Anna Elisa De Grogorio - nota critica di Caterina Lazzarini
Aggiornamento: 3 ore fa

In rotta con il Pequod (e con una viola sul balcone).
La poesia di Anna Elisa De Gregorio
di
Caterina Lazzarini
Sono stata invitata per l’incontro «Vivrà l’Arcadia» 2026 a ricordare Anna Elisa De Gregorio, una poetessa che amo e a cui torno volentieri con fa lettura, perché tutti sappiamo che la vera poesia rende migliore la vita, e questo la voce di lei lo sa fare molto bene, insegnandoci a cogliere la bellezza del mondo fin nelle piccole cose. Senese di nascita, ma trasferitasi ancora sedicenne ad Ancona, dove ha trascorso la maggior parte della vita, ha pubblicato varie raccolte a partire dal 2010, quando uscì la prima, Le rondini di Manet, per Polistampa, Firenze, vincitrice del «Premio letterario Pisa 2010 - opera prima» (ma avendo vinto 2 anni prima, nel 2008, il Premio Nazionale Haiku, patrocinato dall’Ambasciata del Giappone in Italia e dall’Istituto giapponese di cultura a Roma), fino al 2020, anno della sua prematura scomparsa, non avendo saputo, per pochi giorni, di essere stata fra i vincitori di un ultimo premio tra i molti collezionati, quello per un inedito nel concorso «Poesia onesta-Versante 2020», con una composizione dal titolo Ho sognato di essere morta, uscita nel volume antologico dei testi dei vincitori Il coraggio di scrivere.
Ne ricordo le raccolte, tutte insignite di premi nazionali:
Le rondini di Manet, Polistampa, Firenze, 2010
Dopo tanto esilio, Rimini, Raffaelli, 2012
Corde de tempo, plaquette, Udine, DARS, 2013
Un punto di biacca, Milano, La Vita Felice, 2016
L’ombra e il davanzale, Macerata, Seri, 2019
‘Na giungla de cartò, Roma, Edizioni Cofine, 2020
Per parlare della sua poetica, comincio subito in medias res con il leggere La nuvola di lsmaele, composizione contenuta in Minute, terza e ultima sezione della raccolta Dopo tanto esilio (splendido titolo, fra l’altro, Minute, che gioca sulla semantica nome/aggettivo, carezzando con cura di verso le molte piccole cose del quotidiano che compaiono nei versi).
La nuvola di Ismaele
Ogni volta che nell’anima mi scende
come un novembre, mi affido al mare
riscritto sulle mappe senza atlante,
dalla banchina salpo con un Pequod
rinato, rotta di balene bianche,
a salvaguardia della loro vita,
nessuna terraferma, solo orizzonti.
Metti invece che io diventi chiocciola,
casa in spalla, poggiata allo stelo
di un intero prato: perduto mare
delle balene che ho appena navigato.
Non so che mi aspetta, ma nel segreto
sarò marinaio, ansia del ritorno
e ansia di andare, in tasca mescolate.
Ma nella storia c’è anche un fondale:
una casa che ha radici d’asfalto,
senza terrazzi e con lune scarse.
Sulla porta la nuvola fatale.
Dunque, essere perennemente in viaggio su un proprio Pequod, in rotta verso inafferrabili balene bianche, o scegliere la dimora di chi non si muove, il riparo minuto del guscio, come la chiocciola, che se ne sta su uno stelo in mezzo al prato (chiocciola-Diogene, chiocciola-stilita), e la cui casa vale un mondo intero? Molto della poetica di Anna Elisa De Gregorio potrebbe essere riassunto in questa opposizione polare. Nella poesia abbiamo infatti il mare ad apertura, con la fascinazione della ricerca senza fine di cui Achab è figura, e a cui fa riferimento la citazione dall’incipit di Moby Dick inserita nei due versi iniziali; ma insieme al mare, che evoca l’infinito («nessuna terraferma, solo orizzonti»), la suggestione della chiocciola, che porta in spalla la casa con tutte le sue cose, e che si fa simbolo di una qualità particolare della poesia dell’autrice, la capacità di cogliere il frustolo di bellezza che sta proprio lì dove sei, vicino vicino, magari sul bordo del balcone di casa dove un fiore in vaso si offre alla contemplazione. Se leggiamo attentamente la seconda strofa, questa però è una chiocciola particolare, che in cuore si sente marinaio e, come un novello Ulisse, avverte mescolate dentro di sé «ansia del ritorno e ansia di andare». L’infinitamente lontano e l’assolutamente vicino formano insomma una dialettica che anima dall’interno la vena poetica di Anna Elisa De Gregorio e che appare come la cifra originale della sua arte.
