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"Taccuino dell'ospite" di Michele Zacchia letto da Cinzia Marulli (RPlibri)

infoparolapoesia
58 minuti fa
Tempo di lettura: 4 min
foto Pasqualini/MUSA
foto Pasqualini/MUSA

Il coraggio della scrittura

di Cinzia Marulli

nota di lettura a "Taccuino dell'ospite" (RPlibri 2024)

di Michele Zacchia



 

Entrare in un libro di poesie è sempre un’azione di irriverenza e di umiltà. L'irriverenza risiede nella sfrontatezza di voler penetrare nella parola altrui; parola che, sempre, è rivelatrice di verità inconsce e profonde. L’umiltà è nell’azione di confinamento del proprio io per entrare nell’io altrui: come dire, io non esisto più, mi libero dai miei costrutti mentali, emotivi, sociali ecc... e lascio che questa nuova parola entri in me come se fossi nella dimensione della purezza infantile. Certo, ciò è cosa impossibile in realtà, ma va tentata per penetrare e apprezzare pienamente un libro di poesie.

Quando poi il libro è di un poeta giovane è necessario lasciarsi andare al nuovo, accoglierlo come dono, attenderlo con lo stupore della luce. In questa dimensione ho cercato di pormi per leggere il libro di Michele Zacchia “Il taccuino dell’ospite” edito nel 2024 da RPlibri, una seria e apprezzabile casa editrice; ed è stata una lettura lenta, protratta nel tempo, sorseggiata come un buon vino da meditazione. E Michele e la sua parola poetica mi hanno accompagnato verso strade nuove, interessanti, mi hanno portato a nuove introspezioni, a vedere alcune cose in maniera diversa e da una prospettiva diversa. Forse è questo il grande miracolo della poesia: riuscire a tirare fuori parti nascoste di noi stessi e connetterci con l’altro in una dimensione che annulla quella solitudine cosmica dell’essere umano.  

Taccuino dell’ospite è un libro che colpisce per il linguaggio denso e metaforico, per quella geografia interiore che si intreccia con luoghi reali; è una poesia magmatica perché deriva da profondità che hanno la forza e l’ardire di fuoriuscire. Nell’introduzione, Antonio Bux definisce quest’opera “isola linguistica che rende il fluire del verso insieme magma incandescente e materia celeste” ponendo l’accento sulla duplice dimensione della scrittura di Michele Zacchia.

Come ci suggerisce il titolo il tema principale ruota intorno alla figura dell’ospite che, in realtà è l’altro da noi, è l’autore stesso che riesce a guardarsi e ad accogliersi distaccandosi dal proprio io per divenire l’altro, per guardarsi e scrutarsi come farebbe con l’altrui; ma per estensione siamo anche noi, i lettori, coloro che penetrano attraverso la roccia di questo linguaggio.

I versi di Michele si estendono in tematiche universali come la malattia, il dolore, ma anche la ricerca costante di una verità capace di sfidare l’abisso personale. È interessante il viaggio gerografico-esistenziale del poeta. I luoghi, reali, vissuti e per questo autentici, diventano stazioni dell’anima e ci rendono la lettura una sorta di viaggio e, non a caso, il libro si apre con una citazione densa, una frase scritta su un muro di Roma, ma che rappresenta l’essenza del viaggio geografico-esistenziale di Michele: “Viaggio spesso, ma non torno sempre”, perché l’andare avanti non sempre ci consente di ritornare o forse, meglio ancora, ci fa comprendere che non serve tornare, che l’elaborazione interiore del percorso porta inevitabilmente ad altri approdi. Potrebbe essere anche un non-viaggio, perché in tutto il libro coesiste una forma di dualismo, una componente di contrapposizione alle regole, una rivoluzione dell’apparenza. La poesia di Michele è yin-yang, perché vi è all’interno una duplice forza opposta e complementare. E infatti il libro si chiude con due versi straordinari e rivelatori: un posto in cui non sono mai stato/non so se farò ritorno. Due versi di grande potenza percettiva.

In tutto questo scenario si potrebbe comunque dire che il luogo principale di tutta l’opera è “il corpo” come nella poesia che evidenzia la sofferenza, la lotta, la paura in una dimensione umanissima del poeta e che diviene anche nostra:

 

 

Era già previsto che scoppiasse

questa guerra nel mio corpo, nel

momento in cui era tutto vederti

da lontano. Avrei preferito prevedere

l’imprevisto, nella vita tutta insieme

che passa in un bacio di nascosto.

 

Nel racconto non so dire di

aver amato, brucia il tempo dei

guasti funzionali, tecnici apparati

in disuso: tutto il mio corpo in questa

condizione, spaventa essere vivi,

la guerra non il corpo.

 

                                    di ritorno da Torino

  

 

La lettura penetrante di tutto Taccuino dell’ospite ci porta ad indagare nelle nostre debolezze, ci affianca al poeta, ci commuove e ci dona forza nello stesso tempo. Stempera la nostra solitudine e ci lascia il senso del bene in quel ritmo a volte sincopato come il singhiozzo di un bambino che ci guarda con occhi lucidi, ma nel contempo con l'accenno di un sorriso nella consapevolezza di un abbraccio, di una carezza, di una luce, se pur flebile, ma che illumina il coraggio della propria fragilità.

Ringrazio Michele Zacchia per i suoi versi e attendo, curiosa, il suo prossimo libro.

Cinzia



 

da Taccuino dell’ospite (RPlibri 2024)


*

In questo albergo-cimitero

che inscatola le vergini del nuovo settembre,

richiamo alla spada i miei vecchi amici. Mi

piacerebbe commuoverti coi versi, in

falde acquose minacciose, profonde

le dita nella gastrite melmosa delle tue pareti.

 

Poter curare le ferite del giovane solstizio

misurandoti le ginestre al braccio, discernere

se non tutti, almeno i buoni annunci, da

gli alberi del corso che respirano l’aria piombo.

Nella forma dell’urbano caos stringere a me stella,

coi palmi tesi attendere la tua discesa.

 

                                stazione ferroviaria di Ostiense, Roma

 

*

 

Esiste nella gente una tutta superficie

di versi e galanterie periferiche, snodati

come note di luce al firmamento, liberi

dalle schiavitù grasse del rumore. Svegliare

i piccoli col nome, e dormirli grandi, senza

età di numero. Matematica consuetudine

di crescere diversi. Com’è sembrare sangue,

cadere in goccia scendere, rotolarsi nelle garze

per asciugare. In queste immense giornate ci

risponde il cielo che posa a terra il suo splendore.

 

Morirsi: è lasciare incedere il passo al sangue,

penetrarsi commiserazione, stringere le

palpebre al buio. A tenere la natura ferma

nel suo intento non c’è modo e spazio-tempo.

                      Santa Maria Capua Vetere, dove sono nato

 

 

*

 

Tace la notte nell’ora più distaccata dal grembo,

un zolfino riluce memorie che sfilano al vento

chinando la fronte. Ciarpame spregiato tuo dire,

nevicando sul labbro un ricordo.

 

Colore incendiario, riversando il mantello

del seme nascosto, glorioso erbario sottoterra.

Cortometraggi silenziosi, scene mute al largo delle

sale, sulle corsie in direzione del tuo seggio mi vengo

a sostare.

 

Inquietudine abitudine, sfilata di passione, corrosione

lenta. Miscredenza bruta che mi punti col

dito, nella forza di traforarmi il petto. Non perdo vita

se non prima d’averti detto ancora.

 

                                      in treno per una città che non ricordo

 



 
 
 

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