata al figlio Camilo René; la poesia “Le tasche dei miei pantaloni” – “Las bolsas de mis pantalones” dedicata a Antonio e Angelina Gamoneda; la poesia “la favola dei condannati della terra” – “La fábula de los condenados de la tierra” dedicata al fratello Jotamario Arbeláz; Ho voluto citare tutte le poesie dedicatorie perché esse sono molto significative della natura stessa del poeta; una natura che sente il bisogno di dedicare i propri versi a qualcuno è una natura bella che esprime i sentimenti più onorevoli dell’animo umano, che dimostra nei fatti amicizia, amore, riconoscenza. Rendere immortali con i propri versi è un dono infinito. E’ un atto di assoluto amore. E così voglio parlare di Francisco de Asís Fernández, come un uomo, un poeta, che nella sua vita, nella sua preziosa vita ha conosciuto l’amore vero e puro e lo ha cantato portandolo fino a noi. Infine propongo la poesia “Lei palpitava di bellezza” - “Ella palpitava de belleza” dedicata alla moglie Gloria, una delle poesie d’amore più belle che abbia mai letto. Costruirò un palazzo in mezzo al mare fatto di versi e di pesci per vederla sorridere. Lei palpitava di bellezza ed era la mia luce e la mia tenebra. Il suo volto e la sua luna erano diversi dal fiume e dall’arancio. Lei era un gelsomino vergine e una valle di gigli. Io le dicevo: metti la mia vita su di te metti la tua vita su di me per unire il tuo alito di narcisi al fiume della mia vita vicino al tuo sogno. A Gloria Voy a construir un palacio en medio del mar hecho de versos y de peces para verla sonreír. Ella palpitaba de belleza y era mi luz y mi tiniebla. Su cara y su luna eran diferentes al río y al naranjo. Ella era un jazmín virgen y un valle de lirios. Yo le decía: pon mi vida sobre ti pon tu vida sobre mi para zurcir tu aliento de narcisos al río de mi vida junto a tu sueño. Cinzia Marulli Francisco de Asís Fernández è nato a Granada, Nicaragua, nel 1945. Poeta, narratore, saggista e promotore culturale. Ha pubblicato i libri di poesia A principio de cuentas (1968, illustrazioni di José Luis Cuevas), La sangre constante (1974, illustrazioni di Rafael Rivera Rosas), En el cambio de estaciones (1982, illustrazioni di Fayad Jamís), Pasión de la memoria (1986), Friso de la poesía, el amor y la muerte (1997, illustrazioni di Orlando Sobalvarro), Árbol de la vida (1998, illustrazioni di José Luis Cuevas), Celebración de la inocencia: Poesía reunida (2001, illustrazioni di José Luis Cuevas), Espejo del artista (2004, illustrazioni di Orlando Sobalvarro), Orquídeas salvajes (2008), Crimen perfecto (2011, illustrazioni di Rogelio López Cuenca), La traición de los sueños (2013, illustrazioni di Omar de León), Luna mojada (2015, illustrazioni di Mario Londoño), La invención de las constelaciones (2016, illustrazioni di Juan Carlos Mestre) e El tigre y la rosa (2017, illustrazioni di Juan Carlos Mestre). È presidente del Festival Internazionale di Poesia di Granada, Membro a pieno titolo dell’Accademia Nicaraguense della Lingua, Medaglia d’Onore d’oro dell’Assemblea Nazionale di Nicaragua, Croce dell’Ordine al Merito Civile conferitagli dal Re Juan Carlos I di Spagna, Dottorato Honoris Causa in Dottrine Umanistiche conferitogli dall’Università American College, Figlio Diletto della Città di Granada, Nicaragua. Francisco de Asís Fernández nació en Granada, Nicaragua, 1945. Poeta, narrador, ensayista y promotor cultural. Ha publicado los poemarios A principio de cuentas (1968, ilustraciones de José Luis Cuevas), La sangre constante (1974, ilustraciones de Rafael Rivera Rosas), En el cambio de estaciones (1982, ilustraciones de Fayad Jamís), Pasión de la memoria (1986), Friso de la poesía, el amor y la muerte (1997, ilustraciones de Orlando Sobalvarro), Árbol de la vida (1998, ilustraciones de José Luis Cuevas), Celebración de la inocencia: Poesía reunida (2001, ilustraciones de José Luis Cuevas), Espejo del artista (2004, ilustraciones de Orlando Sobalvarro), Orquídeas salvajes (2008), Crimen perfecto (2011, ilustraciones de Rogelio López Cuenca), La traición de los sueños (2013, ilustraciones de Omar de León), Luna mojada (2015, ilustraciones de Mario Londoño), La invención de las constelaciones (2016, ilustraciones de Juan Carlos Mestre) y El tigre y la rosa (2017, ilustraciones de Juan Carlos Mestre). Es Presidente del Festival Internacional de Poesía de Granada, Miembro de Número de la Academia Nicaragüense de la Lengua, Medalla de Honor en Oro de la Asamblea Nacional de Nicaragua, Cruz de la Orden al Mérito Civil otorgada por el Rey Juan Carlos I de España, Doctorado Honoris Causa en Humanidades otorgado por la Universidad American College, Hijo Dilecto de la Ciudad de Granada, Nicaragua
- Luna Bagnata (Raffaelli Editore) di Francisco de Asís Fernández Arellano letto da Cinzia Marulli
In tutto il libro di Francisco De Asís Fernández Arellano, Luna bagnata, pubblicato in Italia dalla Casa Editrice Raffaelli, nella traduzione di Emilio Coco, è costantemente presente una natura selvaggia e primordiale, a volte onirica. Allo stesso modo dai suoi versi si sprigiona una forza non usuale, tempestosa, che penetra, sconvolge e scuote. In tutto questo l’ombra è silenziosa ed emerge invece una luce abbagliante. Le parole stesse diventano forti e lucenti. E’ come se il canto dei suoi versi illuminasse l’oscurità. Il poeta irrompe nei sentimenti, nelle emozioni, nella parte più nascosta e intima di ognuno di noi e ci porta in una dimensione pura, antica. E’ come se non esistesse il tempo, ma l’impeto tumultuoso dell’animo umano che lotta, si dilania e profondamente ama. Nella poesia “Come erano le aurore all’inizio del mondo?” (¿Cómo eran las urores al principio del mundo?) Francisco scrive: Come erano le aurore all’inizio del mondo quando le tue palpebre scure aprivano la luce e l’humus del tuo piede depositava la pioggia sulle foglie secche e io mettevo occhi alle piume