Ho scelto di aprire con questa poesia perché raramente è dato di trovare da parte di un poeta una capacità di autoanalisi come quella che si trova qui e che ci restituisce molto di una personalità consapevolmente radicata ai suoi luoghi (a Siena la legava un amore talmente profondo da trovare une poesia-totem nella famosa Ballatetta in Toscana di Cavalcanti esule, la Rima XXXV, spesso presente nei suoi versi; ma Ancona le entrò a tal punto nelle vene da farla diventare capace di splendide poesie nel dialetto della città), eppure così aperta alla scoperta di nuovi orizzonti.
Questa poesia appartiene, come detto, alla seconda raccolta, non a quella di esordio, Le rondini di Manet, che consta come Dopo tanto esilio di tre sezioni, ciascuna chiusa da un gruppo di haiku, genere, come ho accennato sopra, in cui Anna Elisa De Gregorio eccelleva davvero. Come spesso si dice dei poeti, ma in questo caso più che in altri è vero, la prima raccolta è già espressione di una voce matura, in cui è facile riconoscere quelli che rimarranno con coerenza la cifra stilistica e gli elementi fondanti della poetica dell’autrice (per cui rimando al fondamentale saggio di Alessandro Fo introduttivo all’edizione complessiva Poesie. Tutte le raccolte, a c. di Nello Bolognini, affinità elettive, Ancona 2022: Il lume sulla soglia): primo fra tutti l’amore per le piccole cose, poi, certo, la forma dell’haiku, così congeniale ad esprimerlo, ma anche la capacità di riprodurre l’arte figurativa, e infine la profonda relazione che la legava al marito, estraendo qualcosa dalla prima raccolta e da quelle successive.
L’amore per le piccole cose
La peculiare capacità di Anna Elisa De Gregorio di ritrarre le piccole cose del quotidiano rendendole vive e uniche ai nostri occhi a me ha da subito ricordato l’amore per il dettaglio della pittura olandese del ’400-’500 in cui è facile, ad esempio, vedere in primo piano, rispetto al ritratto dei due committenti, un mazzo di fiori recisi in vaso di cui sembra di scorgere la peluria che ricopre gli steli. E in effetti un amore particolare per la pittura percorre come una vena potente anche le varie raccolte dell’autrice, fino a regalarci ben 23 ekphràseis di opere d’arte nella sezione Svelature della penultima raccolta, Un punto di biacca, e che - verrebbe da dire - non stupisce per una senese, che ha negli occhi i colori di Duccio.
Così, le cose minute, i dettagli che la natura regala allo sguardo di chi la sa interrogare, sono come frammenti di meraviglia, e rimandano tutti a un’armonia superiore, in cui tutti sembrano trovare il loro posto, la stessa ricordata nel Simposio di Platone, con il suo mito delle due metà, celebrato anch’esso in una poesia dell’ultima raccolta, intitolata Un vuoto patafisico. È a questa armonia del cosmo che l’autrice rivolge un omaggio costante, facendo, come «il vecchio poeta» nei suoi versi, «il mestiere del vento» che «toglie polvere alle cose», immagine quanto mai efficace (da Il mestiere della chiarezza, in Minime stanze, terza sezione di Le rondini di Manet), e nel togliere la polvere fa scoprire piccole indimenticabili gemme. A conferma di un intento perseguito con costanza, lasciando la parola all’autrice, cito dalla nota finale a Minime stanze: «La sezione è dedicata agli “invisibili”, agli animali, alle piante, agli oggetti. E ai poeti che ne hanno cura, mettendo in luce la loro straordinarietà, affinché non vada perduta».
