"Corpi" di Giuseppe Ivan Undari letto da Lucia Triolo

"Raggiungere il corpo"
nota di lettura di Lucia Triolo a
"Corpi" di Giuseppe Ivan Undari
(collezione di quaderni di poesia Le Gemme)
(G£SÙ)
Fino alle tre del pomeriggio
il buio cercava di accarezzare il mio corpo
ma io non potevo cedere alle tenebre.
Lottavo soltanto per aggiungere
un minuto alla mia vita.
Un minuto soltanto
prima di sparire del tutto,
prima di diventare un necrologio.
Restituitemi il corpo
quel che mi appartiene, i legami gli affetti…”
(VOCE FEMMINILE)
Stavamo ad osservare.
Aspettavamo che tutti andassero via,
per raggiungere il corpo.
Procedevamo lentamente,
ci confondevamo tra la folla
per non dare troppo nell’occhio.
Il corpo è disteso sulla nuda terra.
I corpi degli altri condannati
sono schiodati e si trovano
uno accanto all’altro.
Non ci sono angeli attorno.
Non ci sono segni dal cielo.
Tutto giace al livello della terra,
In questa dimensione, fissa sul finito,
disancorata dal tutto,
disarcionata dalla morte.
I due stralci che qui presento sono tratti dal testo teatrale-poetico suggestivamente intitolato Corpi” di Giuseppe Ivan Undari (Castelvetrano 1970).
Freschissimo di stampa (Marzo 2026) ò stato pubblicato tra le Gemme di Cinzia Marulli, per i tipi di Edizioni Progetto Cultura.
La scelta degli stralci non è stata per nulla facile: “Corpi” é un testo poetico che non “racconta”, nemmeno “descrive” o “rappresenta”; piuttosto ci sbatte dentro uno dei modi possibili in cui Gesù ha vissuto la sua passione. E il modo non è quello del Gesù di Nazareth e nemmeno quello del Crocefisso, del Figlio di Dio o del Cristo o ancora dell’uomo dei dolori. E’ semmai quello, assai più vicino alla nostra sensibilità, del Figlio dell’Uomo (la figura della Madre, sulla scena, è sempre al suo fianco, anche se non le viene mai data voce).
Si badi: il testo non usa mai questa espressione. Solo la mia interpretazione la mette in campo. Ma se la mia non è una scelta arbitraria (cfr. la profezia di Daniele), sulla sua scia mi concedo una stravaganza: la passione dentro la quale ci troviamo a respirare è quella del Corpo di Gesù: del Corpo/Gesù. Illuminata da questo respiro, l’insieme della scena avviluppa e avvince il lettore lasciandolo quasi senza fiato dalla prima all’ultima frase per l’ intensità e la profondità dell’incedere della parola.
Il primo stralcio mette a vivo lo sforzo tremendo del Corpo/Gesù. Il suo grido sulla croce si aggrappa al desiderio di “aggiungere un minuto alla mia vita/Un minuto soltanto”. Gesù non rinuncia al suo corpo e il corpo non rinuncia a Gesù: “Restituitemi il corpo/ quel che mi appartiene” lo sorprendiamo a gridare tra implorazione e follia.
Il secondo stralcio, in una “…dimensione/fissa sul finito,/disancorata dal tutto,/
disarcionata dalla morte”, ci raccoglie dentro tutte le difficoltà affrontate dai discepoli “per raggiungere il corpo” del maestro. Il loro sforzo e l’accortezza messa a punto per accostarvisi.
“Per raggiungere il corpo”. Questo è il punto.
In entrambi gli stralci, per quanto diversamente articolata, l’espressione è una sorta di leit-motiv.
“Raggiungere il corpo” rappresenta certo lo scopo dei personaggi sulla scena della Crocifissione che rivogliono a tutti i costi assicurarsi ancora il contatto fisico con Gesù. Rappresenta quindi un movimento verso qualcosa.
Altrettanto certamente però “raggiungere il corpo” non indica solo un movimento. Indica anzitutto, come è sottinteso nel primo stralcio, una tensione, una tensione emotiva, spirituale.
Se è vero che nella scena poetica è la parola dell’autore ad essere regalata al suo personaggio, se è cioè questo il modo in cui l’io del poeta entra in contatto con e addirittura aggancia l’io del Corpo/Gesù, allora a voler “raggiungere il corpo” è anzitutto l’ io del poeta.
L’espressione assurge, a emblema di tutta la tensione poetica dell’autore. Ciò non può destare meraviglia: come proprio del “Figlio dell’uomo”, infatti, il “corpo” è principio, mezzo e meta di ogni esperienza di vita. Di più: è ciò che raccoglie ogni esperienza di vita e che non si sazia mai di accoglierne le diverse manifestazioni. Nemmeno quando il “figlio dell’uomo” è il “figlio di Dio”.
Apparso in forma umana” ricorda l’inno ai Filippesi e l’apparire in forma umana, cioè corporea, è il modo proprio di darsi, di esporsi dell’essere.
Nella mia memoria, c’è una parola di Gesù in croce, rimasta incancellabile: la parola è “sitio”. “Ho sete” dice Gesù in punto di morte. Di cosa ha sete? Non certo della spugna imbevuta di aceto che gli viene offerta e che egli rifiuta. Ha sete anzitutto nel e del proprio corpo. Dentro questa sete, il corpo del moribondo è sicuramente il senso più folle del buio: “il buio cercava di accarezzare il mio corpo”
C’è nell’elegante snodarsi del testo una prepotenza del tutto laica del corpo pari soltanto alla sua fragilità, alla sua debolezza. Una debolezza che è pura bellezza nei suoi modi di atteggiarsi lungo la vita pubblica di Gesù ripercorsa nel dramma.
“Corpi” va letto, va meditato, va recitato. Ed ogni recita di cui siamo capaci non è solo un impersonare il Corpo/Gesù, ma è soprattutto un dar vita alla speranza incandescente di “raggiungere il corpo”.





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