del pavone per spiarti? Di che colore era il rossore quando scoprimmo il fuoco e dipingemmo le grotte di Altamira, quando inventammo l’occhione, le macchie della tigre, i piccioni viaggiatori e le virtù del mare, quando mettemmo Orione e la stella Boreale nel cielo e dividemmo il mondo con una linea immaginaria? Come lasciasti cadere il Tequendama quando il mondo era la verginità della selva e il grugnito del mio amore? Da dove apparivano la notte e le farfalle quando si accendeva il cielo perché io incontrassi la tua mano? Quale era la sostanza dei sogni quando il Tigri e l’Eufrate sgorgavano dalle tue braccia e mi stringevano al Paradiso? ¿Cómo eran las auroras al principio del mundo cuando tus párpados morenos abrían la luz y el humus de tu piel empozaba la lluvia sobre la hojarasca y yo le ponía ojos a las plumas del pavo real para acecharte? ¿De qué color era el rubor cuando descubrimos el fuego y pintamos las cuevas de Altamira, cuando inventamos el alcaraván, las manchas del tigre, las palomas mensajeras y las virtudes del mar, cuando pusimos a Orión y la estrella Boreal en el cielo y dividimos el mundo con una línea imaginaria? ¿Cómo dejaste caer el Tequendama cuando el mundo era la virginidad de la selva y el gruñido de mi amor? ¿De dónde aparecían la noche y las mariposas cuando se encendía el cielo para que yo encontrara tu mano? ¿Cuál era la sustancia de los sueños cuando el Tigris y el Éufrates manaban de tus brazos y me ceñían al Paraíso? In questi versi troviamo il senso primordiale dell’uomo, una purezza selvaggia e limpida. Qui l’amore diviene tutt’uno con la natura impetuosa e dolcissima. C’è un pensiero intenso. Non è solo l’uomo che interroga se stesso, ma è l’intera umanità che viene chiamata alla riflessione. E’ proprio questo status originale dell’essere umano che racchiude il senso e il mistero della vita. In questo libro il poeta tocca i sentimenti, li esprime, li fa divenire nostri. Nella poesia “L’ultima musa” (La última musa) dedicata a Mary Jane Mulligan Francisco scrive: Aveva il passo felpato del leopardo, era squisita goccia di follia. Non posso dimenticare gli occhi di quella donna col film della sua vita nella retina. Lei annichilita sulle banchine senza poter abbordare nessuno dei suoi sogni. Quegli occhi più intensi delle notti del Lower East Side e delle cascate del Niagara, deteriorandosi le ciglia, lo splendore delle sue ali. E lei con la sua bellezza feriva la nostra solitudine. E lei col suo silenzio minerale. Ma poco a poco i suoi treni deragliarono, l’alcol la sparò su tutte le copertine dei dischi degli anni 60 dove lei appariva (o poteva essere apparsa) a rappresentare il rock, la droga, la Rivoluzione e un altro modo di vedere il mondo. Finché non seppe più quale fosse la realtà e quale la sua immaginazione. Non posso dimenticare gli occhi di quella donna con tanti sogni distrutti. Era sigilosa como el leopardo, exquisita gota de locura. No puedo olvidar los ojos de esa mujer con la película de su vida en la retina. Ella destrozada en los andenes sin poder abordar ninguno de sus sueños. Esos ojos más intensos que las noches del Lower East Side y las Cataratas del Niágara, desbaratándose las pestañas, el esplendor de sus alas. Y ella con su belleza nos dañaba la soledad. Y ella con su silencio mineral. Los trenes se le fueron descarrilando, los tragos le dispararon a todas las portadas de los discos de los 60 donde ella aparecía (o podía haber aparecido) representando el rock, la yerba, la Revolución y otra manera de ver el mundo. Hasta que dejó de saber cuál era la realidad y cuál su imaginación. No puedo olvidar los ojos de esa mujer con tantos sueños derrotados. E’ una poesia che non esprime solo il dolore e la delusione, ma la forza del dolore e della delusione. Rappresenta il sogno infranto e per far ciò il poeta torna a utilizzare la metafora della natura. In tutti questi versi aleggia un personaggio principale: la solitudine. Quella solitudine che è dentro ognuno di noi e che ci fa sentire piccoli e indifesi davanti l’immensità del cosmo. La poesia “Luna bagnata” (Luna mojada) che dà il titolo a tutta l’opera è un altro esempio di forza e lucentezza. E’ una poesia materica. E pur essendo la terra, le radici, la natura intensamente chiamate ed evocate in questi versi vi è pure una rarefazione che crea un velo di sogno. Forse è il sogno dell’uomo che neanche il dolore può distruggere. Il sogno o la fede di ritrovarsi anima oltre la pietra, oltre il vero. Luna bagnata C’è un posto nell’oscurità del sonno dove la mia anima si nasconde come un morto da anni. Il problema è svegliarsi, tornare dal profondo della terra. E del nulla. Con dolore paga l’anima e paga il corpo atterrito spingendo la pietra. E mi sveglio cercando la luce nello sprofondare dei sogni (cercare sapendo che vivrò invano). E quando alla fine esco è la mia anima ad affiorare e la vedo partire. E torna a vedere il mio corpo sotto il peso della terra quando la morte senza fine non ha più parole né ricordi, e mi sveglio di nuovo a scoprire questo miracolo. Luna mojada Hay un lugar en la oscuridad del sueño donde mi alma se esconde como un muerto de años. El problema es despertar, volver de lo profundo de la tierra. Y de la nada. Con dolor paga el alma y paga el cuerpo aterrado empujando la piedra. Y me despierto buscando la luz en los socavones de los sueños (buscar sabiendo que voy a vivir en vano). Y cuando salgo al final mi alma es lo que aflora y la veo partir. Y vuelve a ver mi cuerpo bajo el peso de la tierra cuando la muerte sin fin ya no tiene palabras ni recuerdos, y despierto nuevamente a descubrir este milagro. Lo stile poetico di Francisco De Asís Fernández Arellano ci richiama un grande poeta italiano del passato: Vincenzo Cardarelli (n.1887 m.1959) che io amo moltissimo. Cardarelli non amava la poesia artificiosa, ma il verso chiaro, trasparente e