Si tratta di un’operazIone meticolosa di riparazione del mondo dai suoi mali, che nascono dall’indifferenza, dal vuoto dl valori, dal fantasma della dimenticanza generale e personale che ogni tanto si affaccia nel dettato dei versi. Ed è un’operazione che dal mondo naturale viene trasferita anche agli oggetti e alle persone, per salvare la grazia alata di un ventaglio in tutte le possibili declinazioni, le gonne scarlatte delle figuranti in una coreografia, o il gesto di una pianista che si riverbera — in accordo perfetto con la musica — nel movimento dei capelli, o la cucina della donna di casa di una volta, che, con uno scatto d’improvvisa vitalità, si trasforma in una pista da ballo. Leggiamo:
Un tempo straordinario (Le rondini di Manet, sezione Le stanze dei ventagli: questa è la prima poesia)
In cucina, da sfondo la credenza azzurra
condominio di chicchere e piattini,
uno sportello aperto e poi richiuso
con lo scatto, sentore di caffè subito zittito.
È la padrona di casa che sparecchia, severa.
Ma un moto inatteso disordina le quinte:
scomparsi grembiule e macinino,
la severa si volta, da crisalide a farfalla,
si accompagna sottovoce in una tarantella
con abito nero, la balza in fondo che vola
e piccolo ventaglio tre onde di capelli
bianchi per diadema. In primo piano
la credenza che guarda stupefatta
in ballo due pantofole di panno.
La figura di donna che compare sullo sfondo di una credenza azzurra (presente nei ricordi di case di almeno due generazioni addietro) è ritratta mentre «sparecchia, severa», nell’immagine-cliché della padrona di casa del passato, dedita con piglio energico alle faccende domestiche. Il verbo «sparecchia» con il suo suono duro è preceduto con sapienza poetica da una ricerca fonetica impostata sulla ricorrenza di velari sorde (cucina, condominio di chicchere, richiuso, scatto) che sembrano proprio mimare i rumori aspri di chi ripone piatti e stoviglie. Ma subito dopo la poetessa è colpita dal trasformarsi della crisalide in farfalla, nel momento in cui la donna di prima, brusca nei modi, inaspettatamente improvvisa un passo di danza, canticchiando fra sé: ecco che allora la cucina sobria si fa teatro, l’abito dimesso, nero, accompagna la leggerezza del ballo lasciando volare a tempo la balza in fondo, persino la credenza è colta da stupore vedendo danzare non già scarpette di raso, ma «pantofole di panno». Niente - sembra dirci De Gregorio - è come sembra, la vita a saperla guardare può essere lieve e giocosa anche per chi per ruolo veste i panni di padrona di casa severa, tanto da trasformare la foggia tradizionale dei capelli in diadema, e permettere alla poetessa di scorgervi un ventaglio, di quelli che animano tutta la sezione. E, nella garbata ironia dei due versi finali, a noi lettori pare di vedere la credenza davvero a bocca aperta. Sì, perché anche saper cogliere l’ironia dei paradossi buffi che la vita talvolta ci riserva è un tratto tipico della poesia dell’autrice.
Ma i ventagli ci vengono incontro dappertutto, se aguzziamo la vista. Sono anche nella diteggiatura delle note su un piano della pianista orientale (che per casi curiosi del destino ora abita a Firenze, poco lontano da me):
Gershwin tribute
L’attenzione appuntata sui capelli
di Jin Ju e sui tasti soggiogati
dalle dita in sintonia perfetta:
si apre avventurosa una Rhapsody
stasera per l’ultimo concerto.
Mani-uccello sulla scena guidano
il pianoforte in ventagli d’avorio,
la luce dei capelli neri segue
lo stesso movimento sulle spalle,
e tutto diventa unico strumento,
musica e volo, uguale vocazione.
Proprio a titolo di esempio, ecco poi due haiku di quelli che chiudono questa prima sezione della raccolta (ognuna delle tre sezioni si chiude con un gruppo di haiku sullo stesso tema):
Tempero il lapis
ventaglietti di legno
dentro il cestino
Fisarmonica
che apre la sua anima
suona ventagli
Li ho scelti perché mi sembrano emblematici della capacità, propria dei veri poeti, di vedere la realtà attraverso un prisma particolare, che da lì in poi la illumina anche per gli altri: sarà impossibile per chi legge questi versi non vedere ventagli nei ritagli scavati dal temperamatite o nel movimento della fisarmonica.
Aggiungo per identità di forma altri haiku tratti dalla sezione Sotto il guscio del cielo, della silloge L’ombra e il davanzale, la penultima, composta da ben 80 haiku (ma andrebbero letti tutti): testimoniano anche questi quel tipo di attenzione per la natura nel suo insieme, quel sentimento di comunione fra i suoi regni, che oggi si potrebbe leggere come letteratura di taglio ecologico. Vanno in questa direzione gli atteggiamenti umanizzati del vento e della margherita e soprattutto quello del soffione nel terzo (con splendido scatto di metapoesia innamorato proprio di un haiku):
Sparso il soffione
dalle mani del vento:
semina il campo.
Contempla il mondo
spuntata dall’asfalto
la margherita.
Vola il soffione
perduto dietro a un haiku:
storia d’amore.
Parlavo in apertura della dialettica fra orizzonte infinito del mare e habitus della chiocciola-Diogene, che ha tutto con sé, attorno a sé. Ma sappiamo che spesso è proprio la contemplazione attenta di ciò che sta davanti a noi a metterci in relazione con il mistero della vita e con la vastità degli orizzonti. Piace pensare che a contemplare l’infinito sia stato varco per la poetessa il vivere tanti anni, quasi la vita intera, fra il mare di Ancona e il profilo all’orizzonte di qualche ermo colle, oltre la siepe.
L’arte figurativa
È una poesia quella di Anna Elisa De Gregorio innamorata della luce e dei colori, in tutte le loro gradazioni, è come percorsa dalla loro vitalità (ved. ad es. Il colore rosso, da Le rondini di Manet, sezione Le stanze dei ventagli, o, dalla stessa raccolta ma dalla terza sezione, Le rondini di Manet, che dà nome all’intera opera). Scelgo fra le tante una poesia tra quelle della già citata silloge Un punto di biacca, sezione Svelature, che a sua volta appartiene a una sottosezione dedicata alla pittura toscana e intitolata con omaggio a Cavalcanti Ballatetta in Toscana :
Ballatetta in Toscana
VIII (ma tu, distanza, torna a ricolmarti)
Pèrdono il sublime abbraccio
le vecchine, volte all’altar maggiore:
solitaria la Visitazione abita
sul fianco della Pieve.
Di sue nostalgie ha avvolto il pittore
i mantelli rigonfi,
messo in chiaro il segreto delle madri,
insieme con il suo:
«Dipingo te nel volto di madonne,
risarcisco così ombre d’infanzia»
dice alla madre l’orfano Pontormo.
E pone accanto a Maria e a Elisabetta,
quasi fossero un’eco, due compagne.
Anche i colori Jacopo riveste
dei toni astratti della nostalgia
e costringe a rifletterli la luce.
Jacopo da Pontormo, Visitazione, Pieve San Michele, Carmignano (Fi).
Il dipinto, meritatamente celebre, figura ora sulla locandina della mostra dedicata al Pittore aperta a Roma alle Scuderie del Quirinale il 9 ottobre 2026. La poesia accoglie la notizia (affiorata come ipotesi nella critica) che Pontormo avesse voluto ritrarre nei volti del dipinto i tratti di quello della propria madre, lui, orfano di entrambi i genitori dalla tenera età, e con sensibilità non comune conclude la lettura dell’arte così tipica del pittore: Pontormo avrebbe usato il suo magistero del colore per rendere vivi, concreti, i «toni astratti della nostalgia».