musicale. Diceva che tramite la poesia si poteva parlare all’anima. Così i versi di Francisco splendono per la loro forza e la loro chiarezza e penetrano nell’anima di tutti noi. Cinzia Marulli Francisco de Asís Fernández Arellano è nato nel 1945 nella città di Granada, Nicaragua. È presidente della Fondazione Festival Internazionale di Poesia di Granada, dall’anno 2005; membro corrispondente dell’Accademia Nicaraguense della Lingua. Nel 2008 è stato nominato Figlio Diletto della Città di Granada. Nel 2013 è stato insignito della Medaglia d’Onore d’Oro dell’Assemblea Nazionale del Nicaragua; decreto approvato per unanimità dai Deputati nell’Assemblea Nazionale del Nicaragua. Nel 2014 è stato insignito della Croce dell’Ordine del Merito Civile, concessagli dal Re di Spagna Juan Carlos I. Libri di poesia pubblicati: A principio de cuentas (Editorial Finisterre, 1968), La sangre constante (Ediciones del Centro Universitario de la UNAN, 1974), En el cambio de estaciones (Editorial UNAN, 1982), Pasión de la memoria (Editorial Nueva Nicaragua, 1986), FRISO de la poesía, el amor y la muerte (Fondo Cultural del Banco Nicaragüense, 1997), Árbol de la vida (Ediciones del Centro Nicaragüense de Escritores, 1998), Celebración de la inocencia (Editorial CIRA, 2001), Espejo del artista (Ediciones del Centro Nicaragüense de Escritores, 2004), Granada: infierno y cielo de mi imaginación (Editorial Amerrisque, 2008).Tra le sue opere più recenti ricordiamo Crimen perfecto (E.D.A Libros, 2011), La traición de los sueños (Editorial Alfar, 2014) e Luna mojada (Granises Servicios Editoriales y de Comunicación, S. A., de C. V. [La Otra], Città del Messico, 2015). La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. Francisco de Asís Fernández Arellano nació en 1945 en la ciudad de Granada, Nicaragua. Es presidente de la Fundación Festival Internacional de Poesía de Granada, desde el año 2005; miembro correspondiente de la Academia Nicaragüense de la Lengua. En 2008 fue nombrado Hijo Dilecto de la Ciudad de Granada. En 2013 fue condecorado con la Medalla de Honor en Oro de la Asamblea Nacional de Nicaragua; decreto aprobado por unanimidad de los Diputados en la Asamblea Nacional de Nicaragua. En 2014 fue condecorado con la Cruz de la Orden del Mérito Civil, otorgada por el Rey de España Juan Carlos I. Poemarios publicados: A principio de cuentas (Editorial Finisterre, 1968), La sangre constante (Ediciones del Centro Universitario de la UNAN, 1974), En el cambio de estaciones (Editorial UNAN, 1982), Pasión de la memoria (Editorial Nueva Nicaragua, 1986), FRISO de la poesía, el amor y la muerte (Fondo Cultural del Banco Nicaragüense, 1997), Árbol de la vida (Ediciones del Centro Nicaragüense de Escritores, 1998), Celebración de la inocencia (Editorial CIRA, 2001), Espejo del artista (Ediciones del Centro Nicaragüense de Escritores, 2004), Granada: infierno y cielo de mi imaginación (Editorial Amerrisque, 2008). Entre sus obras más recientes están Crimen perfecto (E.D.A Libros, 2011), La traición de los sueños (Editorial Alfar, 2014) y Luna mojada (Granises Servicios Editoriales y de Comunicación, S. A., de C. V. [La Otra], México, Distrito Federal, 2015). Su poesía ha sido traducido a varios idiomas.
- Dante Maffia legge "Le tentazioni della luce" (Ed. della Meridiana, 2017) di Zingonia Zingone
Mi aveva molto impressionato, circa sei anni fa, L’equilibrista dell’oblio, edito da Raffaelli. Eleganza, essenzialità, parola forbita e mai spreco. Una sorta di inseguimento alla sostanza delle cose e dei sentimenti per cernere il miele di un divenire che, nonostante l’aggressione ricevuta da Cioran in un libro incredibile per temi e svolgimenti, resta sempre il lievito di una scommessa che deve affrontare gli andirivieni della vita. Poi il silenzio di Zingonia nei miei riguardi, come se il mio scritto l’avesse disturbata o non l’avesse minimamente sfiorata. Ricevo adesso le tentazioni della Luce e non nascondo che sono stato preso immediatamente, anzi catturato, da questo titolo che utilizza il minuscolo per l’articolo e per tentazioni e invece il maiuscolo per Luce. Evidente che si tratta di una scommessa spirituale, di un percorso che vuole raccontare di un’adesione all’Infinito. Ma c’è di più, quando in una intervista mi domandarono quale fosse il titolo di un libro che ritenessi il più bello in assoluto io risposi La tentazione di vivere! Già, ancora una volta Cioran. Niente è casuale, vero? Ma adesso restiamo alla nuova raccolta di Zingonia, a questo suo spogliarsi innocente e mistico che fa sentire la voce antica dei profeti diventata quotidianità. Operazione non facile, ma evidentemente riuscita perché la poetessa ha voluto incarnarsi nelle atmosfere e nelle liturgie della parola che, se saputa intessere di vibrazioni e di autentico sentire, riesce a dare quasi carnalmente il senso primo e ultimo delle emozioni, cioè riesce a farsi preghiera. “cerco in fondo alla mia onestà l’origine di questo spasmo che mi contorce le viscere, agitazione nemica del raccoglimento le utopie s’impossessano dei miei sensi convincendomi che tutto è possibile e con la fede dell’inconscio materializzo il suo corpo…” E’ proprio vero, questo libro è “Una danza fra cielo e terra, un movimento alla ricerca… dell’amore”, ed è “libro forte e unitario, dove la parola è alla ricerca dell’Assoluto”, affidato a “Un nuovo valore del dire, una nuova castità del verbo”: Sono frasi prese dalla illuminante prefazione di Andrea Ulivi, che è riuscito ad accompagnarci pagina dopo pagina portandoci nella pienezza di un dettato che io trovo lineare e potentemente espressivo, capace di saper cogliere i fremiti e i fermenti dell’ansia che serpeggia ovunque e crea un’atmosfera mistica. Eppure, e qui sta la bellezza e la novità del testo, le metafore non sono mai astratte né filtrate attraverso sofisticate giravolte. Zingonia parla con pienezza d’intenti