C’è forse qualcosa anche della propria arte poetica in questa affermazione di Anna Elisa De Gregorio, che sa vivificare e rendere smaglianti ai nostri occhi fiori, piante, elementi della natura, con il tocco di chi li ama e amandoli li riconosce.
La relazione con il marito
Altro tema che percorre le raccolte, soprattutto le ultime, ma deliberatamente senza protagonismi e senza mai fare concessioni al sentimentalismo è quello del rapporto con il marito, una relazione profonda, un amore maturo fatto di sostegno reciproco, come per le due metà del celebre mito del Simposio di Platone, nella poesia già ricordata Un vuoto patafisico, che termina con fa strofa:
Resta sulla schiena un vuoto
una ferita mai rimarginata:
presi alle spalle adesso siamo inermi.
Scelgo di leggere sempre da Le rondini di Manet, sezione Le stanze imperfette (la poesia ha in esergo un haiku):
Anniversario dimenticato
(ricordo imperfetto)
A quattro piedi
sulle foglie d’autunno
illuminati
Tu avanti, io dietro
calpestiamo le stesse foglie
in ripetute nostre passeggiate.
Dietro il velo rotto dei ragni
novembre lavora sotterraneo
custode della vita futura,
letto per tutti i fruscii,
che appartengono ai morti:
anche per loro il mare è viola.
Vorrei che fossi tu
a custodirmi viso e mani
se non saprò più farlo:
anche quando non lo ricordi
a novembre torniamo ogni anno
custodi consacrati l’uno dell’altro.
È stato il segreto condiviso
di due vite, quello che già basta
per dare senso al nostro camminare.
E ne aggiungo 1 da Un punto di biacca, sezione Spartenze (parola, come spiega l’autrice, che indica in dialetto siciliano «separazione, divisione, partenza forzata»):
Spartenza 1
Non credo a quella moglie
che non sa riconoscere
lo sposo ritornato.
Ci troveremo, vecchi,
per un antico sì
scovato nello sguardo.
Altro segnale certo
l’impronta della voce
su chiavi di alfabeti
solo nostri, inventati.
Qual è stato il segreto
sigillo fra noi due?
Scritti su un tronco d’albero,
sempre intrecciati i nomi.
Fedele li rileggo
perché di noi la somma
sembri meno precaria.
Ma a cosa serve intendersi
quando, compiuto l’oggi,
non c’è un giorno dopo?
Leggendo questi versi, è inevitabile ricordare il Montale di Satura, anche se in realtà è Spartenza 2 che si apre con un esplicito richiamo alla celebre poesia per la moglie morta Avevamo studiato per l’aldilà (Xenia I, 4). Ma il dialogo con il poeta è presente sottotraccia in entrambe le poesie che ho riportato sopra, e parte da quel «segreto condiviso» che fa oltrepassare l’imperfezione di un anniversario dimenticato come fosse un minimo segno di interpunzione nella fluida sintassi del rapporto durato una vita.
Avviandomi a chiudere queste riflessioni, ci tengo però una puntualizzazione. Si commetterebbe un pericoloso errore di prospettiva se si associasse l’attitudine dell’artista De Gregorio per la lettura amorevole della natura nei minimi dettagli, che può ricordare la grazia delicata di Emily Dickinson, a una scelta di staticità (come nel caso della poetessa inglese). Perché, tornando alla dialettica fra Pequod e chiocciola, a bilanciare l’inclinazione al gesto contemplativo c’è il tratto potente della vitalità insita nel movimento, sia quello delle onde del mare, che evoca l’infinito, sia quello del «passo del treno» che dà titolo a una poesia anche questa caratterizzata da una splendida intuizione poetica, che occupa i versi conclusivi: «Ma conosco il passo / del treno, verso una sola direzione, obbliga / al futuro, non c’è indietro, ogni dubbio bandito, / resta il trasalire dello sguardo al cambiamento» (la poesia fa parte della raccolta Dopo tanto esilio, sezione Minute). Il treno come invito irrinunciabile a guardare sempre avanti, nell’unica direzione possibile per il suo movimento.
Mare e treni sono non a caso oggetti tematici nella poesia dell’autrice, come Alessandro Fo rileva nel saggio già ricordato in prefazione all’edizione completa delle poesie di Anna Elisa De Gregorio, edizione ormai di riferimento.
Mare e treno rappresentano, l’uno e gli altri, la suggestione di uno spazio mosso e per sua natura inafferrabile che impone di spostare continuamente lo sguardo, un po’ come nel celebre dipinto futurista di Giacomo Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio: non si tratta di «non luoghi», ma di «iperluoghi», potremmo dire, capaci di dilatare lo spazio in un vortice senza fine. Del resto, la vita stessa è movimento e il movimento è vita: anche quando si risolve in pura contemplazione (come negli amati haiku), la poesia dell’autrice è percorsa da una innegabile corrente di vitalità.
E hanno anche un vento tutto loro, i treni, come nella poesia che traggo da Le rondini di Manet, sezione Le stanze imperfette:
I due imperfetti
C’era un vento dei treni:
la visione sfuggita
di due occhi in tralice
dal finestrino chiuso.
E lo sguardo afferrava
quell’attimo sospeso:
era nodo per sempre
come legge d’infanzia.
In corsa la mia amica
con le maniche gonfie
sulle ruote sfrenate,
per le vie dei giardini
si girava con gli occhi
obliqui alla mia voce:
le due bici affiancate,
fra noi c’era il vento.
Il vento del treno in apertura dialoga con il vento delle biciclette del verso di chiusura: l’uno e l’altro imperfetti nel loro impedire di fermare lo sguardo, eppure testimoni perfetti della saldezza delle promesse dell’infanzia e insieme dell’inesorabilità del tempo, che diremmo con Virgilio fugit inreparabile.
In questo quadro, sarebbe facile immaginare che, disegnando un proprio futuro congedo dalla Wunderkammer in cui ha soggiornato, l’autrice facesse spazio anche alla suggestione del rimpianto, alla nostalgia delibata in anticipo per tutto ciò che ha colmato gli occhi e il cuore, come sembra suggerire l’ultima sua poesia pubblicata, postuma, Ho sognato di essere morta, che inizia proprio con la parola «Nostalgia», e ha per esergo alcune parole tratte da Lo straniero di Camus: «Ma lui mi ha interrotto e voleva sapere come vedevo quest’altra vita. Allora gli ho urlato: “Una vita in cui possa ricordarmi di questa”[1]». Non è così.
La poesia a cui ho scelto di chiudere il mio intervento si intitola Spartenza 5, è l’ultima dell’omonima sezione interna alla raccolta Un punto di biacca, e configura proprio l’ipotesi di un futuro congedo dal mondo.
Spartenza 5
Dovrò partire con la valigia vuota,
con tanti “non” per fare posto ad altro,
ma a quale altro non mi è dato sapere.
Non porterò con me i troppi malanni,
né monete di rame
come viatico per l’aldilà.
Certo, perderò la mia cioccolata,
con altre inestimabili dolcezze:
la viola sul balcone
e, dietro i vetri, la vecchia orchidea.
Inutile soffrire di mancanze:
le poche carabattole,
disordinate adesso nei cassetti,
lascio alla polvere, ma
chi mi vuol bene infili di soppiatto
nella tasca dell’ultimo vestito
una Rima di Guido
(la trentacinque) e un inutile fiore,
la viola sul balcone.
Non si può mai sapere.
In un imprescindibile dialogo con la celebre Congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni, Anna Elisa De Gregorio, cantrice fedele di treni e di partenze, pensa come lui alla valigia da portare, la mette ad incipit e vi costruisce attorno l’ossatura stessa della poesia.
Anche Caproni, con i suoi tre ottonari d’apertura rivolti al destinatario parte dall’immagine della valigia: «Amici, credo che sia / meglio per me cominciare / a tirar giù la valigia».