e arriva a farsi capire senza edulcorare le spine del percorso e senza coprire di veli e neppure l’ombra minima del cammino intrapreso. “la tua trasparenza carnale ipnotica mi riporta al primo uomo” … “negli occhi del bambino una fessura spuntano paure coltelli che squarceranno la gola del mondo” … “uomo o angelo cosa importa è la luce il mio turbamento” Pochi esempi per assaporare la freschezza con cui Zingonia passa attraverso le varie “stazioni” soffermandosi sugli aspetti che solitamente sfuggono o a cui non si fa caso perché presi da “ragioni” estranee”. Nelle sue espressioni sentiamo il palpito di una rincorsa pacata ma decisa, direi senza via di scampo, in modo che le distrazioni non possano comparire e il tutto diventi inno che via via si apre a un canto gregoriano di nuova fattura, a un canto zingoniano in cui contano, alla stessa maniera e con lo stesso peso, sia l’argomento e sia le sfumature, sia il ritmo e sia gli aloni di senso (di luce, pardon, con la maiuscola, Luce) che fanno ressa nell’animo. Ma mi piacerebbe che il lettore entrasse nelle pieghe di questo libro senza pregiudizi e senza il preconcetto di trovarsi dinanzi a una comunione e a una sacralità che non permette di leggere l’umano. Tutt’altro! Zingonia si spoglia (il verbo mi ritorna) “delle cose / per incontrarTi / nel nulla”, dice rivolta a Dio, e ciò per calcare la voce su quel che ha dovuto incontrare, superare e vincere. Il nulla come approdo limpido per potersi riconoscere e non per arrivare allo svuotamento. Anche le prose poetiche hanno un loro peso e determinano e allargano le atmosfere di cui accennavo e se l’andamento generale ha sapore biblico, si resti in ascolto e sarà la Luce a farsi sentire, a prendere voce e proprio da quella finestra da cui zampilla l’acqua: “io tutta sono finestra”. Per concludere mi piace dire che Zingonia Zingone ha scritto un piccolo meraviglioso e illuminato Vangelo personale che si apre dolcemente verso il mondo. Operazione rara e difficile, che a lei è riuscita, forse perché ha messo dentro tutta se stessa contemporaneamente sottraendosi, facendo diventare la sua carne spirito che vola. Come ha fatto? I libri sacri sanno come diventare marmo o farfalle, piombo o brezza d’aprile. E dunque anch’io “mi domando / se lieviteranno le ceneri / testimoni / dello specchio in fiamme”, Dante Maffia
- Storie Naturali (Raffaelli Editore) di Vincenzo Della Mea letto da Melania Panico
Quando apriamo “Storie naturali” abbiamo subito l’impressione che si tratti di un libro con il quale l’autore intenda fare un bilancio e in effetti è forse così, essendo una raccolta di poesie che raggruppa testi che vanno dal 1992 al 2015 – alcune sezioni sono totalmente inedite, altre pubblicate in precedenti plaquettes o riviste - e i bilanci, si sa, nascondono sempre lati oscuri. Eppure in Storie naturali anche le parti che appaiono più deboli concorrono all’obiettivo finale: un libro che non parla di scienza - come potrebbe sembrare (l’autore si occupa da sempre del rapporto arte/scienza) - ma attraverso la scienza e attraverso il simbolo per approdare poi a una ricerca di soluzione: “Dice che è tutto chiaro all’improvviso /l’occhio rosso acceso del cielo, basso” e ancora “La sintesi del giusto, la misura /di chi può limitarsi a dire ho vinto,/ ho avuto ragione, con un sorriso”. La ricerca, quindi. Poi all’improvviso, quando sembra che la risposta si stia per manifestare, quando siamo lì lì per trovare una soluzione – sembra di intravederla in alcune sezioni specifiche come La ferita benigna e Storie naturali – qualcosa interviene a rimpolpare la frattura. E in questa frattura c’è la poesia. C’è molta poesia. L’aggettivo naturale, per fare riferimento al titolo della raccolta, suggerisce molte interpretazioni. Non significa qui statico ma neanche relativo: naturale è ciò che riguarda il reale. Una riflessione che ingloba tutto e questo non è certamente un processo semplice. Eppure il senso non è avere una visuale perfetta. È avere una visuale. È sicuramente un libro eterogeneo come eterogenei sono gli ambiti in cui la ferita si affaccia e rende giustizia alla visione. Una diffrazione di cui l’uomo non può che essere portatore, a volte insano e per questo vitale. Melania Panico Padre Duro alle lusinghe, col muso rotto dalle rughe e la calce nei capelli lavati di sabato con l’aceto, nel giorno del riposo t’alzi presto bestemmiando fumo, poi spacchi legna con i jeans della festa finché stai male. Ma tu sai – l’ho capito – che non è quello il male che ci porterà via. * La sintesi del giusto, la misura di chi può limitarsi a dire ho vinto, ho avuto ragione, con un sorriso; non la frana di consonanti e lacrime che giustifica l’errore e racconta il concatenarsi di eventi ostili. Vorrei questo, ma questo è un verso in più. La crepa La crepa è nata chissà come diresti per caso magari un differenziale interiore una tensione nel terreno un errore di miscelazione cresce a prima vista insensibilmente ma se ci pensi capita per punti discreti a piccole catastrofi che scopri la mattina Nato nel 1967, Vincenzo Della Mea è ricercatore universitario nel campo dell’Informatica Medica e delle Tecnologie Web a Udine. Nel 1999 ha pubblicato L’infanzia di Gödel (La Barca di Babele, Meduno); nel 2004 Algoritmi (Lietocolle; premio Nelle terre dei Pallavicino 2005); nel 2008 la plaquette I sogni della guerra (Circolo Menocchio, Montereale Valcellina). Nel 2016 ha pubblicato Storie naturali – poesie 1992-2015 (Raffaelli Editore, Rimini). Sue poesie sono apparse su diverse riviste ed antologie tra cui Nuovi Argomenti, Caffè Michelangiolo, Almanacco del Ramo d’Oro, Nazione Indiana, Daemon, Le voci della Luna ed in traduzione su World Literature Today. È da sempre interessato al rapporto tra poesia e scienza, che oltre che nei testi si è esplicitato in cura di volumi (antologia “Verso i bit”, Lietocolle), riviste, eventi.
- In tagli ripidi (Giulio Perrone Editore) di Alessandro Brusa letto da Anna Maria Curci
Nel romanzo Il doppio regno, Paola Capriolo fa scrivere all'io narrante, in un diario scritto in un misterioso albergo nel quale si ritrova (accolta? prigioniera? di sé oppure di 'altre forze'?) queste parole: «A volte scrivo poesie sulla carta da lettere dell’albergo, ma è una definizione impropria: sono quasi sempre coppie di parole che per qualche ragione mi sembrano “far rima” tra loro. L’ultima ad esempio è composta di due soli versi, il primo verso è “ferita”, il secondo “miracolo”. Sono certa che esiste una lingua nella quale si può passare dall’uno all’altro termine, con la semplice aggiunta di una lettera, tuttavia non so perché queste due parole e il loro strano legame mi appaiano così gravidi di significato.» Questa lingua così distante eppure così vicina, "la lingua lontana" di Alessandro Brusa, nella quale la parola "ferita" si discosta dalla parola “miracolo” semplicemente in virtù dell'aggiunta di una lettera finale, è la lingua tedesca, e il prodigio, fonte di stupore, avviene con le parole "Wunde" e "Wunder". Perché questa premessa? Perché leggo In tagli rapidi di Alessandro Jacopo Brusa come compiuta realizzazione di una architettura poetica le cui fondamenta stanno nel cozzo e nell'incontro lacerante e prodigioso di questi due principi: il vulnus perpetrato, ripetuto, innanzitutto sul corpo e il cammino (passo costante, incursione di 'pontiere') nel mondo del meraviglioso. Lo attestano, come ben scrive Fabio Michieli nella prefazione, le antitesi ripetute, lo attestano quei versi scritti nella carne, tatuaggi e scalfitture sulla pelle, mirabili sintesi di lacerazione e intuizione («dolore scorsoio») lo attestano, ancora, quei richiami a miraggi, illuminazioni e squarci nel deserto, nonché i richiami non solo biblici, ma anche al mondo incantato eppure di primordiale crudeltà e di successiva “Zerrissenheit" – “travaglio interiore” che è stato precedentemente «lo strappo/ che tra le scapole/ toglie vertigine/ ad ogni altezza». Una antitesi-sintesi che va dalle fiabe popolari raccolte dai fratelli Grimm al pure ottocentesco e ancora modernissimo vagare senz'ombra del Peter Schlemihl («all’ombra che non ho») di Chamisso, dei cui mirabili stivali, trovati a portare conforto con l’esplorazione della natura a un’esistenza di perenne emarginazione, privata dell’ombra, si trova una chiara eco in un felice ossimoro: «ma io dormirò sereno/ perché lui mi stringe in/ distanza di sette leghe.» La prima poesia della prima delle cinque sezioni che compongono la raccolta – Il vento che insegue veloce, Il tempo che abitiamo in punta, Il taglio nel legno, Nel nome del figlio, E giriamo in cerchio di amanti – è un efficace esempio del ritmo sostenuto e della versificazione qui adottata da Brusa, che individua in questo libro la terza tappa, quella conclusiva, di un percorso iniziato con il romanzo Il Cobra e la Farfalla e proseguito con i testi poetici di La raccolta del sale. Essa può essere interpretata altresì come dichiarazione e tributo alla scaturigine e alle intenzioni del moto poetico: «D’uso io annuso l’aria che tira/ : perché ho memoria/ perché ricordo ogni emozione/ che porti/ perché scandaglio la storia/ ed ogni tua percezione/ e scatto come grilletto/ cercando lo scontro/ o cercando la fuga». L’affermazione dal sapore evangelico contenuta nei versi dello stesso componimento che seguono quelli citati, vale a dire «non sono nata per le cose del mondo», è insieme fieramente consapevole e sofferta e segna la presa di distanza – non a caso “distanza” è termine di evidente ricorrenza nella raccolta – da ciò che, tuttavia, è oggetto di vivida, profetica, e in quanto tale dolorosa percezione. Non stupisce, pertanto, che sia l’ossimoro a sostenere frequentemente l’impalcatura del testo poetico, accompagnata dall’incalzare della fuga, intesa qui come composizione musicale e realizzata con rime interne e passaggi per cambi di vocale: «mi definisco per sottrazione/ per ciò che aggiungo/ all’ombra che non ho/ e d’ambra opaca/ tengo nelle viscere la mano/ che tua mi spande». Di musicalità che rende lo strazio – quasi che l’archetto dello strumento si trasformi in punta acuminata e la cassa armonica si faccia legno da incidere – testimonia tutta la raccolta, con una sezione tra le cinque a fungere da dominante. Si tratta proprio della sezione centrale, Il taglio nel legno, nella quale ogni testo è stato composto in sintonia con una composizione musicale di cui Brusa riporta il titolo in chiusura. La poesia si misura qui con brani di Brahms, Bach («In su la nota un pezzo/ - tenuto, e corda -/ il taglio nel legno/ e la lima stesa/ lo porgono a me/ che sospeso lo tengo/fitto»), Mahler, Marais, Vivaldi, Pergolesi, Šostakovič. I Kindertotenlieder di Mahler sono l’annuncio e il controcanto a questi versi: «Scale appese/ al grave crescere e salire/ di un dolore piccolo,/ pronunciato nel tempo/ che neve, separa/ dal sole a ponente.» Altra musica risuona nei testi della sezione In nome del figlio, forse quella della PFM in Lettera al padre, dove pure, come avviene qui, i ruoli di padre e figlio vengono mescolati, rimandati uno all’altro, ribaltati: «Di questa nascita/ riempio il tempo/ che io solo conosco/ e incammino sulle/ tue incertezze». Alessandro Brusa è figlio di un poeta, Maurizio Brusa, come ricorda Marco Simonelli nella postfazione. Chi scrive ha pianto la morte improvvisa, a breve distanza da quella del di lui padre Omero, di Maurizio Brusa, poeta elegante e schivo, defilato e incisivo. Chi scrive si sofferma sui versi di Alessandro Brusa e pensa a questioni aperte e punti fermi. Resta aperta, intenzionalmente, la domanda circa il destinatario di questi versi: «hai smarrito la parola/ ed il tuo verso/ che di obbedienza/ hai perduto.» Resta ferma, invece, la dedizione completa, di spirito e corpo, alla resa nel testo: «Di questo corpo ho fatto testo/ se del tuo corpo tengo il segno/ che di quella nascita mi ha fatto.» Anna Maria Curci