Bene, è proprio rispondendo a Caproni che De Gregorio - credo - immagina invece nei tre versi di apertura volutamente lunghi (dodecasillabo e due endecasillabi) una «valigia vuota», quasi a contrastare la distensione del metro, poiché la sua, a differenza di quella del viaggiatore cerimonioso, che era definita «pesante» per tutto ciò che contiene, le piccole consuetudini fra amici che hanno reso bella la vita, persone comuni, elette a simbolo di età o di funzioni sociali, e persino i grandi propulsori della vita di tutti, sapienza, amore, religione, si libera invece del passato, aperta come è verso un pur imperscrutabile futuro. L’autrice lo sapeva del resto da sempre: è il passo del treno, citato poco sopra, che «ha una sola direzione» e «obbliga al futuro».
Se ci fermiamo a riflettere su questa differenza, io credo che non sembri possibile raffigurarsi un congedo dal mondo più colmo di vita e di speranza di quello racchiuso nei primi versi della poesia Spartenza 5.
Nessuno dei due congedi è in effetti disperato, non in senso proprio. Ma nel leggere Congedo del viaggiatore cerimonioso, se non si avverte disperazione, nemmeno si sente leggerezza: piuttosto, l’appagamento di chi cerca meticolosamente di non lasciare niente di sospeso, perché la fine è inevitabile. Viceversa, proprio una leggerezza consapevole emana dai versi di Anna Elisa De Gregorio, in cui ci sembra di cogliere il sorriso sapiente di chi lascerà il mondo che ha amato come un convitato sazio (secondo la metafora lucreziana), ma anche il piglio curioso di chi sa proiettare il proprio apprezzamento della vita vissuta in un’altrettanto allettante prospettiva futura.
Tra le cose che dispiace lasciare, De Gregorio ricorda piccoli benefici della vita quotidiana, la cioccolata e i fiori amati con dedizione; ma prima che a questo pensa che lascerà i pesi della vita, vale a dire «i malanni» e l’obolo per Caronte, simbolo forse di tutti gli oboli, più e meno gravosi, che la vita ci costringe talvolta a pagare, e soprattutto racchiude la propria raggiunta competenza in un assioma di sapore senecano: «inutile soffrire di mancanze», sia pure di cose dolci come la cioccolata e «la viola sul balcone». Le cose del mondo, declinate in «carabattole», non servono dove si andrà, tanto vale non riordinarle più «nei cassetti» e lasciarle «alla polvere»: anche il già citato compito della poesia, «il mestiere del vento», con il suo togliere «polvere alle cose» è vicino ad esaurirsi.
Leggerezza, sorriso e curiosità per l’ignoto si condensano infine nel garbato gioco ironico finale con il destinatario, in cui l’autrice invita chi le ha voluto bene - con gesto antico per noi quanto la cultura funeraria degli Egizi - a metterle in tasca qualcosa che le possa essere di compagnia e conforto in quell’altrove unde negant redire quemquam: la Rima XXXV di Guido Cavalcanti, la celebre Ballatetta, per lei, eternamente senese nel cuore pur avendo vissuto altrove quasi tutta la vita, e «la viola sul balcone» già ricordata poco sopra fra le dolcezze da cui separarsi.
Dunque, la poetessa di cui è sembrato giusto sottolineare l’atteggiamento di cura e meraviglia per le piccole cose che fanno grande la vita, la capacità di osservare il dettaglio ma con lo sguardo aperto all’infinito, anche in questi versi di congedo muta l’oggetto del canto ma non l’atteggiamento verso il mondo che, anzi, le fa guardare a un futuro per tutti ignoto, per molti spaventoso, semplicemente come a un nuovo viaggio, a cui accede con immutato desiderio di scoperta, a bordo di un treno che ha la sagoma del Pequod, il vento fra i capelli e il mare negli occhi.
[1] La poesia figurava fra le vincitrici del premio di poesia inedita «Poesia onesta-Versante», 2020, ed è stata pubblicata nel volume collettaneo Il coraggio di scrivere, Ancona, Poesia Onesta-Versante, 2020, p. 87; colpisce che la premiazione si sia tenuta il 26 e 27 settembre 2020, pochi giorni dopo che Anna Elisa ci aveva lasciato.




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