- Intatto - Ecopoesia (La Vita Felice 2017) di Massimo D'Arcangelo, Anne Elvey e Helen Moore
letto da Rita Pacilio Massimo D’Arcangelo, Anne Elvey e Helen Moore sono gli autori di Intatto/Intact, un libro di poesie, o meglio, un’officina poetica in tre lingue (italiano, australiano e inglese) che narra la vicenda primigenia della Terra/Natura, oggi sempre più violata e contraffatta dalle sue stesse leggi e dal logorio dello sfruttamento economico. Gli autori assumono infinite sottigliezze di riferimento, compiti dichiarati e metaforici di retroterra novecenteschi facendo coincidere l’hic et nunc al limite impercettibile tra sé e gli altri e alla miscela del comune pensiero poetico-filosofico, autentico, indispensabile per celebrare e denunciare. In ogni singola eco-poesia i suoni e le parole ontologiche respirano, per ritmo e sintassi, tra spazi e paradigmi conoscitivi – a volte disparati sul foglio quasi a voler fare chiarezza tra il parlare figurato di pubblico dominio e la sfaccettata molteplicità della coscienza ancestrale - mettendo in discussione i processi antropologici e sociologici che hanno creato distanza e complessità tra le spinte centripete delle pulsioni più pure dell’anima e lo sdoganamento delle stesse. Il linguaggio poetico traduce l’esigenza visionaria e lancinante della parola in un desiderio-richiamo vibrante di com-prendere il mondo di oggi e di ieri attraverso l’interpretazione degli aspetti concreti, simbolici e congestionanti, gli ambienti selvatici o selvaggi, ormai rarefatti, alienati dalla frenetica tecnologia. Siamo di fronte al valore genuino del significante avulso da operazioni letterarie stantie e blasonate dei nostri giorni. La conferma è instillata nell’epifanica esplosione di variazioni e coloriti armonici coraggiosi per guardare e ritornare all’acqua, al pudore della montagna, agli uccelli, al muschio, al bosco incontaminato, all’ape, ai fiumi, alla polvere, alla tana, all’aria fresca, a tutta la bellezza degli angoli del mondo dall’anti-creazione fino a Pascoli, Bertolucci, Caproni, Luzi. L’etica dell’eco-poesia si misura con il proprium di quei luoghi in cui i paesaggi memorabili della natura, non si trasformano per metamorfosi in altro elemento naturale, ma in oggetti, in materia artificiale, meccanica e mercificata. La sensibilità poetica, l’onestà intellettuale e spirituale dei tre autori non vuole cedere il passo a pulsioni regressive, anzi. Siamo di fronte a poesie con funzione civile fertile. Testimonianza che ogni esperienza umana genera altre esperienze e ulteriori con-tatti con il mondo antropico-ambientale, per analogia, proiezione e per attrito. Massimo D’Arcangelo (1982) vive a Siena. Ha pubblicato Il battito dello Scorpione. Ecopoesie (Sacco Editore, Roma 2012). è inserito nel volume Novecento non più. Verso il Realismo Terminale (La Vita Felice, Milano 2016), un’antologia fondamentale sul Realismo Terminale che cerca di restituire una visione esemplificativa della produzione di autori ascrivibili alla tendenza identificata da Guido Oldani. Suoi lavori sono pubblicati su riviste, cataloghi d’arte (Paesaggi Inquieti di Mario Giammarinaro a cura di Ugo Nespolo, 2017) e antologie, nazionali ed internazionali, a tema ecologico. Rappresenta l’Italia nel progetto boliviano Poesía en acción e sue ecopoesie tradotte in lingua spagnola sono incluse nell’antologia Dando voz, al que no tiene (J. Barriga Nava, Bolivia 2016). Massimo D’Arcangelo (1982) lives in Siena. His first book Il battito dello Scorpione. Ecopoesie was published in 2012 by Rome-based Sacco Editore. Massimo’s poems have been published in Novecento non più. Verso il Realismo Terminale (La Vita Felice, Milano 2016), a milestone anthology about Terminal Realism which includes poems from authors belonging to this trend as outlined by Guido Oldani. His works have been published widely in national and international journals, art catalogues (Paesaggi Inquieti by Mario Giammarinaro, curated by Ugo Nespolo, 2017) and collective works on ecology. He represents Italy in the Bolivian project Poesía en acción, and his ecopoems have been translated into Spanish and collected in the volume Dando voz, al que no tiene (J. Barriga Nava, Bolivia 2016). cura e traduzione dall’inglese edited and translated from English by Francesca Cosi e Alessandra Repossi traduzione dall’italiano translated from Italian by Todd Portnowitz prefazione di foreword by Serenella Iovino
- L’intima connessione con il senso dell’essere: Una tempesta di parole (Lietocolle 2011) di Salvatore
C’è generosità nella poesia di Salvatore Contessini. Nella sua raccolta “Una tempesta di parole” (LietoColle 2011) l’autore non solo concede sè stesso alla poesia, ma concede la sua poesia ad una forma feconda di amorevole condivisione del verso. Così l’autore si abbandona al bene lasciandosi rapire dalle parole di altri poeti e a essi risponde con una “tempesta di parole”. Ma non ci sono sovrapposizioni di voci in questa sinfonia, bensì un coro che canta all’unisono ove ognuno svela il proprio timbro interiore creando un tutt’uno armonico. Le parole diventano personaggi ognuna per il suo significato più puro, e insieme una all’altra per una composizione ritmica e semantica di forte e profondo impatto emotivo. Il titolo stesso ci svela il rapporto di forte passione che l’autore ha con la parola. E in quanto poeta si sente completamente avvolto da essa, ammaliato, affascinato e forse anche soggiogato, di sicuro spesso anche tradito quando essa non sopraggiunge ad afferrare nel modo che si vorrebbe il senso del sentire interiore. Ma voglio azzardare un’ipotesi che, da sino-indologa, nasce in me quasi spontanea leggendo i titoli delle quattro sezioni nelle quali è suddiviso il libro. Esse sembrano richiamare fortemente la filosofia orientale; ricordano infatti il percorso fatto da Siddharta per giungere al nirvana: “cosa si offre alla vista” il titolo della prima sezione, diviene dunque la presa di coscienza del mondo, l’approccio con la realtà, ciò che è intorno e fuori di noi; la seconda poi, “Percepire lo svanire delle cose”, rappresenta invece il lungo periodo di eremitaggio di Siddharta quando il suo pensiero iniziava a comprendere l’illusorietà della nostra realtà; Si arriva quindi alla terza sezione “Scivola nel dubbio l’esistenza” traducibile quindi come la profonda crisi interiore di Siddharta che riconosce come maya tutto ciò che vedono i suoi occhi; Infine la quarta sezione, “Ripensare l’Essere nella sua originarietà”, è dunque l’apice della filosofia buddista, l’accettazione che tutto è illusione (maya appunto) e che per sconfiggere il male è necessario acquisire tale consapevolezza fino a riunirsi con il Tutto, con l’Essere Supremo e Originario, giungendo dunque al Nirvana o come viene tradotto da noi occidentali all’Illuminazione. Forse è molto rischiosa questa mia interpretazione ma ritrovo nelle poesie del Contessini una forte valenza orientaleggiante, per l’appunto buddista con qualche concessione anche al taoismo: il bisogno di sintesi nella ricerca del verso è palese; l’interrogarsi sul senso dell’esistenza; sull’apparenza del mondo; la ricerca del silenzio. Cinzia Marulli
- "Nelle tue stanze " di Marzia Spinelli nella lettura di Monica Martinelli
Il rapporto tra poesia e dolore è intessuto a doppio filo, come quello tra la poesia e la perdita, a cui consegue necessariamente dolore. Se poi la perdita è quella della propria madre - che rappresenta la Perdita, il distacco da quel cordone ombelicale che ci ha donato la vita - il dolore è ancora più grande, ed è un dolore unico, particolare, che ci accomuna tutti: “A dimenticare la voce/ci vogliono anni, mi dicono./ Parlano come sapessero/ tutto dei morti. Hanno pena sincera di me,/ straniera approdata./ Stesso dolore, stesso cuore pesto..” “Nelle tue stanze”, seconda opera di Marzia Spinelli dopo la silloge poetica “Fare e disfare” edita da Lietocolle nel 2009, è un libro dedicato alla madre a seguito della sua scomparsa pubblicato dall’editore romano Progetto Cultura nella collana di poesie “Le Gemme” curata da Cinzia Marulli, con una preziosa introduzione di Alberto Toni. In questi versi è possibile specchiarsi e riconoscersi per riflettere non solo sul senso della morte, delle emozioni generate e sull'elaborazione del lutto, ma anche sul concetto dell'inesorabilità del tempo che la poesia riesce a fermare e a rendere perennemente presente e vivido proprio attraverso la memoria: “L’amo della memoria/è una corda pendula, il gancio/su un’attesa da riempire..”. Il gancio dei ricordi appeso all’anima. Ecco altri versi ricchi di metafore sulla vita e sull’oltre, sulla frantumazione del tempo e dei ricordi che, come le foglie, si insinuano quasi a non volerci lasciare mentre altri, ancora troppo freschi, troppo leggeri, si alzano in volo e ci abbandonano senza traccia: “Le foglie rosse nella tua stanza,/inutile raccolta, insostenibile il vuoto/affacciato su questo nulla…le più frantumate s’insinuano negli angoli/del parquet divelto,/non avvertono, non lasciano traccia/le più leggere che volano via.” La sensitività, che è al tempo stesso sensibilità, emotiva dell’autrice è un asse portante nella sua poetica. L’empatia percorre il libro, e se da un lato la scrittura diventa un’operazione catartica per l’autrice, una modalità per lenire la sofferenza e magari anche il senso di colpa che una figlia fragile può provare dopo la scomparsa di un genitore pensando di aver “mancato” in affetto, in premure o comunque in qualcosa, dall’altro rappresenta un soccorso alla vita di chi resta, di chi legge e di chi prova lo “stesso dolore”, un com-patire insieme, generando un mosaico di altre possibili o reali madri e figlie che si sovrappongono all’immagine di sé e di sua madre, come nella poesia ‘Negozio di pietre’: “Tace il pianto/sigillato tra le pietre/dove la figlia padrona fuma e vende quarzi,/dice buongiorno come te/la madre quando arriva”. Effetti della nostalgia… Illustri e noti poeti hanno dedicato poesie alla propria madre, tra cui Pasolini nella “Supplica alla madre” (citata in esergo), Alberto Bevilacqua in “Poesie alla madre”, ma quella che più mi sovviene leggendo i testi del libro di Marzia è la “Lettera alla madre” di Quasimodo: “Ah, gentile morte,/non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro/tutta la mia infanzia è passata sullo smalto/del suo quadrante, su quei fiori dipinti:/non toccare le mani, il cuore dei vecchi.” Così anche la nostra poetessa parla di un orologio: “Se è il giorno o la notte fa lo stesso,/ l’autunno di adesso m’ha fermata/alla tua ultima estate/fisso a quel nulla il tuo orologio/continua a chiedermi che ora è”, e quell’orologio non è solo una misura del tempo e dell’affetto filiale, ma di tutte le cose. Questo libro non è un diario autobiografico e lamentevole, ma la descrizione della verità della realtà e del dolore. Lo stile è chiaro, pacato ma evocativo, mai eccessivo o forzato, non ci sono sbavature, ogni verso è al giusto posto. Una struttura liricamente ritmica e solida, versi asciutti, limpidi e densi: “Chiuse come urna nella tua stanza/le nostre verità, coltivavano tutte/spighe di grano, ciliegie che divoravi,/tra rami secchi d’ulivo benedetto,/e fiori,/di quelli almeno non ho mancato.” E un congedo dolcissimo e struggente lascia l’amarezza del ricordo, l’ultimo: “L’ultima stanza é l’ultimo giorno,/il più lungo, poi ti portano via”. Monica Martinelli
- L'intensità della poesia. Correnti Ascensionali (CFR Edizioni 2013) di Laura Garavaglia.
Ho conosciuto Laura Garavaglia per volere del destino, di quel destino, come disse Dickens, che a volte ti fa bei regali. Come poeta e direttrice del Festival Europa in Versi avevo già sentito parlare di Laura, ma non avevo mai letto nulla di suo. Tuttavia, l’occasione di un festival di poesia in Colombia nel quale eravamo entrambe invitate ha colmato questa mia lacuna. E così Laura mi ha fatto dono dei suoi libri di poesia. Tra di essi mi ha colpito per primo “Correnti ascensionali” perché edito nel 2013 dalla casa editrice CFR del nostro indimenticabile amico Gianmario Lucini, esempio altissimo di onestà intellettuale e di sconfinato amore per la poesia. “Correnti ascensionali “ mi ha folgorato: 11 testi poetici perfetti. Un cesello di parole che rappresenta la perfezione. Laura usa la “parola” come Matisse usa il pennello: con sinteticità, libertà e colore. In questi 11 testi la Garavaglia ha compendiato un’infinità di tematiche affrontandole pienamente. Partiamo da “Autoritratto (pag. 11), un testo di soli quattro versi con i quali la poetessa ci pone davanti al senso umano dell’esistere attraversando la dimensione del tempo e della memoria, aprendo, altresì, la vista al percorso lento e inevitabile dell’individuo e dell’umanità. “Estate” (pag. 13), senza cadere nel banale della descrizione, ci porta in una dimensione marina, ci fa vedere il mare senza nominarlo mai e, tramite esso, ci proietta nella parte più profonda dell’uomo, forse anche melanconica, attraversando l’inquietudine del forse e il pensiero del finire. In “Estate 2” (pag.16) il pensiero torna alla memoria, alla ripetitività di una certa esistenza quotidiana. Il tono è tagliente, impietoso e la chiusa ci pone di fronte all’illusione dell’apparenza. E’ quasi un monito, un richiamo per non cadere nel vuoto di un apatico trascorrere del tempo. Con “Donna di sudori” (pag. 18) entriamo in un’atmosfera cruda. La parola si fa quasi spietata davanti al senso dell’inquietudine. La penna della Garavaglia in questo testo sembra quasi un bisturi che tenta di eliminare l’ottusità del sentire mediocre. Ne “Il filo” (pag. 20) il protagonista è il destino inevitabile della morte. L’immagine della foglia come metronomo del tempo ci unisce nel ciclo eterno e circolare della natura attraverso il ripetersi delle stagioni così come quello alternante della vita e della morte. Di questi sette versi si potrebbe parlare e scrivere all’infinito tanto portano alla riflessione, alla meditazione e alla elaborazione di interrogativi. Il primo verso parla de il filo teso nero è forse il limite dell’uomo, il varco da oltrepassare o rappresenta le nostre paure, il lato oscuro dell’umanità? Ne “il collo del fringuello” (pag. 22) torna il pensiero dell’ineluttabilità della morte ma con una prospettiva differente, con un sentimento di totale accettazione: segno opaco di morte/ che non ho pulito. Il dolore della perdita, del distacco, è qualcosa d’incancellabile, che c’è e ci deve essere. Nella poesia “Sindrome di Asperger” (pag. 24) si affronta con senso di smarrimento una tema particolare: Non capisco/ la sbavatura del dolore/ l’emozione che scomposta deborda/ il bercio della vita. Come comprendere ciò che è più grande di noi e che si cela nel mistero della scienza. Esiste un sistema perfetto? In questo testo appare, dunque, il connubio scienza–poesia che tanto caratterizza la poesia della Garavaglia e che ritroveremo fortemente in un suo libro del 2016 “Numeri e stelle” (Edizioni Ulivo). “La fretta del vecchio” (pag. 27) è una sottile meditazione sul valore del tempo, sulla caducità dell’esistenza, sul suo essere Tempo, limitato e circoscritto. L’esistenza è l’elemento di collegamento con il dopo, anzi, come dice la stessa poetessa con l’incognita del dopo. “Indicativo presente” (pag. 29) si presenta testo complesso e stratificato di significati. Tutto è percezione nei versi della Garavaglia. Lei ci porta al contenuto, o meglio ai contenuti attraverso parole materiche e rarefatte nel contempo che non sono mai descrittive, ma evocative. In questo testo c’è la ricerca costante dell’uomo, la necessità di dare risposte al senso dell’esistenza. Sono testi, tutti, dove la bellezza prevale sia pure nelle riflessioni più inquiete. E’ una bellezza evanescente, fatta di luce, di sensazioni vibratili. L’ultimo testo del libro è “Meccanica quantistica” (pag. 32-34) che desidero riportare per intero: Certe cose succedono e basta non si può sapere il perché. Non sarà l’alchimia nucleare a spiegare i sei gradi di separazione che ci legano agli altri. E poi, ogni tanto, bere un bicchiere di vino intuire il destino nei fondi di caffè non sapendo chi resta, chi parte. Del corpo più di ogni altra cosa amo la bocca che si nutre del mondo e scolpisce parole. In questa poesia credo sia racchiusa la poetica di Laura, il suo pensiero, il mistero della vita e l’amore per essa. Pur non avendo esaurito le mie riflessioni su “Correnti ascensionali” termino qui la mia scrittura lasciando agli altri lettori il piacere della conoscenza della poesia di Laura Garavaglia. Mi piace però ricordare che questo libro, oltre a riportare un’attenta prefazione di Donatella Bisutti e i testi nelle traduzioni in inglese, rumeno e spagnolo di Barbara Ferri e Mario Castro Navarrete, è arricchito alle foto delle porcellane di Daniela Gatti, che, come dice giustamente la Bisutti, con i loro luccichii Klimtiani pongono l’accento sulla qualità variegata dei versi e sul loro rapporto con la luce. Cinzia Marulli












